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Ai giorni nostri la parola catastrofe è ritenuta pressoché sinonimo di “disastro”, “distruzione” e “rovina”. Questo significato, tuttavia, non è così antico come l'origine greca del termine farebbe supporre – l'etimo, letteralmente, vuol dire “svolta” -, ma risale solo, si fa per dire, alla metà del XVIII secolo, quando la città di Lisbona, capitale del ricchissimo Regno del Portogallo, fu quasi rasa al suolo da un immane terremoto, accompagnato da un altrettanto rovinoso “tsunami”. Da allora la “catastrofe”, che i manuali retorici dell'epoca definivano “il cambiamento che giunge alla fine d'un dramma e che lo porta a compimento”, è passata ad indicare un evento disastroso e imprevedibile. Imprevedibilità e rovinosità sono, quindi, gli ingredienti distintivi della catastrofe. Del resto, è significativo che, proprio nel bel mezzo del secolo dei Lumi, si sia cominciato a descrivere alcuni eventi naturali come prettamente “catastrofici”. Per l'uomo premoderno, che si avvicinava alla natura come a qualcosa di divino o, comunque, a qualcosa di posto direttamente in relazione con il volere del Dio creatore, quasi tutti gli eventi naturali costituivano un imponderabile mistero. Di fronte alla natura il miracolo e l'apocalisse erano evocati con sorprendente e inflazionata frequenza. A metà del Settecento, però, i progressi della scienza moderna già facevano intravedere la possibilità di spiegare molti fenomeni della natura e, in prospettiva, di prevederli con efficacia. A maggior ragione, quindi, l'irruzione dell'imprevedibile catastrofe naturale destava sconcerto negli intellettuali dell'epoca illuministica. Paradigmatiche, certo, sono le parole di Goethe che, nel suo “Frammento”, riprende vitalisticamente la tonalità con cui Voltaire, all'indomani del terremoto di Lisbona, denunciava l'indifferenza della natura nei confronti dell'uomo e delle migliaia di innocenti periti fra le macerie del sisma lusitano. Qualche decennio più tardi, invece, sarà il nostro Giacomo Leopardi a parlare di “natura matrigna”. Ma la natura matrigna non è una natura malvagia, bensì, appunto, semplicemente indifferente. Una natura che ci parla attraverso le sue leggi e che, come dicevano già gli ottimisti del XVIII secolo, non riserva all'uomo alcun ruolo privilegiato nella “catena degli esseri”. “Ora una bolla d'aria scoppia, ora un mondo”, scriveva il poeta Alexander Pope. Di fronte all'indifferenza della natura e a quello che, per il credente, sembra essere una sorta di silenzio di Dio, l'uomo può, tuttavia, rispondere mediante l'incremento del principio di responsabilità. Commentando le conseguenze catastrofiche del terremoto di Lisbona sia Rousseau che Kant osservavano che buona parte delle vittime erano state causate dai criteri edilizi dell'epoca, non certo antisismici: case di sette piani, costruite l'una a ridosso dell'altra, con fondamenta poco profonde. Entrambi affermano che, se la terra trema, è l'uomo che decide dove costruire le città. Infine Kant azzarda una connessione benefica fra terremoti, sgorgare delle sorgenti e fertilità del suolo. Anche in occasione del recente maremoto del sudest asiatico si sono rilevate vuoi le responsabilità di chi, per costruire paradisi turistici, ha edificato troppo in prossimità del mare, vuoi la mancanza dei sistemi di allarme che avrebbero potuto limitare il numero dei morti. Insomma, l'uomo moderno, che laicamente contempla lo scenario della catastrofe, si deve interrogare innanzitutto sulle proprie responsabilità. Infatti, ferma restando l'attuale imprevedibilità e inevitabilità di pochissimi eventi naturali (i terremoti, alcuni tipi di eruzioni vulcaniche o la caduta di qualche asteroide), ciò che traspare dal volto contemporaneo della catastrofe non è l'immane violenza della natura, ma - si pensi solo ai disastri ambientali, ai mutamenti climatici, all'eccesso demografico e all'inquinamento - la catastrofica stupidità e la reiterata irresponsabilità degli esseri umani.
Andrea Tagliapietra |