ANNO 2005
.ANNO 2003. .  

 

RASSEGNA STAMPA DI ANDREA TAGLIAPIETRA
ARCHIVIO 2005


L'eutanasia, la morte e l'inferno del dolore

Il Gazzettino - 21 giugno 2005.

Oggi, parlare di eutanasia e di dignità del morire significa confrontarsi con quel sapere medico a cui, gradualmente, la società moderna ha consegnato la gestione e l'amministrazione della morte.


Democrazia è libertà e partecipazione , cantava Gaber.

Il Gazzettino - 12 giugno 2005 . La democrazia è libertà e partecipazione, cantava il grande Giorgio Gaber. Non c'è libertà senza partecipazione. E senza libertà, certo, non c'è neanche democrazia, quel contarsi e dividersi sulle opinioni che, tuttavia, presuppone la lealtà e il rispetto reciproci.


Addio al grande vecchio Paul Ricoeur, il filosofo di tutti i dialoghi

Il Gazzettino - 22 maggio 2005. Paul Ricoeur, il grande vecchio della filosofia europea e mondiale, si è spento, venerdì sera, all'età di 92 anni, nella sua casa di Chatenay-Malabry, il piccolo borgo verde, alle porte di Parigi, che si crede abbia dato i natali a Voltaire.


"Ciascuno di noi fa esperienza della sua stessa umanità solo nella misura in cui partecipa all'umanità degli altri"

Il Gazzettino - 2 aprile 2005. Presentando, qualche mese fa, l'edizione italiana di tutti gli scritti filosofici del Papa, il suo curatore, Giovanni Reale, raccontava l'autentica gioia del Pontefice alla consegna del ponderoso volume che, a differenza delle opere teologico-pastorali, recava, per esplicita volontà del Santo Padre, sul frontespizio, il nome di Karol Wojtyla e non quello di Giovanni Paolo II.


L'eutanasia, La morte e l'inferno del dolore

Oggi, parlare di eutanasia e di dignità del morire significa confrontarsi con quel sapere medico a cui, gradualmente, la società moderna ha consegnato la gestione e l'amministrazione della morte. Una morte che, perciò, non sembra appartenere più alla vita sociale e morale dell'individuo, ma alla semplice vita biologica, alla valutazione dei processi di decadenza irreversibile delle funzioni vitali dell'organismo. Alla paura della morte si sostituisce, così, la paura di morire. L'orrore estremo della vita non è la morte, intesa quale semplice cessazione delle attività vitali (magari nel sonno, come i più si augurano), ma quel "luogo" e quel "tempo", infinitamente più terrificanti e crudeli, che ci presentano il dolore come una dimensione disperata e senza via d'uscita. E' questo l'inferno in terra. E' questo, e non l'eventuale timore del nulla o dell'aldilà (che agli occhi dei credenti appare sempre più misericordioso delle leggi e della condotta degli uomini), il pensiero più terribile. Ecco allora giungerci in soccorso l'immagine ideale di una morte asettica, circoscritta e neutralizzata. L'ancestrale parentela fra la morte e il sonno, raccontata da molti miti, si suppone venga realizzata somministrando al cosiddetto paziente terminale sedativi e anestetici che, come dice la formulazione del sondaggio Demos dell'Osservatorio sul Nordest, lo "aiutano a morire". Qui l'espressione "aiutare a morire", usata nel porre la domanda, risulta piuttosto ambigua. Si tratta di ritenere lecita - anzi, auspicabile e "giusta", come pensa un'abbondante maggioranza del campione -, l'"eutanasia attiva", ossia l'intervento farmacologico sul paziente che interrompe, di fatto, le sue funzioni vitali, oppure l'"eutanasia passiva", vale a dire l'arresto delle cure e l'eventuale spegnimento delle macchine che lo tengono in vita? La differenza non appare irrilevante. Mentre l'"eutanasia passiva" può essere ricompresa, con qualche sforzo, all'interno di quella sospensione dell'"accanimento terapeutico" che anche la Chiesa cattolica ammette (configurandosi, propriamente, come un "lasciar morire"), l'"eutanasia attiva" implica la responsabilità e la decisione di un gesto che "toglie la vita" quando questa, anche se fra atroci tormenti, potrebbe continuare ancora per qualche tempo. Comunque, in un caso come nell'altro la dignità del morire viene interpretata innanzitutto come riduzione ed eliminazione del dolore fisico. In primo piano, negli appelli in favore dell'eutanasia, c'è, infatti, l'idea di una "buona morte" avvertita come tendenziale azzeramento delle sofferenze e conseguente eliminazione di ogni "accanimento" che produca ulteriori dolori inutili per il paziente e, di riflesso, per i suoi cari. Tuttavia, dietro l'umanissima paura per la sofferenza, emerge qualcosa di più nobile e, per così dire, autentico. Si tratta dell'intenzione del morente di trasformare l'incombenza dell'inevitabile in un atto di volontà, rientrando in possesso della propria morte, espropriatagli dal male, dalla vecchiaia e dallo stesso apparato terapeutico della medicina, con un gesto estremo di ribellione e, insieme, di pudore, che mostra di intendere la dignità del morire come un'ultima, paradossale testimonianza di fedeltà al senso stesso della propria vita. Non a quella vita biologica che, con la morte, ci viene sottratta, ma a quella vita sociale e morale che ci costituisce come individui unici, autonomi e indipendenti. Del resto, ciò che accomuna l'eutanasia al suicidio - a una sorta di "suicidio assistito" - è un'identica lucidità. Quella lucidità che ci consente, come scriveva Marguerite Yourcenar, "di entrare nella morte a occhi aperti". E' una lucidità che sfiora l'orgoglio, ma che va compresa nell'unicità della situazione limite di chi la prova. I concetti giuridici, in questo campo, appaiono sfuocati, ma altrettanto inadeguate sono le indicazioni della scienza medica e delle morali comuni, o l'inflessibilità di taluni teologi. Sono convinto, infatti, che, malgrado si chieda, sempre più di frequente, al legislatore, di risolvere le questioni ai confini della vita (dallo statuto giuridico dell'embrione fino, appunto, all'eutanasia), le caratteristiche di impersonalità e di generalità della legge mal si adattino ad affrontare un terreno in cui i dubbi hanno più valore delle certezze, dove le piccole sfumature, la peculiarità delle situazioni, il pluralismo etico e la sensibilità degli individui sono e rimangono decisive. Per un padre che chiede di staccare la spina del macchinario che alimenta, da anni, il corpo della figlia in coma, lasciandola finalmente morire, ce n'è subito un altro, da qualche parte del mondo, ma anche nella stanza accanto, che si batte perché quella spina non venga mai staccata, dal momento che il farlo equivarrebbe ad uccidere la sua bambina. Chi ha ragione? Chi può stabilirlo? Un comitato etico? L'assemblea delle gerarchie della religione maggioritaria? O, forse, la legislazione "biopolitica" di uno Stato che rivendichi per sé i poteri di vita e di morte? In attesa di una "norma di vita" che non sottoponga la vita alla trascendenza di una norma assoluta, ma faccia della norma l'impulso immanente della vita, la legge, in questi casi, dovrebbe limitarsi a tracciare dei margini ampi, delle vaste "zone grigie" che tutelino soprattutto la dignità della vita senziente e intenzionata e non la sua mera biologia, lasciando il resto - tutto il resto -, affidato a quella pietà e a quella compassione che non possono mai essere prescritte per decreto, ma su cui bisogna sempre riporre le nostre maggiori speranze.

Andrea Tagliapietra

 

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Democrazia è libertà e partecipazione, cantava Gaber.

La democrazia è libertà e partecipazione, cantava il grande Giorgio Gaber. Non c'è libertà senza partecipazione. E senza libertà, certo, non c'è neanche democrazia, quel contarsi e dividersi sulle opinioni che, tuttavia, presuppone la lealtà e il rispetto reciproci. Perché chi rinuncia a partecipare, non rinuncia solo all'argomento del contendere, ma mostra di tenere in poco conto quel grande dono che è il voto democratico e che ha a che fare, insieme, con la dignità degli altri e con quella che dobbiamo a noi stessi. Chi vota - sì, no, scheda bianca - si fa garante anche del voto dell'altro, del voto contrario, dell'astensione manifesta, li rende validi e li rispetta, fiducioso che ogni cittadino farà altrettanto con il suo. Mio suocero, che ha ottantadue anni e che, quindi, ha vissuto quella stagione della dittatura che molti di noi, ormai, avvertono come un periodo storico remoto e lontano, non ha mai saltato una votazione, né quando Craxi invitava ad andare al mare, né quando lo hanno fatto altri. Dopo che ti sei conquistato questo diritto, mi disse, non lo molli più, perché sai cosa perderesti se ti fosse revocato. Penserò a mio suocero, oggi e domani, perché questa volta, in cui, come sempre, sarebbe andato al seggio a votare, la malattia lo inchioda ad una poltrona. Penserò alla sua rabbia e a quella di moltissimi altri nel vedere assommata la propria momentanea difficoltà - una malattia, un imprevisto, un incidente - ai numeri dell'astensione. Eppure, che strano paese è l'Italia! Ci sono dei nostri soldati, in Iraq, in Afghanistan e in altre parti del pianeta, che hanno rischiato e stanno rischiando la vita per permettere a quei popoli di poter votare democraticamente, manifestando, con un atto di responsabiltià individuale e contro i vari integralismi della fede, le loro opinioni e i loro convincimenti e, quando siamo chiamati ad esprimerci, mediante quell'antico istituto di democrazia diretta che è il referendum, su temi così importanti per la libertà, la salute e il futuro degli italiani, saremmo forse disposti ad affidare ad altri l'onere della scelta? Sarebbe un bel paradosso che, proprio quando ci viene restituito il potere diretto di rendere la nostra opinione sovrana, noi vi si rinunci, in massa, per abitudine o per pigrizia, lasciando ancora la parola al teatrino della politica, alle accortezze e alle ipocrisie dei politici, o, vuoi anche, al tatticismo delle alte gerarchie della chiesa cattolica, tanto radicali nell'idea, quanto indifferenti ai dati di fatto. Magari, fingendo di non sapere che, in realtà, a decidere, allora, saranno coloro che a votare non ci vanno mai, sempre e comunque, senza neanche pensarci, perché l'indifferenza è l'esatto contrario di quella responsabilità che fa di un essere umano un cittadino e di una massa anonima di gente un popolo adulto e maturo?

Andrea Tagliapietra

 

 

 

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Addio al grande vecchio Paul Ricoeur, il filosofo di tutti i dialoghi

Paul Ricoeur, il grande vecchio della filosofia europea e mondiale, si è spento, venerdì sera, all'età di 92 anni, nella sua casa di Chatenay-Malabry, il piccolo borgo verde, alle porte di Parigi, che si crede abbia dato i natali a Voltaire. Umanista di ampie conoscenze, interprete sensibile della letteratura, ma anche rigoroso esploratore del vasto orizzonte delle scienze umane contemporanee, Ricoeur è stato un pensatore complesso, in grado di coniugare, all'interno della sua opera, la tradizione filosofica continentale, ovvero la fenomenologia e l'ermeneutica, con l'attenzione per il linguaggio ordinario della filosofia analitica di Austin e di Searle. I primi passi del filosofo, nato a Valence nel 1913, muovono da una riconsiderazione fenomenologica del cristianesimo, che si articola nei tre tomi della “Filosofia della volontà”(1949-1960) e che risente dell'influenza di Mounier e Marcel almeno quanto di quella di Edmund Husserl e Karl Jaspers. Tuttavia, a partire da questo trittico, le domande “Come si può volere il male?”, “Cos'è la malafede?”, “Qual è il senso di un'azione involontaria?”, dischiudono un'interrogazione che, abbandonata la superficie fenomenologica della coscienza, ha il coraggio di inabissarsi nel sottosuolo dell'inconscio individuale, là dove si genera quell'universo simbolico con cui le grandi religioni hanno cercato di pensare il problema del male. Su questo terreno, l'analisi di Ricoeur, la sua “philosophie réflexive”, è pronta a incontrare l'ermeneutica di Schleiermacher e Gadamer e la psicoanalisi di Freud, a cui saranno dedicati “Dell'interpretazione. Saggio su Freud”(1965) e “Il conflitto delle interpretazioni”(1970). E' negli anni Settanta che Ricoeur, dopo le esperienze d'insegnamento a Strasburgo, alla Sorbona, a Nanterre e a Lovanio, varca l'oceano per Chicago, avviando un fertile dialogo con gli analitici americani sulla questione del linguaggio. A questo periodo appartengono “La metafora viva”(1975), che ribadisce la prevalenza del livello testuale e semantico nell'analisi linguistica del significato, e il vasto affresco teorico dei tre volumi di “Tempo e racconto”(1983-1985), dove l'esperienza umana della temporalità viene ricondotta, oltre il tempo fisico della scienza, alla prassi riconfigurativa della narrazione. Nel 1990, in “Sé come un altro”, Ricoeur sviluppa l'ambizioso progetto di una filosofia in grado di abbracciare tutti gli aspetti dell'agire umano mediante una sorta di “ermeneutica del sé” che riconsidera la nozione moderna di soggetto alla luce di un'innovativa ontologia della persona. L'ultimo grande libro del maestro francese, “La memoria, la storia, l'oblio”(2000), è un'appassionata meditazione sul nesso fra memoria e storia che, dopo il secolo di Auschwitz, non può non soffermarsi sul tema della colpa, ma anche su quello della riconciliazione con il passato e, quindi, sulla cristiana sfida morale del perdono.

Andrea Tagliapietra

 

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"Ciascuno di noi fa esperienza della sua stessa umanità solo nella misura in cui partecipa all'umanità degli altri"

Presentando, qualche mese fa, l'edizione italiana di tutti gli scritti filosofici del Papa, il suo curatore, Giovanni Reale, raccontava l'autentica gioia del Pontefice alla consegna del ponderoso volume che, a differenza delle opere teologico-pastorali, recava, per esplicita volontà del Santo Padre, sul frontespizio, il nome di Karol Wojtyla e non quello di Giovanni Paolo II. Come nell'ora dell'estrema sofferenza, anche nell'ora della libertà del pensiero l'uomo si assume in solitudine quella responsabilità che nessun ruolo, anche il più venerabile e santo, può surrogare. Tuttavia il pensiero filosofico di Wojtyla, elaborato in chiave personale negli anni precedenti il pontificato (laurea in filosofia, con una tesi su Max Scheler, discussa all'Università di Cra_covia nel 1953, insegnamento presso l'Università di Lublino dal 1954 fino al 1978), si è dispiegato ulteriormente nel corso del suo Magistero, assumendo il carattere oggettivo degli atti pastorali, come le encicliche, che ovviamente eccedono i limiti stilistici, individuali e soggettivi, della scrittura letteraria e saggistica. L'insieme di questa produzione va a costituire, come sosteneva Tadeusz Styczen, curatore della raccolta delle "Lezioni lublinesi" di Wojtyla, un unico, grandioso «trattato sull'uomo». L'originalità del_l'approccio di Wojtyla - autore, com'è noto, anche di un consistente corpus di opere letterarie, teatrali e poetiche -, rovescia l'immagine di Pontefice antimoderno e "medievale" che, talvolta, è stata data di lui. Se legge Aristotele, Tommaso e i maestri della filosofia scolastica, Wojtyla fa questo fornito della strumentazione logica dei moderni, di Hume, di Kant, della scuola fenomenologica di Husserl e di Scheler, ma anche del pensiero dialettico del grande filosofo ebreo Martin Buber. Ciò che Wojtyla ha rimproverato ai contemporanei è, dunque, l'alienazione della persona umana nella cosa, intesa vuoi come oggetto determinato di una conoscenza scientifico-positiva, vuoi come pura esteriorità sociale del collettivo. Nel dramma "Raggi di paternità", pubblicato nel 1979, Wojtyla tornava sul tema della solitudine, con un monologo in cui il protagonista, Adamo, dichiara: «non hai fatto di me un essere chiuso del tutto. La solitudine non è affatto al fondo del mio essere». Allora, l'essere della persona non è, per Wojtyla, basato sull'isolamento di una sostanza, come un certo realismo metafisico, di ascendenza scolastica, farebbe pensare. Esso è, sin dall'inizio, relazione, passione e reazione, momento in cui il Tu divino innesca, nell'atto della filialità, la destinazione dell'uomo a farsi, a sua volta, padre, a protendersi verso l'altro. In ogni atto, notava il Pontefice, la persona è posta dinanzi alla possibilità di compiere se stessa e di realizzarsi. Ne consegue che proprio per realizzarsi, ossia per essere se stessa, la persona debba entrare in comunione con gli altri. «Ciascuno di noi», affermava Wojtyla, nel 1975, ad un convegno della Società Husserliana, «fa esperienza della sua stessa umanità solo nella misura in cui è capace di partecipare all'umanità degli altri, di sperimentarli come "altri io"». Commentando queste parole, il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas si interrogava se, in questo modo, il «cardinale fenomenologo» non avesse scorto, "sotto le vesti" dell'umano e, per così dire, dietro la sua immagine, «la verità dell'essere». La «verità dell'essere» è, per Wojtyla, l'originarietà della "communio" che leggiamo nel Genesi, dove tutti i rapporti sono cooriginari, perché l'uomo è creato «maschio e femmina», ossia sin dall'inizio come un «essere fatto per l'altro». Di qui, la possibilità di leggere alcuni dei momenti più discussi del pontificato di Giovanni Paolo II a proposito della morale sessuale e della dottrina della vita al di fuori di quella fredda miscela di biologismo scientista dietro cui si sono trincerati anche molti esponenti dell'attuale mondo ecclesiastico. Forse proprio la fase finale del Magistero di Wojtyla, in cui, all'immagine "giovanile" dell'«atleta di Dio» raccontata a tinte forti dalla stampa, si è andata sostituendo, poco a poco, complici la vecchiaia e il calvario doloroso della malattia, quella dell'umile «servo sofferente» di Isaia, ha contribuito a gettare una nuova luce sulla sua figura. Di certo ne ha messo in risalto l'intima fragilità e quindi, di riflesso, l'irrisolta complessità che intreccia lo spessore della sua opera intellettuale all'indiscutibile importanza storica che ha avuto il suo pontificato, ora che, nella più grande delle solitudini che un uomo possa soffrire, essa sembra avviarsi al termine.

Andrea Tagliapietra

 

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