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Nell'era della scienza trionfa l'occulto
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| Il Gazzettino - Cultura & Spettacoli- 14 dicembre 2004 |
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Fra trucchi e truffe la magia, oggi, non gode certo di buona stampa. Il chiassoso baraccone di paillette e pendolini, di sfere di cristallo e talismani, di tarocchi e conigli bianchi sembra proprio agli antipodi di ciò che anche il senso comune riconosce e raccoglie sotto l'etichetta di filosofia: l'impresa del pensiero che, in quanto scienza della verità per antonomasia, appare nemica giurata dell'illusione e dell'inganno. Ecco perché quella di "magia e filosofia" ci appare, alla stregua del diavolo e dell'acqua santa, la più improbabile delle endiadi. Ma dovremo ricredercene, almeno alla fine della lettura del brillante e singolare saggio di Massimo Donà, da poco uscito per i tipi di Bompiani, che titola, appunto, "Magia e filosofia"(pp. 207, 7,50 euro). Donà, ben consapevole della provocazione implicita in tale accostamento, ci guida in una briosa cavalcata attraverso la storia del pensiero e della cultura occidentali per dimostrare le innumerevoli occasioni di tangenza e di ibridazione fra il sapere di Socrate e quello di Cagliostro. Là dove, cioè, non solo magia e filosofia si sono incontrate e magari sfidate in singolar tenzone. Ma anzi, spinte da fatale attrazione, esse hanno dato vita ai due volti, mercuriale e sulfureo, di un'unica e suprema dottrina. Una sapienza in cui la "sciagurata distinzione" fra teoria e pratica appare abolita e dove la coscienza dell'orizzonte di tutte le cose come di un possente intreccio di legami vitali consente di accostarne il mistero, cogliendo la corrispondenza biunivoca che fa di ogni sapere un'operare e colloca ogni operare nella trama di un'infinita teoria. "La magia", scrive Donà, "deve dunque essere intesa come consapevole prolungamento della ragione finita; non come alternativa rispetto alla scienza. Essa implica un "fare" proteso alla definizione di un mezzo che esprima, sia pure simbolicamente, l'esistenza di relazioni capaci di infrangere e superare le barriere che normalmente sembrano separare e isolare le diverse esistenze fenomeniche". La magia è, cioè, brunianamente, "sapienza dei vincoli" e la filosofia è magia quando non perde di vista, di contro al sapere isolante della razionalità scientifica, il suo essere disciplina della relazione di ogni singola cosa con il tutto e del tutto con ogni singola cosa. Essa è la musica del mondo, che il mago-filosofo, come il supremo musicista, sa non solo ascoltare e decifrare, ma anche eseguire, modulandola per canone e variazioni. Non senza quella stessa ironia che già si apprezzava nelle pagine della "Filosofia del vino", Donà ammette di aver dovuto usare, talvolta, "stringente persuasione" per arruolare alcuni protagonisti della sua ampia rassegna, che va dai maghi caldei e dai sacerdoti egizi fino ai novecenteschi Freud, Jung e Heidegger. Infatti, se non desta particolare scandalo storiografico accostare il nome di "mago" a quelli di Pitagora, di Empedocle, dei tardi neoplatonici come Proclo e Giamblico, dei cabbalisti ebrei, degli alchimisti medievali e, finanche, dei già più prossimi Ficino, Pico della Mirandola, Campanella e Giordano Bruno, i problemi nascono quando fa la sua comparsa l'impresa ideologica della scienza moderna. Malgrado gli studi più recenti abbiano mostrato che, fra le carte di Bacone e Newton, gli scritti magici certo non mancavano e che il padre della teoria della gravitazione universale aveva nella ricerca alchimistica e nell'interpretazione dei testi apocalittici la sua "officina segreta", l'ideologia della scienza moderna nasce e pensa se stessa in soluzione di continuità vuoi rispetto l'imbarazzante "Wunderkammer" delle discipline magico-alchemiche, vuoi nei confronti della presunta astrattezza della filosofia. E', per dirla con Foucault, la fine della "prosa del mondo", che trasferisce il suo sapere, fatto di analogie, metafore e somiglianze, dalle pagine del libro della natura a quelle dell'arte e della letteratura. Tuttavia, come suggerisce Donà, il progressivo confino della questione del senso nel "ghetto" dell'estetica o dell'inconscio psicoanalitico, ha, per noi contemporanei, un prezzo elevatissimo: la resa senza condizioni al cieco poter fare della tecnica che, dimentica dei fitti legami che compongono la trama del tutto, non ha più alcuna "cura" del mondo e, di conseguenza, sembra ben avviata a distruggerlo.
Andrea Tagliapietra |
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Eroi
inquieti votati senza rassegnazione alla sconfitta
Il
Gazzettino - Cultura & Società
- 04 dicembre 2004. Al cuore di ogni mito
c'è l'eterna ripetizione di un gesto. I miti sono
la stilizzazione originaria, che a volte poteva essere accennata
nelle pallide liturgie dei riti che ne celebravano il culto,
non di un sapere, ma di un agire, non di una conoscenza,
ma della plasticità della vita stessa.
Addio
a Derrida, filosofo della differenza
Il
Gazzettino - Cultura & Società
- 10 ottobre 2004. Morire, aveva detto Jacques
Derrida in un famoso seminario tenuto a Cerisy-la-Salle,
nel 1992, è un attendersi, un aspettarsi ai "limiti
della verità", in quel luogo dove tutti, "marrani
d'ogni tipo, marrani che siamo, che lo vogliamo o no, che
lo sappiamo o no, e disponendo d'un numero incalcolabile
di età, di ore e di anni, di storie inattuali, contemporaneamente
più grandi e più piccole le une delle altre,
aspettandosi ancora l'una con l'altra, saremo senza fine,
più giovani e più vecchi, in un'ultima parola,
infinitamente finiti".
Il
tarlo dell'angoscia per lo stillicidio delle stragi
Il
Gazzettino - 17 settembre 2004.
Se la paura è il timore di qualcosa di determinato,
ossia dell'accadere o, al contrario, del non accadere di
un evento preciso, l'angoscia lascia chi ne è vittima
in preda al sentimento di una confusa incertezza.
Tutti
in piazza, ad affrontare insieme i grandi problemi dell'uomo
Il
Gazzettino - 16 settembre 2004.
I festival riportano la filosofia in piazza. La filosofia
fa il suo ritorno a casa, in quello spazio pubblico dell'agorà,
per dirla con la lingua filosofica per eccellenza, quella
degli antichi greci, dove, più di duemilacinquecento
anni fa, la splendida invenzione di Socrate aveva fatto
il suo ingresso nella storia.
UN
ACCORATO APPELLO A VIVERE DA UOMINI NON DA MARIONETTE
a commento del messaggio del papa
per la Giornata Mondiale della Gioventù del 2005.
Il Gazzettino
- 27 agosto 2004. Da un punto
di vista laico il bisogno di credere sembra essere legato
al desiderio di evitare l'angoscia dell'incertezza, dell'incomprensibilità
del mondo, dell'imprevedibilità della condotta degli
altri e dell'imponderabilità di ciò che ci
può capitare. Tuttavia, si crede soprattutto per
orientarsi e per dare un senso alla propria vita smarrita
e confusa.
GLI UOMINI
D'OGGI, CHE IMMATURI. ESERCITI DI ATTEMPATI BABY-BOOMER RITRONATI
DAL CULTO DELLA GIOVINEZZA"
Il Gazzettino
- 22
agosto 2004.
"Maturare", scriveva il poeta Wystan
Hugh Auden, "significa diventare consapevoli della
necessità, sapere quello che si vuole e prepararsi
a pagare il prezzo che questo richiede". La maturità
non è questione anagrafica e non si misura con il
computo degli anni. "Il Gazzettino", domenica
22 agosto, - Cultura & Spettacoli"
"CONTARE"
E "RACCONTARE" PER GOVERNARLO.
Ecco il trucco degli uomini, antico quanto il mondo, per
sottrarsi alla volatilità esistenziale ed essenziale
del tempo
Il Gazzettino
- 17
giugno 2004.
"Che cos'è
il tempo?", s'interrogava sant'Agostino nelle pagine
delle sue "Confessioni" spiritosamente evocate
da Camilleri, "se non me lo chiedono, io lo so; ma
se me lo chiedono, io lo ignoro".
EUROPEI
DI CALCIO: SALE LA FEBBRE. SOLO UN ITALIANO SU QUATTRO NON
LI VEDRA'
Il Gazzettino
- 08 giugno 2004.
Essere tifosi è una forma di dipendenza. Il tifoso
è un perfetto conformista del tutto privo di senso
critico. "Tifoso", ci spiega l'etimologia greca
della parola, è colui che ha la mente annebbiata
come chi ha la febbre. Per questo il tifoso sta agli antipodi
dell'autentico sportivo che sa valutare ciò a cui
assiste, cercando di esprimere, nei limiti del possibile,
un giudizio ponderato e personale.
LE
RAGIONI DEL DIRITTO
Il Gazzettino,
"Cultura & Società" - 20
maggio 2004. (...) in una prospettiva che tende a
depotenziare la pretesa di autoconsistenza del diritto positivo
si muovono le ricerche di due fra i maggiori studiosi di
filosofia e teoria generale del diritto del nostro Paese,
Francesco Viola e Giuseppe Zaccaria, che presentano ora
il volume "Le ragioni del diritto"(il Mulino),
un manuale che "si prefigge di perlustrare le basi
elementari del sapere giuridico, rendendole, nella misura
del possibile, accessibili a coloro che si accostano per
la prima volta allo studio del diritto".
MI
VEDO MA NON MI AMO. LA CORSA AL LIFTING
Il Gazzettino
- 2 marzo 2004. Sempre più
spesso accade che l'uomo contemporaneo si illuda di poter
risolvere un problema complesso, che convive intrecciato
con la sua soluzione, mediante una risposta esteriore e
valida per tutti, ossia automatica, semplice e rapida, legata
agli sviluppi della tecnica, vale a dire, in questo frangente,
con i progressi della microchirurgia estetica. Ma se il
lifting del corpo nasconde un mancato lifting dell'anima
i risultati saranno inevitabilmente deludenti.
ADDIO
A BOBBIO, ANIMA CRITICA DEL NOVECENTO
Il Gazzettino 10
gennaio 2004. Scompare a 94 anni il grande filosofo
torinese, che esercitò enorme influenza sul diritto
e sulla politica italiana per buona parte del secolo scorso.
Fu uomo del dubbio e del pessimismo contro i richiami dell'idealismo
e dell'utopia. Dal Partito d'Azione al socialismo liberale
Eroi inquieti
votati senza rassegnazione alla sconfitta
Al cuore di ogni mito c'è l'eterna ripetizione di
un gesto. I miti sono la stilizzazione originaria, che a
volte poteva essere accennata nelle pallide liturgie dei
riti che ne celebravano il culto, non di un sapere, ma di
un agire, non di una conoscenza, ma della plasticità
della vita stessa. Per questo il mito, a differenza del
discorso razionale, o della testimonianza storica dei fatti
(e alla stregua, semmai, di un tema musicale), è
in grado di sopportare molteplici variazioni e alterazioni,
arricchendosi e modulandosi ogni volta secondo nuovi significati,
ma conservando, nel gioco di tutte le varianti, la traccia
di un gesto, di uno schema dinamico che tende a ricomporsi
nel profilo di una narrazione. Difficilmente potremmo pensare
ad Ulisse senza l'atto del partire e del ritornare, del
viaggio, dell'avventura e della sfida ai limiti dell'ignoto,
ma anche dell'incantamento seduttivo delle parole, che Omero,
nell'"Iliade", paragona ai fiocchi di neve, che
ricoprono tutto il paesaggio, nascondendolo e trasformandolo,
analogamente a ciò che fa la bugia nei confronti
della verità. Prometeo, che ha nel nome la stessa
"metis", ovvero "l'astuzia sagace",
che caratterizza l'agire di Ulisse è, come il conquistatore
di Troia, abile ingannatore. Sia nella vicenda del fuoco,
che in quella del banchetto di Mekoné, dove assegnerà
alle divinità olimpiche il grasso, la pelle e le
ossa degli animali sacrificati, serbandone le carni preziose
per gli uomini, l'intelligenza prometeica sostituisce e
scambia. E' obliqua e accorta strategia della tecnica che
surroga l'insufficienza frontale innanzi alla forza della
necessità. Messo di fronte ad essa, infatti, Prometeo
deve ripiegare sconfitto. Così il titano giace incatenato
sulla rupe, che alcuni vogliono alle pendici del Caucaso,
mentre, simbolo di quella ciclica ripetizione dell'inesorabile
che anche le rotte di Ulisse tentano vanamente di spezzare,
un'aquila si avventa sul suo fegato che, pur divorato, sempre
e di nuovo ricresce. Anche Orfeo, nel nucleo più
famoso del mito, cerca di opporsi a ciò che per gli
umani è l'assolutamente irrimediabile, ossia la morte,
tentando di riscattare l'amata Euridice mediante il più
mellifluo degli incantamenti, quello della musica, del canto
e della poesia. Infine Faust, l'unico mito moderno ed ebraico-cristiano
di questa rassegna, l'unico ad avere, con ogni probabilità,
un fondo storico nell'esistenza del mago rinascimentale
Georg (o Johann) Faustus, riassume, soprattutto a partire
dal capolavoro di Goethe, la delusione, l'insoddisfazione
dell'uomo di fronte ai limiti del suo sapere e del suo stesso
agire, insieme al sogno di un loro magico e fantastico superamento.
Faust è il poderoso slancio liberatorio della negazione,
ma anche l'ambigua ferita del patto con il diavolo, che
denuncia l'insanabile complicità fra la libertà
e il male. Possiamo immaginare Ulisse, Prometeo, Orfeo e
Faust come figure di una stessa ostinata inquietudine che
spinge a cercare a ogni costo, a opporsi, a "dire di
no" anche contro se stessi. Allora, malgrado l'immemoriale
radice del loro gesto, quello dell'"uomo che s'aderge"
e che già l'"Antigone" di Sofocle definiva
la "cosa più terribile di tutte", essi
ci appaiono circonfusi da una moderna aria di famiglia.
Ribelli della necessità e votati senza rassegnazione
all'inevitabile fallimento, eroi della tecnica ma fieri
apostati di tutte le fedi e di tutte le religioni, essi
sembrano riassumere il destino della loro antica ma attualissima
eresia in quei magnifici versi dei "Quattro Quartetti"
di Eliot che proclamano la condanna e insieme la lode più
alta dell'intera umana semenza: "noi che non fummo
sconfitti/solo perché continuammo a tentare".
Andrea Tagliapietra
>inizio
pagina
Addio a Derrida,
filosofo della differenza
Morire, aveva detto Jacques
Derrida in un famoso seminario tenuto a Cerisy-la-Salle,
nel 1992, è un attendersi, un aspettarsi ai "limiti
della verità", in quel luogo dove tutti, "marrani
d'ogni tipo, marrani che siamo, che lo vogliamo o no, che
lo sappiamo o no, e disponendo d'un numero incalcolabile
di età, di ore e di anni, di storie inattuali, contemporaneamente
più grandi e più piccole le une delle altre,
aspettandosi ancora l'una con l'altra, saremo senza fine,
più giovani e più vecchi, in un'ultima parola,
infinitamente finiti". Non a caso Derrida, l'ebreo
algerino Derrida, sceglie, per parlare della morte, anzi,
per parlare di quel sintagma, per ciascuno di noi insurrogabile,
che è racchiuso tra le virgolette dell'espressione
"la mia morte", la figura del marrano. Si chiama
marrano, in senso figurato, chiunque resti fedele a un segreto
che non ha scelto. Un segreto che non va interpretato, quindi,
come una sorta di identità nascosta o di appartenenza
celata. Infatti, il segreto custodisce il marrano prima
ancora che lui lo custodisca. Il segreto è una delle
parole chiave che affiorano nell'opera del filosofo francese
e che va a sostituire, in qualche misura, ciò che
la tradizione filosofica chiama con il nome di "essere".
Il giovane Derrida, attento lettore di Husserl, Heidegger
e Freud, diffida del logocentrismo della tradizione metafisica
antica e moderna, che intende l'essere come un'identità
e una presenza originaria e lo riduce alla sua espressione
linguistica, alla parola come modalità chiara e distinta,
metaforicamente luminosa, della comunicazione e della conoscenza.
Per Derrida, memore della lezione heideggeriana della "differenza
ontologica" - ma anche dei continui contropiani dell'inconscio
freudiano -, l'essere è, invece, "differenza",
incommensurabile irriducibilità a qualsiasi forma
di identità, di unità e pienezza. Dell'essere,
cioè, noi sperimentiamo non immagini, come l'antica
lezione platonica del mito della caverna, all'inizio della
filosofia, voleva farci credere, ma tracce, orme, indizi,
segni dell'essere inattingibile come totalità e che,
come invece alludeva Eraclito, svelano ma insieme sempre
nascondono. Ecco che nella trama complessa dei primi due
grandi capolavori derridiani, "Della grammatologia"
e "La scrittura e la differenza", il filosofo
francese indica un cambio di prospettiva assai importante
per la filosofia contemporanea che, sia nella sua versione
continentale, che nella sua versione analitica, ossia anglo-americana,
ha posto al centro della riflessione la cosiddetta "questione
linguistica". All'origine del linguaggio, suggerisce
Derrida, non sta la voce, il risuonare della "parola
detta", ma la scrittura, un'archiscrittura che ci consente
di accedere all'essere non mediante lo schema della presenza
- la parola è sempre, almeno all'inizio, una parola
pronunciata -, ma attraverso quello della differenza, della
presenza-assenza che la scrittura custodisce. Fare filosofia
diventa allora una lettura doppia, ossia una decostruzione
delle tracce della testualità e delle parole della
tradizione del pensiero che è, insieme, una ricostruzione
creativa, una ricomposizione del testo alla stregua di una
glossa cabbalistica scritta fra il bianco e il nero della
Scrittura. Si manifesta, in questo nodo "grammatologico"
del pensiero di Derrida, l'influenza di un altro grande
maestro del pensiero contemporaneo, Emmanuel Lévinas.
In Lévinas e nelle fonti talmudiche della filosofia
ebraica Derrida trova la conferma del nesso fra il logocentrismo
della metafisica occidentale e la dimensione della violenza,
di cui trasuda tutta la storia dell'Occidente. Si dischiude,
così, al di là della riduzione della filosofia
derridiana alla fortunata formula del decostruzionismo,
- formula che, detto per inciso, Derrida stesso non amava
troppo ("decostruzione è una parola che non
mi è mai piaciuta e la cui fortuna mi ha spiacevolmente
sorpreso") e che tuttavia lo ha fatto diventare molto
popolare oltre oceano -, la fase matura del pensiero del
maestro francese, in cui l'impegno etico-politico e intellettuale
è emerso attorno ai temi "differenziali"
del segreto, dell'amicizia, dell'ospitalità e del
diritto alla filosofia come punto di vista cosmopolitico,
ovvero come presupposto di un'incondizionata ospitalità
universale fra le culture. "Ho il gusto del segreto",
diceva Derrida in quell'affollata aula in Boulevard Raspail,
a Parigi, dove chi scrive ha avuto il privilegio di ascoltarlo,
assieme a studenti e studiosi che venivano da tutte le parti
del mondo, "ho un moto di timore o terrore davanti
a uno spazio politico, per esempio, a uno spazio pubblico,
che non dia spazio al segreto. Per me, esigere che si metta
tutto in piazza e che non ci sia foro interno è già
il farsi totalitaria della democrazia. Se non si mantiene
il diritto al segreto si entra in uno spazio totalitario".
Il segreto, che per il Derrida filosofo era una delle metafore
dell'essere, diventa, per il Derrida politico, la cifra
di una resistenza, di un nome impronunciabile, che non è
più il teologico nome di Dio dei mistici, ma il nome
proprio di ciascuno di noi, il nome della nostra "difficile"
ma irriducibile libertà individuale, il nome della
"nostra" morte.
Andrea Tagliapietra
>inizio
pagina
Il tarlo dell'angoscia
per lo stillicidio delle stragi
Se la paura è il timore di qualcosa di determinato,
ossia dell'accadere o, al contrario, del non accadere di
un evento preciso, l'angoscia lascia chi ne è vittima
in preda al sentimento di una confusa incertezza. La paura
è connessa con la dimensione personale del pericolo,
da cui ci si può sempre guardare prendendo adeguate
contromisure. Invece l'angoscia, nelle sue sfumature più
o meno acute, ha a che fare con la sfera sfuggente del rischio
indifferenziato, con la sensazione, variabile per intensità
e circostanze, di un'insicurezza generalizzata e difficilmente
padroneggiabile. Il terrorismo globale che, dopo l'undici
settembre, sembra stringere il mondo nella sua morsa, ha
inaugurato, nell'immaginario degli occidentali, un'epoca
d'angoscia. La grande paura della bomba atomica e dell'apocalisse
nucleare, che ha caratterizzato la passata stagione della
guerra fredda, è diventata, oggi, uno stillicidio
angoscioso di imprevedibili catastrofi quotidiane, tanto
limitate e precise quanto profondamente insensate. Più
che la nostra razionalità è la nostra ragionevolezza,
il buon senso che tutti dovremmo possedere, a rifiutarsi
di collegare lo sterminio di impiegati nel loro ufficio,
di passeggeri in un aereo, di pendolari in un treno, di
giovani in una discoteca, di bambini al primo giorno di
scuola, con qualsivoglia causa religiosa o etnica, con qualsiasi
finalità politica. Per questo l'atto terroristico,
malgrado le migliaia di trasmissioni televisive, di articoli
giornalistici e di libri che cercano di spiegarne strategie
e motivazioni, rimane essenzialmente qualcosa di assurdo
e incomprensibile. Il terrorismo kamikaze, infatti, va molto
al di là del cinismo tattico per cui il fine giustifica
i mezzi. Per il terrorista i mezzi sono il fine: il terrore,
l'angoscia non sono un semplice strumento, ma la dimensione
vitale in cui godere del dolore, in cui compiacersene, in
cui eternizzare il proprio gesto con un'ecatombe di vittime
sacrificali. Non si tratta di un atto di guerra, ma di un
terribile rito innominabile. Il compiacimento per lo spettacolo
della sofferenza altrui e per il personale impegno a produrla,
che è la sostanza stessa della crudeltà -
si pensi all'orrore senza fine della scuola di Beslan -,
scava, più di ogni differenza culturale, religiosa
o politica, un fossato invalicabile fra gli uomini. Il terrorismo
diviene l'emblema del fondo inesprimibile del male. La percezione
di questa opaca impenetrabilità del terrorismo contemporaneo
alla ragione e alle ragioni della politica - persino di
quella politica portata avanti con altri mezzi che è,
da sempre, la guerra - è, oggi, molto accresciuta.
Se diamo uno sguardo ai dati del sondaggio Demos dell'Osservatorio
sul Nord Est, rispetto all'aprile del 2003, ossia all'indomani
della caduta di Saddam Hussein, aumentano i cittadini che
ritengono possibile un attentato terroristico nel nostro
Paese. E' evidente, almeno nel sentimento popolare, che
la decisione per la guerra in Iraq non ci ha affatto reso
più sicuri. Un'analoga convinzione, a quanto pare,
e malgrado le affermazioni contrarie del presidente Bush,
serpeggia nel popolo americano. La guerra infinita, che
Bush aveva annunciato dopo l'undici settembre, è
diventata una guerra indefinita. Almeno in Iraq, da una
soluzione del problema, come era stata presentata, è
diventata un problema, un ginepraio da cui non si sa più
come uscirne. Eppure, proprio l'interpretazione di questa
guerra infinita contribuisce, unficando la questione irachena
con il terrorismo integralista, con la questione cecena,
con quella palestinese, e così via, non potendo qui
elencare tutti i molteplici cantieri aperti del conflitto
globale, a dare l'impressione dell'esistenza di un nemico
unico, semplice e potente, là dove, invece, la realtà
è - quella sì - infinitamente più complessa,
sporca e intricata. Così l'inquietudine cresce, si
amplifica, proporzionalmente all'inafferrabilità
del nemico, al suo frustrante riproporsi come un'idra a
cento teste. Ciò che all'inizio pareva rassicurante,
la capillare messa in stato di guerra del pianeta alla ricerca
del nemico e la fermezza del suo comandante in capo, oggi
ci si ritorce contro. La nostra angoscia cresce e Bin Laden
è diventato un fantasma dell'immaginario occidentale
probabilmente assai più potente di quanto non avesse
mai sperato di esserlo.
Andrea Tagliapietra
>inizio
pagina
Tutti in piazza,
ad affrontare insieme i grandi problemi dell'uomo
I festival riportano la filosofia in piazza. La filosofia
fa il suo ritorno a casa, in quello spazio pubblico dell'agorà,
per dirla con la lingua filosofica per eccellenza, quella
degli antichi greci, dove, più di duemilacinquecento
anni fa, la splendida invenzione di Socrate aveva fatto
il suo ingresso nella storia. Chi l'avrebbe detto, solo
qualche anno fa, che una manifestazione, dove l'unico spettacolo
offerto agli occhi e alle orecchie degli spettatori è
quello di alcuni esseri umani seduti che parlano e cercano
di rispondere a domande sull'essere, sul vero, sul bello
e sul buono, poteva radunare in una città ben settantacinquemila
persone, ovvero un'autentica folla da concerto rock? E'
successo nel 2003 a Modena, che, ovviamente, quest'anno,
alla quarta edizione, spera di migliorare il suo record
di presenze. Ma prima, all'inizio del mese, c'è stato
il Festival della Mente, a Sarzana, con scienziati e filosofi
che si sono interrogati sul mistero della creatività
e, quindi, il Festival di Mantova, appena concluso, dove
la letteratura è spesso sconfinata nella filosofia,
anche in questo caso con lusinghieri risultati di pubblico.
A fine settembre, dal 24 al 26, toccherà ad Alghero
ospitare la festa del pensiero degli "Spazi del contemporaneo",
che sarà dedicata al tema cruciale di "comunicazione,
immagine e verità".
Nei festival e nelle numerose iniziative culturali che associazioni
e comuni organizzano, spesso in meravigliose località
di vacanza sparse lungo tutta la penisola, il pensiero filosofico
ha l'occasione di scendere dal piedestallo specialistico,
dallo sterile autismo di certa filosofia accademica, e avvicinarsi
ai problemi delle persone, alle grandi questioni che, nel
corso dei secoli, ne hanno conservato intatto il fascino:
la vita, la morte, la verità, la bellezza, la felicità,
la condotta morale, l'amore.
C'è qualcosa di sovranamente festivo nel pensare,
che ha a che fare con la gioia, con la liberazione e, come
diceva Aristotele, con la momentanea sospensione dalle necessità
e dal bisogno. Ma non si fa mai festa da soli. La dimensione
festiva del pensiero apre la meditazione solitaria del filosofo
all'esigenza di comunicare, di discutere, di mettere alla
prova le idee, di farle volare come variopinti aquiloni
nell'azzurro del cielo.
Qui il pensiero che, sin dall'inizio, non è mai stato
più mio che tuo, manifesta la sua autentica vocazione
ludica e corale. Si fa filosofia così come si gioca
e il gioco non coincide con la parte di questo o di quest'altro
giocatore. La filosofia non è una collazione di tesi
e di citazioni edificanti, analogamente alla musica di una
sinfonia, che non è la sequenza di note tracciate
sul pentagramma, ma l'intera esecuzione, ogni volta diversa,
tuttavia ogni volta altrettanto vera e reale come sa esserlo
la vita stessa. I festival, alla stregua della punta dell'iceberg,
sono solo la manifestazione più spettacolare di un
interesse sempre crescente nei confronti della filosofia
che si registra sia nelle iscrizioni alle facoltà
universitarie che nelle vendite della saggistica filosofica.
In un mondo in cui tutto, uomini, esseri viventi, idee e
cose, sembra servire a qualcosa e rispondere alla prepotente
e tirannica domanda dell'utile, la filosofia offre la prospettiva
ribelle e assolutamente sovrana di un sapere che non serve
a niente e a nessuno. Un sapere eminentemente critico, ma
non per questo strampalato, vago e astratto. Incontriamo
la concretezza della filosofia negli interstizi della vita,
là dove viviamo i drammi e le gioie delle domande
essenziali che danno forma alla nostra esistenza e alla
nostra convivenza con gli altri, là dove l'esercizio
dei saperi e dei poteri esperisce e ripropone la continua
questione del limite. Platone indicava la costituzione perfetta
come quella in cui i filosofi si facessero re o i re filosofi.
La democrazia, come migliore delle costituzioni imperfette,
richiede che tutti i cittadini siano un po' filosofi, perché
nessuno possa mai più arrogarsi il diritto diventare
loro re e padrone.
Andrea Tagliapietra
>inizio
pagina
UN ACCORATO
APPELLO A VIVERE DA UOMINI NON DA MARIONETTE
a commento del messaggio del papa per la Giornata Mondiale
della Gioventù del 2005.
Da un punto di vista laico il bisogno di credere sembra
essere legato al desiderio di evitare l'angoscia dell'incertezza,
dell'incomprensibilità del mondo, dell'imprevedibilità
della condotta degli altri e dell'imponderabilità
di ciò che ci può capitare. Tuttavia, si crede
soprattutto per orientarsi e per dare un senso alla propria
vita smarrita e confusa. Dal momento che non si riesce a
rintracciare un criterio, una norma, una regola, si avverte
l'urgenza di una guida. Il bisogno di credere in qualcosa
accompagna e custodisce la via dell'esperienza ed è
particolarmente forte in quell'età dell'esistenza
che ci fa gustare i sapori della vita per la prima volta.
Il messaggio del Pontefice per la "Giornata mondiale
della Gioventù", che si terrà a Colonia
l'anno prossimo, invita i giovani ad assegnare al Cristo
"il primo posto nella loro esistenza", non cedendo
alle seduzioni della vita materiale, al consumismo e agli
stili di vita publicizzati dai media, ma anche non aderendo
a concezioni del sacro evanescenti, superficiali e alla
moda. Il monito del Papa accosta il supermarket delle merci
a quello delle fedi, il fantasmagorico spettacolo degli
oggetti del desiderio del mercato globale a quello, altrettanto
abbacinante, delle credenze e dello spirito, invitandoci
così a riflettere sulla profonda differenza fra "credulità"
e "fede". La credulità, infatti, non è
la fede, bensì la sua astuta scimmia. Mentre il fedele
cerca la guida in se stesso, è consapevole di essere
custode della propria fedeltà, il credulo si arresta
all'apparenza, alla pellicola della superstizione, a quel
teatro dell'esteriorità in cui troppo spesso l'abito
fa il monaco e l'apparire coincide con l'essere. Il credulo
non vuole vincere l'angoscia e lo smarrimento, vuole solo
dimenticarsene. Ha bisogno di distrazione e inebriamento
e, per questo, cambia spesso credenza. Inganna e tradisce
le sue guide, ma, in realtà, cerca sempre di ingannare
se stesso. Quando il Santo Padre parla di idolatria mi sembra
intenda questa "quasi vita", priva di decisioni
e di impegno, che ha a che fare con la dimensione della
credulità. Il nostro tempo, infatti, può essere
giudicato, da più di qualcuno, come un'epoca di poca
fede, ma è, senza dubbio, un'epoca di grande credulità.
Una credulità che accomuna cattolici, fedeli di altre
religioni e non credenti. Per questo il Papa chiude il suo
messaggio estendendo l'invito a Colonia anche ai "cari
amici non battezzati" e a coloro che "non si riconoscono
nella Chiesa". La differenza fra "credulità"
e "fede" ci fa venire in mente quel bel passo
de "La sonata a Kreutzer" in cui Tolstoj ci parla
dei due modi per segnare la strada al viandante. "Esistono",
egli scrive, "due modi di indicare il cammino a chi
lo cerca, di dare indicazioni ad un viaggiatore; così
esistono anche due modi di guidare moralmente l'uomo che
cerchi la verità. Un modo consiste nell'indicargli
gli oggetti che dovrà incontrare sul suo cammino:
egli quindi si muoverà seguendo questi oggetti. Il
secondo modo consiste nel dare all'uomo solo l'orientamento
indicato dalla bussola che egli porta con sé, sulla
quale vede sempre una stessa, immutabile direzione e, quindi,
anche ogni deviazione da essa". "Il primo modo
è quello delle definizioni delle regole esteriori:
all'uomo vengono fornite determinate indicazioni di comportamento,
su quello che deve e non deve fare". E' questa, verrebbe
da aggiungere, la via della credulità, del meticoloso
legalismo di chi si attiene scrupolosamente alle forme dell'esteriorità
e dell'apparenza. "L'altro modo", prosegue Tolstoj,
"consiste nell'indicare all'uomo la perfezione, che
non potrà mai raggiungere, pur essendo conscio di
tendere ad essa: all'uomo viene proposto un ideale in realzione
al quale egli può sempre capire di quanto se ne stia
allontanando". In questo senso il messaggio del Papa
ai giovani, esteso a credenti e non credenti, appare un
accorato appello per una vita vissuta da uomini e non da
stupide marionette che si lasciano trascinare da tanto effimeri
quanto esigenti padroni.
Andrea Tagliapietra
>inizio
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GLI UOMINI
D'OGGI, CHE IMMATURI. ESERCITI DI ATTEMPATI BABY-BOOMER
RITRONATI DAL CULTO DELLA GIOVINEZZA"
"Maturare", scriveva il poeta Wystan Hugh Auden,
"significa diventare consapevoli della necessità,
sapere quello che si vuole e prepararsi a pagare il prezzo
che questo richiede". La maturità non è
questione anagrafica e non si misura con il computo degli
anni. La maturità ha a che fare con quel senso del
limite che, consentendoci di conoscere noi stessi, ci permette
di affrontare il mondo reale, fatto di speranze, di progetti
e di belle intenzioni, ma anche e soprattutto di moltissime
delusioni e fallimenti, di quell'inevitable sequenza di
dolori, di amarezze e di sconfitte che accompagna la vita
di ognuno. E' questo il prezzo della maturità di
cui parlava Auden. Un prezzo che, oggi, in quella parte
di globo in cui le promesse della civiltà della tecnica
si sono trasformate, almeno in parte, in concreta realtà
materiale, molti individui non vorrebbero più essere
costretti a pagare. La "sindrome di Peter Pan",
il bambino che non voleva crescere, come l'ha chiamata lo
psicologo americano Dan Kiley, sembra essere diventata il
destino psichico e sociale dell'umanità ricca. Eserciti
di adulti rimbambiniti, di attempati baby-boomer, di bambocci
dai capelli grigi, affollano un mondo organizzato nei termini
di un'immensa sala giochi, di una globale Disneyworld dell'intrattenimento
che va dall'esotico villaggio vacanze "all inclusive"
alla discoteca assordante piena di luci colorate e di effetti
laser; dal trastullo tecnologico dell'ultimo modello di
videofonino all'inutile e dannoso fuoristrada metropolitano;
dal culto della giovinezza del corpo da plasmare in palestra
alle follie al silicone della chirurgia estetica; dal delirio
degli innumerevoli sport da seguire e praticare con fanatica
ostinazione al consumo di farmaci e droghe più o
meno legali che, di volta in volta, eccitano e tranquillizzano,
stimolano e addormentano, concorrendo al doping più
letale, quello della realtà quotidiana. E là
dove le sostanze chimiche non raggiungono il cervello del
loro destinatario, ecco subentrare il capillare stordimento
dell'immaginario ad opera dei miti della grande "baby
sitter" di massa, la "cattiva maestra televisione"
di popperiana memoria. L'"Immaturità",
come titola il bel libro di Francesco M. Cataluccio da poco
uscito per i tipi di Einaudi (215 pagine, 19 euro), è
"la malattia del nostro tempo". Una malattia di
cui Cataluccio ricostruisce le credenziali culturali e le
manifestazioni salienti in un saggio di elegante e agile
scrittura, che si legge come un gradevole ma impietoso romanzo
dell'animo contemporaneo e della sua tragicomica degenerazione
infantile, intarsiata di splendide citazioni: da Lolita
al Piccolo Principe, da Ferdydurke al Giovane Holden, dai
manga giapponesi ai cartoons di Walt Disney, da Fellini
a Dino Risi, da Patty Pravo a Michael Jackson. Nel suo libro
forse più bello Kundera aveva profetizzato che "i
bambini non sono l'avvenire perché un giorno saranno
adulti; ma perché l'umanità si avvicina sempre
più a loro, perché l'infanzia è l'immagine
dell'avvenire". La romantica mitizzazione dell'infanzia
quale età dell'oro dell'autenticità umana,
dell'innocenza e della spontaneità, ma anche dell'ispirazione
e della creatività - ricordate il "fanciullino"
di Pascoli - getta le basi culturali per la giustificazione
sociale dell'immaturità e del giovanilismo ad ogni
costo. Per giungere, infine, all'eroe, sbruffone e arcitaliano,
de "Il sorpasso", il Bruno Cortona magnificamente
interpretato da Gassman, a cui Cataluccio dedica le pagine
forse più lucide e agrodolci del suo saggio. Perché
nella frenetica velocità e nell'assoluta incoscienza
del protagonista del film non c'è solo la raffigurazione
della miseria morale dell'Italietta dei primi anni '60,
per certi versi nostalgicamente evocata dagli avventurieri
dell'odierna Italia berlusconiana. Ne "Il sorpasso"
non è difficile scorgere la metafora, tragicamente
profetica, di quella megamacchina globale che l'irresponsabile
immaturità di un sistema-mondo basato sull'indefinito
incremento dei consumi, malgrado un contesto di risorse
limitate (vera riproduzione in termini economici del mito
dell'eterna giovinezza), sta trascinando, a gran velocità,
verso la catastrofe finale.
Andrea Tagliapietra
>inizio
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"CONTARE"
E "RACCONTARE" PER GOVERNARLO.
Ecco il trucco degli uomini, antico quanto il mondo, per
sottrarsi alla volatilità esistenziale ed essenziale
del tempo
"Che cos'è il tempo?", s'interrogava sant'Agostino
nelle pagine delle sue "Confessioni" spiritosamente
evocate da Camilleri, "se non me lo chiedono, io lo
so; ma se me lo chiedono, io lo ignoro". Noi facciamo
esperienza del tempo nella nostra carne che invecchia, nei
nostri sensi che divengono imprecisi, ottusi e sfuocati,
nell'orizzonte della prossimità degli affetti e della
vicinanza degli oggetti, che si trasformano: talvolta sbocciano
imprevisti, come le rose di un giardino, o crescono prepotenti,
come il frutto dell'albero o la statura d'un figlio, ma
molto più spesso, invece, si allontanano, si impoveriscono,
si disgregano e scompaiono. Tuttavia, quando cerchiamo di
dare forma alla nostra esperienza del tempo, prima o poi
ci imbattiamo sempre nelle perplessità di Agostino.
"Tempus fugit", dicevano gli Antichi, e questa
espressione può certo significare che il tempo dei
nostri giorni scorre e scivola via inesorabilmente, ma anche
che la sua stessa essenza, la piena comprensione di cosa
esso in realtà sia, ci sfugge, come la sabbia che
passa da un globo all'altro della clessidra. Per sottrarsi
alla volatilità esistenziale ed essenziale del tempo,
gli uomini, sin dalle epoche più remote della vicenda
umana, hanno usato due tipi di strategie: il "contare"
e il "raccontare", lo scandire numeri in sequenza
e il combinare parole in forma di narrazioni - il Tempo
e la Storia secondo il suggerimento di Antonio Tabucchi.
Queste due modalità stanno all'origine della grande
ripartizione tra il tempo della natura, ben presto divenuto
dominio del numero e del calcolo della fisica e dell'astronomia,
e dei tempi della storia che, come ci insegna l'antica parola
del mito, a lungo sono stati gli stessi della poesia. Mediante
il numero, che misura il tempo, e mediante le storie e i
racconti, che cercano di conservarlo nella memoria o di
rappresentarlo nelle fasi del suo passare, ma soprattutto
si sforzano di dargli un senso - forse facendoci diventare,
come sperava Thomas Mann, più saggi, più maturi
e più perfetti -, noi ci illudiamo di padroneggiare
il tempo o, almeno, di poterne in qualche modo disporre.
La prima grande trattazione del tempo nella storia del pensiero
occidentale si legge nelle pagine del "Timeo"
di Platone che definisce il tempo "un'immagine mobile
dell'eterno" che "procede secondo il numero".
Nella sua "Fisica", Aristotele correggerà
il maestro con la celebre formula per cui il tempo "è
il numero del movimento secondo il prima e il poi",
introducendo ciò che nel pensiero di Platone rimaneva
implicito, ossia la necessità, perché si dia
il tempo, di un "numerante", vale a dire di un
punto di vista. "Se è solo dell'anima la facoltà
di numerare", scrive infatti Aristotele, "allora
il tempo non esisterebbe senza l'anima". Sette secoli
dopo, le "Confessioni" di Agostino faranno eco
ad Aristotele, proclamando, fra le perplessità di
cui si diceva all'inizio, che "è in te, o anima
mia, che io misuro il tempo". Il tempo esteriore degli
spazi cosmici, di fronte ai quali, come ammonirà
Pascal, l'uomo si smarrisce e prova spavento, diviene, allora,
il tempo dell'interiorità e del pensiero, dell'"estensione
dell'anima". Senza il tempo, osservava Montaigne nei
suoi "Saggi", "nulla si possiede". Il
tempo della vita contrappone al tempo del mondo studiato
dalla scienza la coscienza di qualcosa che "si ha",
ma che non "si è", di modo che, quando
esso ci abbandona e non lo possediamo più, anche
la nostra vita si dilegua. Così, abbandonando all'indifferenza
dello spazio fisico il tempo della natura, newtonianamente
inteso come una serie di istanti omogenei, idealmente reversibili,
e sottoposti alle leggi matematiche della fisica galileiana,
e cosegnando all'interiorità della coscienza il tempo
umano dell'esistenza, il mistero del tempo è tutt'altro
che svelato. Il grande ingegno filosofico di Kant proverà
a conciliare il tempo oggettivo della fisica con la percezione
soggettiva della temporalità. Per l'autore della
"Critica della ragion pura" il tempo e lo spazio
sono le due "forme a priori" della sensibilità
che ci rendono possibile ogni esperienza. Allora, anche
nella sua forma scientifica, il tempo non è "fuori
di noi", ma dipende dalle strutture della nostra mente,
che comunque garantiscono ad esso un carattere universale
e necessario. Insomma, se è certamente vero che la
storia siamo noi, è altrettanto vero che anche il
tempo siamo noi. Lo iato fra la caducità irreversibile
del tempo dell'esistenza e l'indifferente simmetria del
tempo della fisica, insomma fra tempo dell'animo e tempo
della natura, è messo radicalmente in discussione
dagli sviluppi della fisica contemporanea. La scoperta dell'irreversibilità
dei fenomeni termodinamici smantella l'idea dell'istante
omogeneo e reversibile, mentre si afferma la non unicità
della serie temporale, vale a dire che non esiste un tempo
unico e universale per tutti gli eventi fisici. All'inizio
del Novecento, la teoria della relatività approfondirà
questa ipotesi, conducendo all'unificazione di tempo e spazio
in un solo continuum quadridimensionale. "Per noi che
crediamo nella fisica", scriveva Albert Einstein nel
1955, "la divisione tra passato, presente e futuro
ha solo il valore di un'ostinata illusione". Di fronte
a questa sparizione dell'oggetto-tempo della fisica, la
filosofia risponde rivendicando l'autonomia del tempo umano:
della "durata" interiore, con Bergson, del "vissuto"
della coscienza, con Husserl, della "finitudine"
dell'esistenza, con Heidegger e Sartre. Per il poeta William
Blake il tempo è "il dono dell'eternità",
che ci permette di distribuire l'intollerabile fardello
dell'essere, ossia la sua fatale irrimediabilità,
nella successione delle notti e dei giorni, nello scorrere
stesso della nostra vita. Mentre Agostino medita sul tempo,
una voce canta i "Salmi" nella chiesa di Ippona,
quando Leibniz pensa al "grande orologiaio" artefice
dell'universo una goccia di pioggia riga il vetro della
sua stanza, quando Cartesio e Kant riflettono sul tempo,
il fuoco crepita nelle loro stufe. L'esperienza del tempo,
dirà José Saramago, è come guardare
la propria faccia riflessa in un ruscello, dove l'acqua
è lo specchio che passa ma in realtà sta fermo,
mentre noi, che crediamo di essere fermi, invece stiamo
passando.
Andrea Tagliapietra
>inizio
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EUROPEI
DI CALCIO: SALE LA FEBBRE. SOLO UN ITALIANO SU QUATTRO NON
LI VEDRA'
"Sei tifoso di calcio?" è una domanda
innocente e banale che, nel nostro Paese, assume purtroppo
un risvolto assolutamente serio e un retrogusto quasi amaro.
Infatti, chiedere a qualcuno se tifa per una squadra di
calcio suona come una sorta di sondaggio indiretto sul tasso
di conformismo collettivo, sulla capacità degli italiani
di identificarsi più nei luoghi comuni dell'immaginario
nazionalpopolare, coltivati con cura dal sistema dei mezzi
di comunicazione di massa, che in una tradizione storica
culturalmente condivisa, nella rivendicazione di valori
etici e politici, insomma, in quel patriottismo costituzionale
che è il modo con cui i cittadini delle grandi nazioni
civili esprimono il loro spirito di appartenenza alla comunità.
In quale altra democrazia moderna il nome dell'attuale partito
di maggioranza relativa potrebbe essere, alla lettera, lo
slogan con cui si tifa per la Nazionale? Dichiarare di essere
tifosi significa sprofondare compiaciuti nella poltrona
in cui milioni di ragionier Fantozzi, "birra gelata
e rutto libero", si accingono a vedere l'ennesima partita
degli Azzurri, sentendosi finalmente parte integrata e integrante
della vasta massa di "ognuno" della nazione. Il
conformismo, scriveva Alexis de Tocqueville analizzando,
quasi duecento anni fa, la giovane democrazia americana,
è la "tirannia della maggioranza". Esso
"si incarica di fornire agli individui una quantità
di opinioni già fatte e li solleva dall'obbligo di
farsene delle proprie". Essere tifosi è una
forma di dipendenza. Il tifoso è un perfetto conformista
del tutto privo di senso critico. "Tifoso", ci
spiega l'etimologia greca della parola, è colui che
ha la mente annebbiata come chi ha la febbre. Per questo
il tifoso sta agli antipodi dell'autentico sportivo che
sa valutare ciò a cui assiste, cercando di esprimere,
nei limiti del possibile, un giudizio ponderato e personale.
Tuttavia, il tifo garantisce quel "surplus" di
attenzione rivolta non all'evento (il fatto sportivo), ma
all'accadere dell'evento (il fatto mediatico), che consente
la formazione di un pubblico di massa del quale faranno
tesoro i pubblicitari per veicolare i loro messaggi. Insomma,
la partecipazione all'evento è, per il tifoso, più
importante dei contenuti dell'evento stesso. Per questo
i tifosi guardano partite inguardabili e continuano a seguire
la loro squadra anche quando gioca male, quando trasgredisce
le regole del gioco o quando, come è accaduto di
recente, buona parte del mondo del pallone si abbandona
alla contraffazione dei bilanci e alla violazione dei valori
sportivi. D'altra parte, uno dei risultati più evidenti
della "tifosizzazione" del calcio è quella
sorta di paradosso mistico per cui, oggi, a proposito dello
sport più diffuso, per praticanti e non solo per
spettatori, del nostro Paese, è impossibile fare
un discorso prevalentemente tecnico, giungendo a delle conclusioni
fattuali e a delle conoscenze certe. Col passare del tempo,
sui giornali e nelle trasmissioni specializzate, l'esperto
di calcio - in primis il giornalista sportivo -, ha subito
una metamorfosi e ha cambiato pelle, diventando tifoso.
Anzi, come dimostrano i casi esemplari del professor Zecchi
e dell'opinionista Mughini, egli è esperto di calcio
esclusivamente in quanto tifoso. Del resto, come sapevano
già i retori e i sofisti dell'Antica Grecia, qualsiasi
discorso umano può essere ridotto al tifo. Basta
rinunciare al punto di vista esterno, a quel momento di
lucidità razionale che ci fa considerare con un occhio
diverso - e, quindi, con capacità critica - quel
mondo in cui, altrimenti, rimarremmo completamente immersi,
senza mai arrivare alla realtà dei fatti. Così,
la gravità del fenomeno-tifo in Italia non sta tanto
nell'overdose mediatica di partite, di immagini e di parole
sul calcio che ciascuno di noi deve quotidianamente sopportare,
quanto nell'estensione del modello del discorso calcistico
alla forma generale di ogni discorso pubblico. Se ammazzano
una studentessa universitaria in un vialetto de La Sapienza,
se un bimbo viene ucciso in circostanze misteriose a Cogne,
o se qualcuno afferma che c'è un buco nel bilancio
statale, l'opinione pubblica italica, lungi dal pretendere
la verità dei fatti su cui giudicare, non vede l'ora
di scegliere il campo, come le squadre prima del calcio
d'inizio, per poi gioire di ciò che sta al posto
del fatto, ossia dell'interminabile teatrino delle dichiarazioni
e dei pareri. Così il sacro culto del tifo calcistico
finisce per essere nient'altro che la maschera, solo apparentemente
lieve e scherzosa, di un Paese dei Balocchi in cui i fatti
diventano, prima o poi, un fastidioso "optional"
rispetto al laico rosario delle opinioni schierate.
Andrea Tagliapietra
>inizio
pagina
LE
RAGIONI DEL DIRITTO
Nella versione del mito delle origini che Platone ci racconta
nel "Protagora" l'uomo parte da una posizione
di assoluto svantaggio. Non solo, a differenza degli altri
animali, non ha ricevuto nulla dalla prima distribuzione
delle doti naturali affidata ad Epimeteo, ma, anche quando
Prometeo, cercando di rimediare all'errore del fratello,
dona all'uomo il fuoco delle tecniche, queste non servono
affatto ad insegnare agli uomini a vivere insieme. Divisi
e isolati, gli esseri umani soccombono pur sempre alle fiere
e, allorché si riuniscono fra loro, cadono vittime
di una guerra infinita. Finché Zeus, preoccupato
per l'estinzione della specie, invia Ermes con due nuovi
doni per l'umanità, il rispetto e la giustizia, perché
entrambi vadano a costituire l'ordine della vita in comune,
generando vincoli di solidarietà e amicizia. Il diritto
non è né una tecnica, né inerisce alla
naturalità dell'uomo. Ponendo "dìke"
fra le mani di Ermes, dio del linguaggio, il dettato del
mito platonico consiglia come il diritto appartenga, al
di là di ogni approccio giuspositivistico, alla sfera
dell'interpretazione. Si pensi, certo, all'esempio del giudice
che, con le sue sentenze, applica "in concreto"
la legge, determinando, insieme, un accrescimento del sapere
giuridico. Il valore dell'ermeneutica nel diritto, però,
non si ferma al problema dell'interpretazione in senso stretto,
ossia della funzione di armonizzazione che il giurista compie
fra il contenuto della formula giuridica e l'attualità
dell'evento presente. E' il senso stesso del diritto, nel
suo complesso, a rivelare una struttura intrisecamente ermeneutica.
Su questa via e in una prospettiva che tende a depotenziare
la pretesa di autoconsistenza del diritto positivo si muovono
le ricerche di due fra i maggiori studiosi di filosofia
e teoria generale del diritto del nostro Paese, Francesco
Viola e Giuseppe Zaccaria, che presentano ora il volume
"Le ragioni del diritto"(il Mulino), un manuale
che "si prefigge di perlustrare le basi elementari
del sapere giuridico, rendendole, nella misura del possibile,
accessibili a coloro che si accostano per la prima volta
allo studio del diritto". Il diritto, per Viola e Zaccaria,
deve esistere alla maniera di un brano musicale. Infatti,
come una sinfonia sussiste perché vi è un'orchestra,
uno spartito, dell'aria da far vibrare, delle orecchie che
ascoltano, benché nessuno di questi elementi sia,
propriamente, la sinfonia stessa, così il diritto,
all'interno della storia del pensiero giuridico, si esprime
attraverso vari elementi essenziali, le regole, le sanzioni,
le istituzioni, le procedure e le azioni, sebbene non si
identifichi del tutto con nessuno di essi. Eppure il diritto,
anche se inteso più come una "prassi interpretativa"
che come un "castello di norme e di concetti",
non può mai dimenticare la funzione vitale che il
mito del "Protagora" già gli affidava.
L'uomo ha bisogno del diritto. Gli animali non usano il
diritto, vivono ordinatamente in gruppo senza bisogno di
regole giuridiche. Le società umane, invece, senza
il diritto non potrebbero sussistere. Anche se nel corso
della storia non sempre è stato possibile distinguere
il diritto dalle altre sfere della vita pratica (come il
costume, la morale, la religione, la politica o l'economia),
la "giuridicità" è sempre stata
indispensabile alla società. Perché il diritto
svolge delle funzioni che sono essenziali alla realizzazione
dell'esistenza umana, quali l'esigenza di dare ordine e
sicurezza alla vita sociale, sottoponendo l'esercizio del
potere pubblico e privato a diversi vincoli. Qui, adempiendo
alla sua funzione di ordinamento e contenimento, il diritto
incontra, di volta in volta, i limiti storici della sua
applicazione, che però, nella prospettiva ermeneutica,
sono anche il punto di partenza della sua continua rivedibilità.
"La riflessione sull'esperienza giuridica", suggeriscono
Viola e Zaccaria, "ha come obiettivo principale un'opera
incessante di autocorrezione, affinché il diritto
sia come deve essere".
Andrea Tagliapietra
>inizio
pagina
ADDIO
A BOBBIO, ANIMA CRITICA DEL NOVECENTO
Guardando all'opera filosofica e
alla figura intellettuale di Norberto Bobbio mi viene in
mente quell'immagine che Thomas de Quincey evocava sulla
soglia della sua visionaria biografia di Kant. "Parlava
di se stesso", scrive de Quincey del filosofo, "come
di un ginnasta che avesse continuato, per quasi ottant'anni,
a conservare l'equilibrio sulla corda tesa della vita".
Ecco, per Bobbio, nell'arco della sua lunga esistenza di
"figlio del secolo", come lui stesso amava definirsi,
la filosofia è stata essenzialmente arte dell'equilibrio,
ricerca metodica, puntuale e circostanziata, nei suoi principi
teorici come nella sua applicazione pratica, di quell'"in
medio" dove, secondo la famosa massima della saggezza
antica, "stat virtus". Ma l'equilibrio è,
negli scritti bobbiani, tanto disciplina del distacco teoretico,
quanto esercizio di prudenza e pazienza intellettuale, professione
di "moderatismo" politico ma, insieme, riconoscimento
dell'irriducibile complessità del reale che, lungi
dall'essere forzata in direzione di una sintesi, di una
conciliazione ad ogni costo, rimane ben radicata nella dimensione
dell'analisi, sospesa nella pensosa precarietà dell'esperienza
e della storia. Nei numerosi interventi autobiografici che
hanno costellato gli ultimi anni della sua vita Bobbio si
definiva un uomo del "per lo più". "La
mia esperienza", scriveva in una "Risposta ai
critici" del 1992, "mi ha insegnato che nella
maggior parte dei casi della vita pubblica e privata, "per
lo più" le soluzioni, se non migliori, meno
cattive, sono quelle di chi rifugge dagli "aut aut"
troppo netti, o di qua o di là". Uomo del "per
lo più" significa, di conseguenza, uomo del
"dubbio", dell'appartenenza "alla schiera
dei "mai contenti"", degli insoddisfatti,
degli scontenti innanzittutto di se stessi. Si potrebbe
dirlo, quindi, un "idealista deluso", un "pessimista
della ragione" e "anche un po' della volontà",
come Bobbio era solito aggiungere, contrapponendosi al facile
adagio che associa alla lucidità razionale dell'aspettarsi
il peggio, l'ottimismo incongruente del volere, che si ostina,
malgrado tutto, ad intervenire sul reale per trasformarlo.
Ma per poter trasformare il mondo, incalzava Bobbio, parafrasando
criticamente l'undicesima "Tesi su Feuerbach"
di Marx, motto aureo di tutti i rivoluzionari, bisogna prima
averlo compreso. Invece, al fondo della visione della realtà
di Bobbio rimane una zona d'ombra, una resistenza delle
cose che ha a che fare con la storia e con la concreta opacità
dell'orizzonte delle forze che la compongono e la muovono,
impedendo quella perfetta trasparenza dello sguardo teoretico
che sempre sta dietro ogni sintesi sistematica unitaria.
E quel fondo indecifrabile non era, forse, ciò che
Kant chiamava il "male radicale", Gerhard Ritter
il "volto demoniaco del potere" ed Elias Canetti
la "maschera del potere invisibile"? All'unità
del pensiero "puro" Bobbio contrapponenva, così,
il pensiero impuro del dualismo fra mondo dei fatti e mondo
dei valori, fra essere e dover essere, fra sensazioni ed
emozioni. Filosofo "puro", del resto, Bobbio non
lo era mai stato, avendo conseguito la prima laurea in Giurisprudenza,
con una tesi di Filosofia del diritto, discussa, nel 1931,
con il grande maestro dell'ateneo torinese Gioele Solari.
Si laureerà in Filosofia solo due anni dopo, nel
1933, discutendo con Annibale Pastore una dissertazione
su "Husserl e la fenomenologia". Solari, Pastore
e in seguito Piero Martinetti, ma anche le amicizie del
Liceo "d'Azeglio", prima (i vari Leone Ginzburg,
Giorgio Agosti, Cesare Pavese, Massimo Mila), e dell'Università,
poi, cioè l'ambiente culturale della Torino della
fine degli anni Venti e dell'inizio degli anni Trenta, orientano
il giovane Bobbio in una direzione diametralmente opposta
rispetto all'idealismo di Croce e Gentile, che domina la
scena del pensiero italiano di allora. Come lo stesso Bobbio
avrà modo di scrivere in un gustoso ritratto della
cultura piemontese composto nel 1979, "è un
fatto che a Torino l'idealismo filosofico non attecchì.
Negli anni in cui l'idealismo diventò la filosofia
dominante, Torino rimase refrattaria alla nuova scuola".
Contro l'idealismo la cultura torinese contrapponeva l'eredità
del positivismo ottocentesco, inteso, tuttavia, non come
filosofia positiva, alla Ardigò, bensì come
metodo scientifico applicato allo studio dei problemi dell'uomo
e della sua storia. Un positivismo delle scienze umane,
cioè, ma che faceva tesoro anche delle aperture verso
l'empiriocriticismo di Mach e dei viennesi e, soprattutto,
dell'insegnamento del grande matematico e logico piemontese
Giuseppe Peano. In questo clima torinese, in parallelo con
gli esordi dell'amico di allora, l'allievo di Peano Ludovico
Geymonat a cui lo accomunava l'anti-idealismo, Bobbio elabora
il suo approccio positivo alla filosofia del diritto. Di
contro ai "Fondamenti di filosofia del diritto"(1916)
di Gentile, dove, sulla scia inaugurata da Hegel, si disquisiva
speculativamente di "concetto" e di "idea"
del diritto, di "compito ontologico" e di "compito
deontologico", Bobbio sostiene, complice l'influsso
della fenomenologia di Husserl e della filosofia giuridica
tedesca, un approccio avalutativo e analitico, in cui si
afferma il principio che il diritto è costituito
da "norme", ossia "prescrizioni", logicamente
irriducibili. Queste, inoltre, per essere tali debbono rispondere
al "principio di efficacia", ovvero debbono essere
dotate di efficacia reale in una determinata società.
Iniziata a Camerino nel 1934, all'età di ventitré
anni, la sua lunga carriera universitaria - che lo vedrà
docente di Filosofia del diritto a Siena, a Padova e poi
a Torino dove, nel 1972, passerà da Giurisprudenza
alla nuova facoltà di Scienze Politiche, insegnando
Filosofia della politica fino al 1979 e diventandone professore
emerito nel 1984 -, di quegli stessi anni sono i primi saggi
della sua monumentale bibliografia scientifica, che vanta
più di mille titoli (si veda, in proposito, la "Bibliografia
degli scritti di Norberto Bobbio", a cura di C. Violi,
(Franco Angeli Editore)). Vanno ricordati, per il periodo
precedente alla Liberazione, "L'indirizzo fenomenologico
nella filosofia sociale e giuridica", del 1934, e "L'analogia
nella logica del diritto", del 1938. Negli anni senesi
si occupa dell'edizione critica della "Città
del Sole" di Tommaso Campanella, che vedrà la
luce nel 1941, presso Einaudi, mentre del 1944 è
"La filosofia del decadentismo", tradotta in castigliano
nel 1946. Sono anni in cui Bobbio perfeziona la sua formazione
filosofica alternando i "classici" alla filosofia
tedesca del Novecento e prendendo le distanze, con il lavoro
su Campanella, dalle seduzioni del pensiero utopico. Filosofo
del diritto "sub specie iuris" piuttosto che "sub
specie philosophiae", come amava dirsi, ritenendo tale
disciplina rivolta più ai giuristi che ai filosofi,
sviluppa i suoi corsi universitari alternando l'interesse
più propriamente teorico a quello storico. Decisivo,
nell'immediato dopoguerra, è l'incontro di Bobbio
con la "Teoria generale del diritto e dello Stato"(1945)
di Hans Kelsen, che, assieme ad Adolf Reinach, Alf Ross
ed Herbert Hart, costituirà, d'ora in avanti, un
punto di riferimento costante per il suo approccio alla
disciplina, testimoniato da quella "Teoria generale
del diritto"(Giappichelli, 1993) che riunirà
i corsi su quest'argomento tenuti nella seconda metà
degli anni Cinquanta. Accanto a Kelsen, il filosofo che
ha più decisamente influito sul pensiero di Bobbio
è, senza dubbio, Thomas Hobbes, oggetto di alcuni
corsi e di una fondamentale raccolta di saggi (Einaudi,
1989). Da Hobbes il filosofo torinese assume l'idea dell'individualismo,
del contratto e della pace ottenuti mediante la costituzione
di un potere comune, di un certo pessimismo sulla natura
umana e sulla storia, ma anche la chiarezza espositiva contrapposta
alle fumisterie di certa filosofia contemporanea, rappresentata,
per Bobbio, in primis da Heidegger, "il principe delle
tenebre". Hobbes, Rousseau e Kant servono a Bobbio
per temperare il concetto liberale di "libertà
negativa" con quello democratico di "libertà
positiva", ossia di quella libertà che "consiste
nell'obbedire alla legge che ognuno dà a se stesso".
Del resto, dei dieci autori, cinque classici, cinque contemporanei,
che Bobbio riteneva centrali per la sua formazione, i primi
erano Hobbes, Locke, Rousseau, Kant ed Hegel, i secondi
Croce, Cattaneo, Kelsen, Pareto e Weber. Fra gli scritti
ad essi dedicati come non ricordare, per esempio, "Locke
e il diritto naturale"(1963), "Diritto e Stato
nel pensiero di Kant" (Giappichelli, 1957), il bel
volume "Da Hobbes a Marx"(Morano, 1965), "Una
filosofia militante. Studi su Carlo Cattaneo"(Einaudi,
1971), gli "Studi hegeliani"(Einaudi, 1981), i
"Saggi su Gramsci"(Feltrinelli, 1990) o, infine,
"L'età dei diritti"(Einaudi, 1990)? Soprattutto
dopo il 1976, con l'inizio della sua collaborazione con
il quotidiano "La Stampa", l'attività filosofica
e accademica di Bobbio si intreccia sempre più intimamente
con quella politico-intellettuale, già avviata ai
tempi di "Politica e cultura"(Einaudi, 1955).
Nel confronto fra l'anima liberal-democratica, a cui aderiva
dai giorni della Resistenza e della militanza nel Partito
d'Azione, e l'anima comunista, allora in posizione egemonica
nella cultura della sinistra italiana, Bobbio coglie l'occasione
per inserire le sue riflessioni sulla democrazia, sulla
teoria dello Stato, sul tema della pace, sui diritti dell'uomo,
che vedranno ampia diffusione in volumi come "Quale
socialismo?"(Einaudi, 1976), "Il problema della
guerra e le vie della pace"(1979), "Il futuro
della democrazia"(Einaudi, 1984), "Stato, governo
e società"(Einaudi, 1985), "Una guerra
giusta?"(Marsilio, 1991), fino all'autentico "best-sellers"
di "Destra e sinistra"(Donzelli, 1994). Nell'ultimo
Bobbio la lucida vena illuministica della giovinezza e della
maturità, con il suo impegno pubblico e militante,
si mescola ad una introspezione e ad una meditazione autobiografica
che non evitano qualche punta di disincantata amarezza -
"De senectute"(Einaudi, 1996) e "Autobiografia"(Laterza,
1997) - colorandosi di quelle tonalità morali che
indicano nella "mitezza"("Elogio della mitezza"(Pratiche,
1998)), ossia nella "più impolitica delle virtù",
l'attitudine "fondamentale" dell'uomo democratico,
il presupposto etico, ma anche sentimentale ed emotivo,
a cui, solo in seguito, il diritto e la politica provvederanno
a dare forma, istituzioni e ragioni.
Andrea Tagliapietra
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MI
VEDO MA NON MI AMO. LA CORSA AL LIFTING
Vuoi per correggere un presunto difetto del proprio aspetto,
vuoi per invertire il corso dei segni del tempo, ci si rivolge
al bisturi del chirurgo perché non ci si piace, perché
ciò che si scorge alla mattina, nel riflesso dello
specchio, non è quello che si vorrebbe vedere. Questa
insoddisfazione, che tranne alcuni casi particolari, legati
a patologie, malformazioni o lesioni traumatiche, ha a che
fare con il rapporto che ciascuno di noi intrattiene con
la propria immagine, è, ovviamente, di carattere
psichico ed esistenziale. Infatti, l'immagine interna, per
così dire "ideale", che abbiamo di noi
stessi, non coincide mai con quella "oggettiva",
restituitaci dagli specchi. L'esperienza comune che, quando
siamo sopra pensiero, ci fa sobbalzare innanzi al nostro
riflesso in una vetrina o nella specchiera di un armadio
come se ci trovassimo di fronte ad un perfetto estraneo,
ci dice che l'immagine che guardiamo intenzionalmente allo
specchio è un'immagine già modificata e interpretata,
resa familiare dall'abitudine e dal nostro amore per noi
stessi. Quando qualcosa di questo amore per noi stessi che
sta alla base dell'identità personale non funziona,
sia per eccesso che per difetto, accade, come per la regina
cattiva di Biancaneve, che si voglia mandare in frantumi
lo specchio e, con esso, la nostra stessa immagine "ideale".
Questo medesimo meccanismo di elaborazione dell'immagine
di sé in immagine "idealizzata" funziona
a meraviglia anche per le figure delle persone amate. Esiste
una sorta di assuefazione all'immagine delle persone che
ci sono affettivamente più vicine, nella cui percezione
un sentimento di costanza prevale sul mutare dell'aspetto.
Le madri invecchiano poco agli occhi dei figli e i figli
conservano, nello sguardo dei genitori, l'incancellabile
tratto del bambino che furono. Gli amanti la cui passione
non è spenta si vedono, in qualche misura, sempre
uguali al giorno del primo appuntamento. Come splendidamente
riassumeva Marcel Proust, "ogni viso che amiamo è
uno specchio del passato". "Sono proprio loro,
gli amanti", gli fa eco un altro grande scrittore,
José Saramago, "gli unici esseri umani che,
come sono si vedono. E' questo, del resto, il modo più
difficile di vedere". Tuttavia, sempre più spesso
accade che l'uomo contemporaneo si illuda di poter risolvere
un problema complesso, che convive intrecciato con la sua
soluzione, mediante una risposta esteriore e valida per
tutti, ossia automatica, semplice e rapida, legata agli
sviluppi della tecnica, vale a dire, in questo frangente,
con i progressi della microchirurgia estetica. Ma se il
lifting del corpo nasconde un mancato lifting dell'anima
i risultati saranno inevitabilmente deludenti. Nella pellicola
di Pedro Almodovar "Tutto su mia madre" il simpatico
personaggio transessuale del film enumera i vari interventi
di chirurgia plastica che lo avevano portato ad essere quasi
una donna e osserva: "costa molto essere autentica,
signora mia; e in questo non bisogna essere tirchia, perché
una è tanto più autentica quanto più
assomiglia all'idea che ha sognato di se stessa". Fatta
l'eccezione del caso in questione, che è connesso
con il riflesso somatico dell'identità sessuale,
a cui, una volta chiariti i risvolti psicologici ed esistenziali
di una scelta, la chirurgia, non solo estetica, può
certo dare un aiuto, verrebbe da chiedersi se e in che misura
siamo veramente padroni di quelli che chiamiamo i nostri
sogni. A volte anche il pifferaio magico è preda
dell'incantamento della sua musica se è vero che
il grande persuasore assai poco occulto del nostro Paese,
il presidente Berlusconi, ha sentito il bisogno di rifarsi
la faccia, forse solo per darsi un po' di sicurezza. Quanti
seni, quanti nasi, quanti glutei, quante facce stirate,
quante labbra carnose vengono attinti, nell'immagine desiderata
di sé, non da un'idea di bellezza, né, tantomeno,
dal proprio vissuto personale e dall'immagine costriuita,
nel corso del tempo, dall'incrocio dell'amore di sé
con quello degli altri, ma piuttosto dall'imitazione solitaria,
rassicurante come ogni imitazione, dei seni, dei nasi, dei
glutei, delle facce stirate e delle labbra carnose, isolati
e senza tempo, messi a disposizione dal bazar dell'immaginario
collettivo? Infatti, il paradosso della chirurgia plastica
di massa è che la ricerca dell'autenticità
e dell'unicità che essa sembra promettere conclude,
al contrario, nella più piatta ripetizione seriale,
nel conformismo di una norma estetica stereotipata e impersonale,
che vale, qui ed ora, come una seconda natura. Alquanto
più capillare, meccanica e metodica, tuttavia, di
quella natura sacralizzata in cui credevano gli antichi
e che, nelle sue regole come nei suoi lapsus, ci regalava
lo strabismo di Venere, il naso di Cleopatra e, in generale,
quel sottile fascino che accomuna il gioco del pudore con
l'imperfezione del difetto e che è intimamente connesso
con il mistero dell'erotismo. Mistero che si è del
tutto dileguato in un mondo in cui le labbra rifatte di
migliaia di donne sono sempre le stesse labbra turgide e
gonfie, riconoscibili alla stregua di un marchio, sul viso
della Parietti come sul volto della nostra vicina di casa.
Andrea Tagliapietra
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