. . ANNO 2004 .ANNO 2003. .  

 

RASSEGNA STAMPA DI ANDREA TAGLIAPIETRA
ARCHIVIO 2003


LA FILOSOFIA DEL VINO, GRANDE DIFENSORE DELLA VERITA'

Il Gazzettino - 21 ottobre 2003

In perfetta coincidenza con l'epoca della vendemmia e del "ribollir dei tini", giunge in libreria la bella e divertente "Filosofia del vino" di Massimo Donà (Bompiani, pp. 232, 8 euro, prefazione di Giulio Giorello) ...
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ANIMALI BRAVA "GENTE"

Il Gazzettino - 17 ottobre 2003.

Per Cartesio gli animali sono una sorta di automi meccanici: macchine prive di sensibilità e di sentimento di sé (...) "Evidentemente", commentava il grande naturalista Linneo, "Cartesio non ha mai visto una scimmia"...
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CALCIOSFERA MORBO VIRALE

Il Gazzettino - 30 settembre 2003. Il calcio di cui tutti continuano a parlare non è né un gioco, né un evento sportivo, né uno spettacolo, a volte appassionante, a volte un po' noioso e deludente ...
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PAOLO MARZOLO E LA "SCIENZA NUOVA" DEL LINGUAGGIO: un convegno itinerante

Il Gazzettino - 18 settembre 2003. Nell'epoca degli specialismi e delle feroci rivalità settoriali, che contribuiscono a scavare invalicabili fossati soprattutto fra le cosiddette discipline umanistiche e quelle scientifiche, comprendere una figura di studioso come quella del padovano Paolo Marzolo ...
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CI SONO FORME PIU' GRAVI DI DISIMPEGNO

Il Gazzettino - 11 febbraio 2003. Verginità, castità, sacrificio, vita interiore. Le parole del papa, ieri, durante l'Angelus, soffiavano sull'estate torrida con la forza di un vento gelido siberiano
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ELOGIO DELL'«ALVEARE», STILI DI VITA

Il Gazzettino - 11 febbraio 2003. L'architettura moderna ci ha abituato ad un'immagine negativa, ma Juan Antonio Ramirez ne scopre le origini
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RICORDARE PER RIMODELLARE IL PRESENTE

Il Gazzettino 27 gennaio 2003. GIORNATA DELLA MEMORIA. Appena pubblicato il bel "Dizionario" di Nicolas Pethes e Jens Ruchatz
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AZZURRO, IL COLORE DELLE IDEE

Il Gazzettino 17 gennaio 2003. Di che colore sono le idee?
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UN ALIBI POTENTE PER ESONERARCI DALLE SCELTE

Il Gazzettino 8 gennaio 2003. Ogni epoca si rispecchia nell'immagine del futuro che le appartiene.
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LA FILOSOFIA DEL VINO, GRANDE DIFENSORE DELLA VERITA'

Frate Lorenzo, che nel "Romeo e Giulietta" di Shakespeare chiamò la filosofia "dolce latte nelle avversità", non sapeva proprio ciò che diceva. Se una bevanda dev'essere accostata a quella scienza filosofica di cui Aristotele rivendicava il primato, assieme alla più sovrana delle inutilità - "tutte saranno più necessarie di questa, ma superiore a questa nessuna" -, tale liquido non è certo il pallido nutrimento dei poppanti che, simbolo buonista di benigna cura e di provvidente salubrità, i lettori delle Scritture ritroveranno, post mortem e alla fine dei tempi, nella paradisiaca Terra Promessa, dove, com'è noto, scorrono abbondanti, ma pur sempre analcolici e dolciastri, fiumi di "latte e miele". Infatti, se di latte si deve proprio trattare, la filosofia, sin dall'inizio, mostra di prediligere quel "buon latte d'autunno" che il gigantesco neonato Gargantua, nel capolavro rinascimentale di Rabelais, sugge "a strozzacanna", con estatica soddisfazione, al posto del latte materno.
Quella di filosofia e vino appare un'endiade in qualche modo obbligata perché, come insegna l'insospettabile nordico Kierkegaard - da cui, semmai, ci aspetteremmo birreschi furori - declinando filosoficamente il proverbiale "in vino veritas" degli ubriaconi sinceri, v'è una sorta di reciproca e assidua dedicazione del succo d'ottobre all'inebriante frequentazione della verità. Ossia, come scrive il filosofo danese, "quando il vino è una difesa della verità e la verità una difesa del vino".
Ecco allora che in perfetta coincidenza con l'epoca della vendemmia e del "ribollir dei tini", giunge in libreria la bella e divertente "Filosofia del vino" di Massimo Donà (Bompiani, pp. 232, 8 euro, prefazione di Giulio Giorello), una frizzante e jazzistica improvvisazione sul nesso fra il succo di Dioniso e la sapienza di Atena, che attraversa la storia della filosofia con disinvoltura e studiata levità, dalle baccantiche agitazioni dei presocratici, ai bistrò parigini degli esistenzialisti, dalle estasi platoniche alle preoccupazioni mediche di Aristotele, dalle lodi alla sobrietà del bevitore pentito sant'Agostino, ai bianchi e ai rossi che Kant amava offrire ai suoi allievi e commensali.
Tuttavia, il libro di Donà non è soltanto, come troppo sbrigative recensioni hanno evidenziato, una ricca e curiosa raccolta di aneddoti sulla tragicomica deriva dello spirito "di-vino", dalle rarefatte atmosfere della metafisica greca e della teologia della transustanziazione del sangue di Cristo fino in fondo al gotto della socievole e veneta "ombretta". Per Donà il vino insegna alla filosofia la composizione non contraddittoria della misura e della dismisura, della sobrietà e dell'ebbrezza, come una relazione in cui in gioco non c'è la reciproca esclusione, ma l'inclusione in una dimensione dell'esperienza (intellettuale e sensoriale) più vasta e onnicomprensiva. Il vino, cioè, non è solo una bevanda, ma una metafora materiale del gioco filosofico che si istalla al bordo del mondo, fra il vertice della ragione e l'abisso della follia. Il vino, prodotto peculiare della cultura europea al pari della filosofia - ai tempi dei greci e dei romani i confini della civiltà si arrestavano là dove non attecchiva più la vite -, invita l'Occidente del troppo sobrio delirio puritano della scienza e della tecnica, con i suoi tutt'altro che metaforici "eserciti della salvezza", a ripensarsi radicalmente, magari sorseggiando il calice di un buon vino "da meditazione", come il sardo Cannonau o il nostrano Amarone.

Andrea Tagliapietra

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ANIMALI BRAVA "GENTE"

Per Cartesio gli animali sono una sorta di automi meccanici: macchine prive di sensibilità e di sentimento di sé. Con l'inizio del pensiero moderno si afferma l'idea, contraria all'evidenza, ma ancora sostenuta da autorevoli scienziati nel corso del Novecento (spesso per giustificare l'immane
mattanza delle cavie da laboratorio), che gli animali non siano in grado di provare dolore o, almeno, che la loro sofferenza sia qualitativamente diversa dalla nostra, di minor intensità, complessità e valore. "Evidentemente", commentava il grande naturalista Linneo, "Cartesio non ha mai visto una scimmia". L'ironia di Linneo coglie un momento decisivo nella storia del rapporto fra l'uomo e quella stessa animalità che, manifestandosi nella dimensione senziente del corpo che siamo, si riflette nell'analogia selvaggia e nella lussureggiante diversità di tutti gli esseri viventi. E' il momento della cecità. Se durante l'età antica e fino a tutto il medioevo il confine fra l'uomo e l'animale si esprimeva prevalentemente in forma simbolica, modulandosi nel gioco fantastico dei bestiari, ma anche nella metafora morale della favola e nella continuità narrativa del mito che ricupera, in metamorfiche figure, l'intima e segreta effervescenza della nostra vita animale, la modernità recide ogni legame e ogni immedesimazione possibile. L'animale, già paradigma dell'alterità più prossima e, insieme, più remota, diviene fondo a disposizione su cui si esercita l'indifferenza operativa della scienza e l'arrogante dominio del potere, già profetizzato dal Dio del "Genesi" a Noè: "Paura e terrore di voi uomini saranno in tutte le creature del mondo". Ma il crepuscolo della modernità che stiamo vivendo, stretto fra la catastrofe ecologica del pianeta e il disastro umanitario della società dello sfruttamento globale, restituisce agli uomini la paura e
il terrore che il Dio biblico impose agli altri esseri viventi. Così, gli animali stessi escono dall'invisibilità e dall'indifferenza in cui li aveva confinati lo sguardo cartesiano e, grazie a nuove sensibilità etiche e a nuove prospettive disciplinari, come l'etologia, la zooantropologia e la zoosemiotica cognitiva, tornano a intrecciare i loro mondi con il nostro. Gli animali pensano? Gli animali "parlano"? Gli animali hanno un'"anima"? Gli animali hanno una mente? Questi e altri interrogativi, inerenti gli animali, la loro conoscenza e i loro diritti, sono al centro del convegno "Animal-Mente", organizzato dalla Società Filosofica Italiana e dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche, che, a partire dalle ore 16, avrà luogo, oggi e domani, a Palazzo Bomben, a Treviso. "Se non esistessero gli animali", scriveva l'illuminista Georges-Louis Buffon, "la natura umana sarebbe ancora più incomprensibile". Nello specchio animale l'uomo si conosce e si riconosce. Il conflitto decisivo da cui, nella nostra cultura, dipende ogni altro conflitto, è quello fra l'animalità e l'umanità dell'uomo. Ma l'affermazione di Buffon può essere colta in tutta la sua apocalittica paradossalità constatando, con il benefico riduzionismo che, a volte, è proprio del senso comune, che se non esistessero gli animali, non esisterebbe neppure l'uomo.

Andrea Tagliapietra

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CALCIOSFERA MORBO VIRALE

Il calcio di cui tutti continuano a parlare non è né un gioco, né un evento sportivo, né uno spettacolo, a volte appassionante, a volte un po' noioso e deludente. Il calcio è un mondo di segni, un universo tanto immaginario quanto autosufficiente, che risucchia, come in un vortice, fette di realtà umana e sociale sempre più vaste ed eterogenee. Il "mondo del calcio" contamina il nostro linguaggio quotidiano, lo uniforma al suo gergo, fornisce una serie di metafore e un trionfo di luoghi comuni che invadono la realtà e inducono a leggerla a modo loro. Con la sua ricaduta di interessi economici, sponsorizzazioni, appalti, quotazioni in borsa e via dicendo, il calcio si associa ai prodotti, alla pubblicità, alla politica, agli affari e, ovviamente, alla beneficenza. Esso diviene il piedistallo per molte forme di eroismo mediale, da quella buonista-scanzonata ("Quelli che il calcio..."), a quella epica-nostalgica ("Sfide"), fino a quella tribunalizia degli interminabili "Processi", che riescono a non essere soporiferi solo perché chi guarda spera, fino all'ultimo, che si prendano a cazzotti. E poi ampi spazi nei telegiornali, nelle trasmissioni di varietà e di intrattenimento, alte tirature dei quotidiani e dei settimanali sportivi. La valanga di ore informative dedicate al calcio è seconda solo alla politica e ai primi giorni di interesse del pubblico televisivo per una guerra o per una catastrofe naturale. Immersi fino al collo nell'orizzonte virale della calciosfera, verrebbe da aggiornare il famoso detto di Benedetto Croce in un molto più dissacrante "perché non possiamo non dirci tifosi". Infatti, nella repubblica integralista del pallone la condizione del "tifoso" ha a che fare con i diritti, anzi, con i ferrei doveri della "cittadinanza". Quindi, è in qualche modo stupefacente scoprire che più della metà dei cittadini del Veneto e del Friuli rifiuta pubblicamente l'appellativo di "tifoso di calcio". Ma ancor maggior sorpresa ci viene dall'apprendere che, in poco più di un anno, un buon cinque per cento degli abitanti del Nord Est ha abbandonato la militanza, appendendo, per così dire, le sciarpe e gli striscioni al chiodo. Il dato potrebbe essere migliore se, come avviene per un altro pernicioso vizio, quello del fumo, le donne, tradizionalmente meno tifose, di recente non avessero deciso di rivaleggiare con gli uomini pure in questo campo. Inoltre, sospettiamo che anche fra chi, alla domanda a bruciapelo del sondaggio - "lei è tifoso di calcio?" - ha risposto di "sì", vi siano molti che si sono autoaccusati di "tifo" per accondiscendenza e per compiacente conformismo. Vuoi anche perché si sono scoperti ad ascoltare, con una certa morbosa curiosità, i risultati delle partite e, ogni tanto, hanno giocato qualche schedina o, infine, perché hanno preso in giro il collega d'ufficio, il lunedì, a proposito del risultato del derby. Ma questo non è essere "tifosi". Quella del "tifoso", come suggerisce l'origine epidemica del termine, è una malattia contagiosa e violenta, che assale ad intervalli sempre più ravvicinati. Come recita il dizionario, "tifo" e "tifoso" sono delle metafore nate dal paragone dell'alzarsi periodico delle febbri tifoidi con la febbre sportiva che ogni settimana esplode negli stadi. Ancora più indietro, nel significato della parola, in "tifo" riecheggia il termine greco che nomina il fumo e il vapore (sarà per quest'antica risonanza inconscia che negli stadi si lanciano tanti razzi e fumogeni?), e, di conseguenza, l'annebbiamento dei sensi da parte del morbo, che ci istupidisce e ci lascia inebetiti. Tuttavia la febbre, se è lieve, evoca anche l'infanzia, ossia quell'epoca in cui, grazie a qualche linea di temperatura, potevamo restare a casa da scuola, standocene a letto, curati e viziati dalla mamma. Infatti, il tifo, nelle sue manifestazioni non violente, è anche questo regresso infantile, quest'abbandono all'ovattata sicurezza di un'appartenenza protettiva, che vede e provvede per noi. Non a caso, la squadra del cuore è, spesso, la squadra per cui tenevamo quand'eravamo bambini. Come hanno ben capito i geni di quella televisione satellitare che reclamizza il suo pacchetto calcistico mostrando, sullo sfondo di un paese dei balocchi solare e zuccheroso, dei tifosi bambinoni e rimbambi(ni)ti, accuditi e vezzeggiati fra le braccia villose, ma dolcemente materne, dei loro amorevoli e amorosi campioni.

Andrea Tagliapietra

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PAOLO MARZOLO E LA "SCIENZA NUOVA" DEL LINGUAGGIO: un convegno itinerante

Nell'epoca degli specialismi e delle feroci rivalità settoriali, che contribuiscono a scavare invalicabili fossati soprattutto fra le cosiddette discipline umanistiche e quelle scientifiche, comprendere una figura di studioso come quella del padovano Paolo Marzolo, medico, linguista poliglotta, collaboratore del "Politecnico" di Carlo Cattaneo, professore di Letteratura latina all'Università di Napoli, poi di Grammatica e lingue comparate all'Università di Pisa, è impresa improba. Doveva esserlo, tutto sommato, già nella seconda metà dell'Ottocento, quando l'opera di questo "eterodosso geniale" si avviava verso quell'oblio da cui l'ha sottratta la rigorosa cura di Bruno Lauretano, a cui si deve la riedizione, corredata da un'estesa nota introduttiva, di uno degli scritti più importanti di Marzolo, quel "Saggio sui segni"(Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 247, 21 euro) che questi aveva pubblicato, due anni prima di morire, nel 1866 e che appare, oggi, una sorta di testamento intellettuale, ricco di anticipazioni dei risultati delle novecentesche scienze del linguaggio. Intorno al "Saggio sui segni" e alla figura del suo autore avrà luogo un convegno itinerante ("Del positivismo dimenticato: Paolo Marzolo") organizzato dalla Società Filosofica Italiana che, a partire da oggi fino a sabato, toccherà le città di Treviso, Trevignano - dove Marzolo svolse l'attività di medico condotto - e Castelfranco. Sin dalla sua tesi di laurea, dedicata alle disfunzioni del linguaggio, la ricerca di Marzolo, pur attraversando campi disciplinari eterogenei e approcci metodologici diversi, dalla medicina alla linguistica, dall'antropologia alla filosofia, sceglie il suo oggetto unitario. C'è, infatti, nello studioso veneto, l'idea guida di lavorare a "una scienza nuova" del linguaggio che individua nel segno e nella "funzione segnica" la sua cellula generativa, in singolare e originale coincidenza con quanto andava formulando, oltre oceano, il padre della semiotica moderna, lo statunitense Peirce. L'uomo è animale segnico per antonomasia, che vive il suo rapporto con le cose attraverso la mediazione del segno. Ma segni e cose non sono categorie distinte, perché "ogni cosa può diventar segno per certi rapporti di contingenza con l'individuo". I segni sono "suscitatori mnemonici" dell'esperienza passata che, per il positivista Marzolo, ha sempre a che fare con le cose stesse. Di qui la potenziale dannosità dei segni, connessa con il loro abuso, con la tentazione di chiusura autoreferenziale della semiosi che fa sì che il sapere diventi mero apprendimento di segni, non di cose. Allora i segni, da strumenti di investigazione del mondo, diventano mondo essi stessi, come nell'arte e nella letteratura, ma anche come in quelle scienze che - e Marzolo qui, non sa quanto profetica sia la sua intuizione -, perduto il rapporto con il limite dell'oggetto, si avvitano nella pura e onnipotente virtualità del loro esercizio.

Andrea Tagliapietra

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CI SONO FORME PIU' GRAVI DI DISIMPEGNO

E' possibile immaginare qualcosa di più stridente del contrasto tra l'icona di Santa Maria Goretti e le spiagge assolate, i corpi nudi unti di crema, le discoteche, il ballo, il divertimento e, quindi, tutti i policromi piaceri che le vacanze estive promettono? Il papa, per il suo alto magistero morale e spirituale, ha il coraggio e il dovere dell'inattualità. Tuttavia, anche nel suo appello domenicale appare quell'ambivalenza del significato della parola castità che appartiene a pieno titolo alla storia della nostra cultura. "La mentalità disimpegnata, che pervade non poca parte della società e della cultura del nostro tempo", ha detto Giovanni Paolo II, "fatica talora a comprendere la bellezza e il valore della castità". La castità, infatti, può essere intesa come negazione repressiva della fisicità e del sesso oppure come estrema padronanza, controllo e, quindi, piena consapevolezza ed espressività di quel corpo e di quella sessualità che il primo significato della castità cancella ed esclude. In questa seconda accezione, se l'attività sessuale diviene oggetto di differenziazione e apprezzamento morali, la ragione non è da ricercarsi nel fatto che l'atto sessuale sia in se stesso un male, o che porti con sé il segno di una fondamentale degradazione, ma nella necessità che la sessualità non sia subita ma accolta liberamente dalla persona, nella sua integrità. La moderna teologia morale della Chiesa professa, indubbiamente, questo secondo senso della castità, ciononostante, a tratti, riaffiora l'antica diffidenza nei confronti del corpo e della corporeità come radici del peccato.
Come non leggere, infatti, nella vicenda esemplare di santa Maria Goretti, che ha fornito lo spunto per l'appello del papa, quella morbosa preferenza per la purezza fisica del corpo quale criterio della purezza dello spirito che una sensibilità morale autenticamente moderna non può che respingere con legittimo fastidio? E non è forse proprio perché, per secoli, la morale cresciuta all'ombra della Chiesa ha sopravvalutato il corpo come luogo dove cercare le tracce sensibili del peccato che oggi, questo stesso corpo, è sopravvalutato, dalla cultura contemporanea, e diviene l'unica dimensione della ricerca della bellezza, della felicità e del piacere? Ma soprattutto, se la castità non è la negazione del corpo, ma la sua consapevole padronanza, perché questa sproporzione, perché questa ipersensibilità del discorso morale della Chiesa nei confronti della sessualità, rispetto alle altre innumerevoli e ben più gravi forme di disimpegno e di distrazione che, nell'orizzonte contemporaneo, portano i giovani, e non solo i giovani, a non possedersi mai veramente?

Andrea Tagliapietra

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ELOGIO DELL'«ALVEARE», STILI DI VITA

Senza dubbio vivere in un edificio che sembra un alveare non evoca, per noi, un'immagine confortevole e positiva dell'abitare. I grandi "alveari" dell'edilizia popolare che, spesso, le periferie urbane delle nostre città ospitano, sono l'emblema di una vita ammassata, sradicata e assolutamente impersonale. L'alienazione dell'individuo nella massa viene vissuta ricorrendo alla figura sinistra del brulichio frenetico, dell'agitazione senza sosta, ma anche della simmetria ossessiva, della serialità geometrica, dell'incubo di uno spazio concepito esclusivamente dal punto di vista dell'indifferenza e del rigore economico.
Insomma, egalitaria e collettivista, la metafora dell'alveare pare condurci dritti dritti, ai lividi quartieri operai del socialismo reale di Budapest, di Varsavia o di Mosca. Ce ne dobbiamo ricredere, invece, alla lettura dell'affascinante e originale volume, riccamente illustrato, di Juan Antonio Ramirez, "La metafora dell'alveare nell'architettura e nell'arte", in libreria per i tipi della Bruno Mondadori (pp. 176, euro 19,90). Ramirez ricorda come l'aspetto negativo dell'alveare, che abbiamo appena tratteggiato, appartenga alla nostra contemporaneità e alle sue mostruose degenerazioni, ma debba confrontarsi con una ben più duratura tradizione, che risale a Omero, a Platone e alle "Georgiche" di Virgilio, in cui l'alveare è stato assunto come modello di una razionalità costruttiva esteticamente positiva. Quella delle api appare una sorta di architettura naturale di grande perfezione che, spiega Ramirez, influenzerà architetti moderni del calibro di Gaudì, di Steiner, di Wright, di Mies van der Rohe e di Le Corbusier. Già nell'"Exameron", del resto, sant'Ambrogio ammirava l'ape perché conduce la sua intera esistenza "sotto la legge" e lodava le raffinate capacità costruttive di questi insetti. Quali edifici umani, s'interroga il santo, "possono essere costruiti con tanta arte e con tanta maestria come lo sono i settori ben compaginati dei favi, nei quali cellette minuscole e simmetriche si sostengono a vicenda, con la loro mutua connessione? Quale architetto ha loro insegnato a progettare quelle forme esagonali, dai lati perfettamente proporzionati?".
L'elogio più sorprendente dell'ape, com'è noto, lo farà l'araldo della scienza moderna, il filosofo inglese Francesco Bacone che, nel "Novum Organum"(1620), paragonava il nascente metodo scientifico - la "vera filosofia" della natura - al procedere delle api: "gli empirici, come le formiche, si contentano di ammassare per poi consumare. I razionalisti, come i ragni, traggono la tela dalla loro sostanza cerebrale. Sono le api che tengono la via di mezzo: traggono la materia prima dai fiori degli orti e dei campi, poi la trasformano, elaborandola in virtù della loro propria attività. Non dissimile è l'opificio della vera filosofia". Critica, invece, sarà la voce di Marx che, ne "Il Capitale"(1867), scriverà che "l'ape fa vergognare molti architetti con le sue cellette di cera, ma ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall'ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa, prima di costruirla nella cera". Ciò che più colpisce l'immaginazione, non solo degli antichi, è la poderosa organizzazione sociale dell'alveare, che viene presa a modello da storici e filosofi per il perfetto funzionamento dello Stato. Nell'età dell'illuminismo Bernard de Mandeville, ne "La favola delle api"(1729), descrive le vicissitudini di "un vasto alveare ricco di api che viveva nel lusso e nell'agio", dove si tratta di confrontare due modelli di società, quella classica, impostata secondo la virtù sia pubblica che privata e quella protocapitalistica, in cui i vizi privati vengono messi al servizio del bene collettivo. Tuttavia, accanto l'immagine dell'alveare sociale, che attraversa la modernità dall'era della ragione a quella dell'ingiustizia totalitaria, Ramirez pone gli altri alveari pensati e ideati dall'arte e dall'architettura contemporanea. Dall'alveare mistico a cui si rifanno molte opere del geniale architetto catalano Antoni Gaudì, come la Sagrada Familia di Barcellona, agli alveari simbolisti di Salvador Dalì, di Joseph Beuys e del postmoderno José Maria Sicilia. Per Frank Lloyd Wright, che considerava l'architettura in continuazione organica ed ecologica con la capacità costruttiva degli animali, gli esagoni del favo divengono il modulo generativo di molti progetti, dalla Casa del Lago Tahoe a quello della Scuola Jiyu Gakuen di Tokyo, fino agli arredi della Honeycomb House di Stanford. Con l'Unité d'habitation di Marsiglia, infine, Le Corbusier realizza un autentico alveare, un blocco prismatico compatto, autosufficiente e rialzato da terra, i cui abitanti avrebbero creato "una comunità verticale animata non dalle passioni politiche, ma dal desiderio di vivere in efficienza e armonia". L'"Unité" era provvista di asilo nido, palestra e altri servizi comuni: un alveare concepito come una perfetta macchina per abitare che dovrà consentire, scrive Le Corbusier, di "conquistare la libertà individuale e il beneficio delle risorse collettive". L'alveare è, allora, l'utopica e insieme paradossale conciliazione degli opposti, il luogo di un abitare non alienato dove la libertà dei singoli si armonizza, come per incanto, con l'economia della collettività e con il disegno superindividuale delle astratte geometrie della ragione.

Andrea Tagliapietra

 

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RICORDARE PER RIMODELLARE IL PRESENTE

Racconta il mito che Mnemosyne, dea greca della memoria, si congiungesse con Zeus, padre di tutti gli dèi, per generare le Muse, "affinché esse - recita la "Teogonia" - recassero oblio ai dolori e tregua alle cure". Il paradosso, che l'antica sapienza ellenica ha qui il merito di evocare con le parole del poeta Esiodo, è che la memoria è madre dell'oblio. Il meccanismo della memoria per funzionare necessita della dimenticanza. A partire dalla neurofisiologia del cervello fino alle più elevate espressioni della cultura umana, passando, ovviamente, anche per il disco rigido del nostro computer, la memoria ha sempre bisogno di spazio, ossia di cancellare cose per ricordarne altre. Insomma, ricordare significa selezionare e fil trare la realtà. Anzi, in una certa misura, la memoria interpreta la realtà e la costruisce. E' condizione della stessa per cezione sensibil e che, per Henri Bergson, ma anche per Marcel Proust e la sua "Ricerca del tempo per duto", non è altro che l'occasione per "fornire al ricordo un corpo".
Il pensiero moderno, dalle mnemotecniche medievali e rinascimentali di Raimondo Lullo e di Giordano Bruno fino alla teoria psicoanalitica di Freud, ritiene, a differenza degli antichi, che la memoria non sia una facoltà passiva (la metafora del sigil lo impresso nella cera), ma attiva. L'attività della memoria si estrinseca tra rimozioni, riaffioramenti e trasposizioni inconsce. Nella coscienza, essa discerne continuamente ciò che vale da ciò che è da ritenersi trascurabil e e ininfluente. Quando, per commemorare i caduti, come nella Giornata della memoria per le vittime della Shoah, si osserva un minuto di sil enzio, quella quiete improvvisa, che a taluni può apparire puro esercizio di retorica, rappresenta il distacco, la messa tra parentesi dell'immediatezza con cui il presente ci assale. Solo se gli artigli delle informazioni, degli affanni e dei problemi che assediano la nostra coscienza e il nostro essere al mondo allentano la presa, allora possiamo fissare lo sguardo su ciò che rimane. Per ché la memoria, a cominciare dall'etimo stesso della parola, è ciò che sta fermo e saldo, rispecchiando con la sua saldezza, la volontà di chi non vuole dimenticare l'essenziale, di chi trattiene, riportandolo (ri) nel cuore (cor), il "ricordo".
Per Platone la memoria è conoscenza. Nella sua forma più alta, l'anamnesi, essa ci consente di risalire alla contemplazione delle idee, al di là di ogni tempo e mutamento. Per Aristotele la memoria è la presenza di un'assenza: noi tratteniamo nell'anima l'affezione di un oggetto che non c'è più. Agostino parla della memoria come del "ventre della mente", in cui le immagini sensibil i vengono conservate ma anche rielaborate, sicché un dolore passato può essere ricordato con gioia alleviata. "Zakhor", "ricorda!", è l'ingiunzione biblica rivolta al popolo d'Israele, dove la memoria va oltre la fragil ità e la fallibil ità della mera facoltà mnemonica umana, sempre problematica, di solito deludente, talvolta ingannevole, diventando un imper ativo morale. Così, la memoria, da quella individuale, che la vecchiaia e le malattie mettono duramente alla prova, a quella storica e sociale, che immensi archivi, biblioteche e monumenti cercano di custodire, solo in apparenza riguarda il passato. In realtà, la memoria è un modo di vivere il presente e il futuro che esprime la volontà di una relazione, il voler tenere assieme, con alchimie ogni volta diverse, ciò da cui veniamo e ciò verso cui andiamo. In questa accezione, la memoria coincide con la cultura stessa, ossia con quel tentativo ricorrente delle generazioni umane di dar senso all'immane congerie di fatti che Wittgenstein chiamava mondo. Della vastità interdisciplinare assunta dal tema della memoria, che tocca fil osofia, psicologia, neurobiologia, letteratura, arte, pedagogia, scienze cognitive, informatica, antropologia, sociologia, politica, scienze del linguaggio e, ovviamente, storia, ce ne da conto il bel "Dizionario della memoria e del ricordo", più di 500 voci curate da Nicolas Pethes e Jens Ruchatz, disponibil i oggi in edizione italiana per i tipi della Bruno Mondadori (pp. 688, 36 euro). L'epoca in cui viviamo, che è l'epoca in cui la tecnica mette a disposizione degli uomini, grazie all'informatica, gli strumenti più efficaci per conservare ciò che accade e per ricuper are i documenti del passato, rischia di rovesciarsi nell'epoca della dimenticanza e dell'oblio. Infatti, malgrado l'il limitata capacità di archiviazione dei nostri database elettronici, noi viviamo schiacciati sull'attualità che, con la sua immane ridondanza, spesso diviene una forma di stordita cecità e di contagiosa amnesia. Forse siamo più informati delle generazioni passate, ma se l'intelligenza è la capacità di un organismo di discernere e strutturare il mondo in cui vive, siamo anche indubbiamente molto più stupidi. Andrea Tagliapietra

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AZZURRO, IL COLORE DELLE IDEE

Di che colore sono le idee? Se nel rosso culminano le tinte della fantasia, del desiderio e della passione, allora, scriveva Walter Benjamin in una rapida annotazione sull'estetica, è forse possibile che l'azzurro sia il colore delle idee.
Dalle antiche origini greche della filosofia occidentale il pensiero ha il colore del cielo. Inconscio collettivo e luoghi comuni disegnano una topografia verticale del pensare in cui al mondo dell'idea e del concetto si addice la freddezza e la rarefazione delle quote elevate, il rapido slancio verso l'alto del volo - si veda il famosissimo mito delle anime alate nel "Fedro" platonico - o la marcia ascensionale, paziente e insieme determinata, dello scalatore, abituale frequentatore di picchi, cime e vette. Per Platone, com'è noto, il "luogo" delle idee è l'iperuranio, letteralmente "l'al di là del cielo". L'"oltrecielo" platonico intensifica, per iperbole, il racconto dei miti ellenici (ma non solo ellenici) che, concordi, collocano la dimora degli dèi e il loro re, il sommo padre Zeus, nelle distese celesti, a cui si accede per la candida vetta dell'Olimpo. Ma il "pathos" della verticalità e della rarefazione non abbandona l'aggettivazione del pensiero neppure nel filosofo più radicalmente antiplatonico, se è vero che Nietzsche ha la sua intuizione capitale, quella dell'eterno ritorno dell'identico, mentre si arrampica fra i monti dell'Engadina, "6000 piedi al di là dell'uomo e del tempo".
Tuttavia, non è solo la verticalità della metafisica a fare del blu (nelle varianti dall'azzurro al celeste, dal turchese all'oltremare, dal cobalto fino a quel blu notte che sfiora le radici del nero) il colore dell'Occidente e del pensiero occidentale. Ce ne convinciamo leggendo il bel libro di Amelia Valtolina, "Blu e poesia", appena pubblicato dalla Bruno Mondadori Editori (pp. 244, 11,50 euro). Una raffinata rassegna dell'uso del blu nella lirica tedesca degli ultimi due secoli che diventa l'erudito e grazioso pretesto per inoltrarsi sotto la scorza simbolica del colore blu, nell'officina di uno degli archetipi più affascinanti e misteriosi della nostra cultura.
La prima scoperta, in questo cammino, è la stessa lingua tedesca ad offrircela, là dove nel "Blau", senza ulteriore specificazione, si intende sia l'azzurro che il blu, ovvero i due estremi opposti della gamma cromatica "fredda". Il blu, cioè, copre tutto l'intervallo che va dal nero al bianco, dall'oscurità alla luce. Per gli alchimisti rinascimentali il blu è, allora, il colore dell'immagine, del "Bild" che consente il passaggio dalla "nigredo" all'"albedo", dischiudendo il regno della riflessione, là dove il pensiero prende forma e figura. Nella tradizione ebraica, il blu è la porta dell'invisibile, sicché sotto i piedi di Jahweh, racconta l'"Esodo", stanno lastre di zaffiro simili, in purezza, al cielo stesso. Se ne ricorderà Derek Jarman, nel suo film testamentario, proiettando sullo schermo un'uniforme color blu che simboleggia la nascita e la fine dell'immagine, l'accecamento necessario che si accompagna ad ogni vedere.
Per Leonardo da Vinci, il freddo e sublimante colore del cielo è il colore prospettico per antonomasia, che esige e produce la distanza dall'oggetto. Distanza che non è solo, quindi, la verticalità dell'azzurro celeste e solare, ma anche quella notturna degli abissi del mare. Come scrive James Hillman, il blu è il colore dell'anima, di cui misura altezze e profondità, slanci nell'azzurro della gioia e abbandoni nel nucleo blu, quasi nero, del dolore. Ecco allora che se l'azzurro è il colore dell'idea, il blu è il colore del dissolversi delle forme, dell'indeterminato che disgrega, dell'ombra che circonda e scioglie il profilo degli esseri. Dal frac azzurro del giovane Werther al "fiore azzurro" di Novalis, dalle "azzurre dissonanze" di Trakl, fino agli angeli di Klee e di Rilke, e al "Cavaliere azzurro" di Marc e Kandinskij, il blu accompagna le metamorfosi della poesia europea, là dove, come scriveva Ernst Bloch, vige il principio-speranza e ci si può "costruire nell'azzurro".
Ma l'ambiguità del blu - conforme, in questo, alla più intima radice della cultura occidentale - tiene assieme l'ideale architettonico dell'utopia e il suo contrario, il vento distruttivo dell'apocalisse. Il verbo "to blue", in inglese, vuol dire sia "tingere di blu" che "sperperare", "dissipare". L'azzurro apollineo del cielo sereno sta, quindi, all'opposto del blu dionisiaco del vino e dell'ebbrezza ("Ich bin blau", "sono blu", in tedesco significa "sono ubriaco"). Infatti, di questo colore, nel mito, sono spesso descritte le cavalcature di Dioniso: blu come appaiono, del resto, gli occhi e i capelli del dio. "Blaue Schute", "navicella blu", nel tardo medioevo, è chiamata la "nave dei folli", posseduti dall'"umor blu" del nonsenso e dal caos della pazzia.
Il blu più che il nero - che i Greci talvolta confondevano nella comune tintura del "kyàneos", il cianotico che si annuncia nella lucentezza dei vasi ellenici e sulla nostra pelle, quando ci manca l'ossigeno -, è, come insegnano le figure dolenti del "periodo blu" di Picasso, la tinta della melanconia e della tristezza, associazione che verrà espressa, sin dal nome, in quella musica struggente che si chiama "Blues". Ma blu è anche il colore della lascivia e dell'erotismo, dal Barbablù della favola al vocabolario galante della "chambre bleue" della marchesa di Rambouillet, dal mantello blu delle streghe all'"amour bleu" dei francesi, fino ai film pornografici, che gli americani chiamano, chissà perché, "blue movies".
La selvaggia crudeltà del blu viene evocata da Tacito, che narra come i Germani, per meglio cammuffarsi negli agguati, usassero imbrattarsi il corpo di guado, una tintura vegetale turchese. Dalla Selva di Teutoburgo alla pittura facciale di Mel Gibson in "Braveheart", il blu appare tinta barbara e feroce, finché, con il simbolo cristiano della Vergine, vestita, a detta dell'"Apocalisse" di Giovanni, con un manto azzurro tempestato di stelle, inizia la riabilitazione del blu quale colore della fedeltà, della sincerità e della lealtà. Nel medioevo, accanto al rosso porpora, antica tinta dell'autorità e del potere dai tempi dell'impero romano, fa irruzione l'azzurro seminato di gigli bianchi dello stemma dei Capetingi, che dà avvio alla fortuna araldica di questo colore, che durerà fino all'attuale vessillo dell'Europa Unita: una bandiera blu con una corona di stelle, tante quanti sono e saranno gli stati dell'unione. Una bandiera aperta: ancora un'utopia da costruire nell'azzurro.
Andrea Tagliapietra

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UN ALIBI POTENTE PER ESONERARCI DALLE SCELTE

Ogni epoca si rispecchia nell'immagine del futuro che le appartiene. Si riflette nelle speranze, nei "sogni ad occhi aperti" degli individui e delle generazioni, ma anche nelle prognosi, nelle profezie e nelle previsioni che gli uomini incessantemente elaborano su ciò che li attende domani, fra una settimana, fra un anno e così via, fino alla fine del mondo. Come tutti i tentativi di anticipare il futuro - vuoi mediante la prognosi razionale tecnico-scientifica, vuoi mediante l'esoterismo simbolico delle profezie e dei vaticini -, vi è, nella brama di conoscere l'avvenire, un'aspirazione all'immortalità, ossia il sogno di sopravvivere a se stessi e al proprio presente.
D'altra parte, è perché il futuro si pone sotto il registro pessimistico della paura e dell'angoscia, se non della crisi, della diminuzione e del declino, che s'interrogano le stelle e si formulano i pronostici. Le predizioni e gli oracoli, ben prima di Nostradamus, hanno per contenuto principale l'annuncio di una catastrofe, di quel "disastro" che racchiude, sin nell'etimo, il presagio di una "cattiva"(dis) "stella"(astrum). L'astrologia, sorta nella Babilonia dei Caldei più di un millennio avanti la nascita di Cristo, trae la sua origine dal desiderio di prevedere, scrutando gli astri, guerre, carestie, alluvioni e lutti. Tuttavia, il successo di questa disciplina nell'Occidente greco-romano si avrà solo quando ad essa verrà associata la visione del mondo fatalistica propria della filosofia stoica. Chi crede alla possibilità di leggere il futuro per coerenza non può che essere un fatalista. Infatti, per conoscere l'avvenire bisogna che questo, del tutto o in qualche misura, sia già stato predeterminato. Così, se il futuro è immodificabile, il sapere che cosa accadrà non mi servirà ad evitare che avvenga ma - è questo, almeno, il pensiero degli Stoici -, la sua conoscenza anticipata mi aiuterà ad accettarlo e a sopportarlo meglio.
In proposito, valgano allora, come satira illuministica di ogni profezia, le parole di "Jacques il fatalista": "se sta scritto lassù che sarai cornuto, Jacques, avrai un bel darti da fare, e lo sarai; se invece sta scritto che non lo sarai, avranno un bel darsi da fare, ma non lo sarai. Dormi dunque, amico mio". Jacques, il protagonista del capolavoro di Denis Diderot, crede che tutte le azioni umane siano già state scritte in un gran rotolo custodito in cielo: quel rotolo di cui gli indovini alla Nostradamus (e i loro epigoni di ogni epoca e latitudine) ritengono di aver decifrato il linguaggio. Invece, commenta Diderot per bocca di Jacques, "se non si sa quel che sta scritto lassù, non si sa nemmeno ciò che si vuole, né ciò che si fa: si segue la propria fantasia, che si chiama ragione, o la propria ragione, che spesso non è altro che una pericolosa fantasia". Infatti, se non si legge quel rotolo o, ancor meglio, se non esiste alcun rotolo, il futuro dell'uomo è affidato alla sua sola ed esclusiva responsabilità.
I vaticini e le profezie sono la negazione della libertà umana, ma fungono anche da alibi potente e seducente per esonerare gli individui dagli oneri della decisione e della scelta. Essi trasformano il futuro, che è la fonte di ogni novità, in una specie di passato immutabile, del quale stendono una cronaca, scritta spesso, come nelle "Centurie" di Nostradamus, utilizzando un linguaggio ermetico, che si presta magnificamente ad essere interpretato "ex eventu", ossia dopo che i fatti sono accaduti. Perché il profeta e i suoi seguaci mettono la fede nei vaticini oltre ogni senso della realtà e al riparo da qualsiasi smentita. Come quel Giona che, nell'omonimo libro biblico, arrivò ad adirarsi con Dio perché l'Altissimo, dopo avergli fatto profetizzare la distruzione della città di Ninive, cambiò idea e non ne fece più nulla.
Andrea Tagliapietra

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