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CULTURA
E "ANTI-CULTURA"
Il Gazzettino 30
dicembre 2002. Scuola e Università sono condizionate
dall'azienda-mondo, quindi non libere. Le istituzioni-chiave
per la trasmissione del sapere sono perennemente sottoposte
al ricatto dei fondi e dei finanziamenti.
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MEGLIO MORIRE
SENZA DOLORE
Il
Gazzettino
9 dicembre 2002.
Osservatorio del Nord-est: eutanasia,
più della metà si dice favorevole
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LA RICERCA
DISTORTA - UNA VITA ARTIFICIALE CREATA CON UN BATTERIO
Il
Gazzettino
22 Novembre 2002. Creare un organismo unicellulare
con DNA sintetico significa mettere al mondo il primo essere
vivente assolutamente artificiale
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BENEDETTO CROCE,
LA LEZIONE TRADITA
Il
Gazzettino
20 Novembre 2002. Cinquant'anni fa
moriva il pensatore che ha maggiormente influenzato la cultura
italiana del Novecento
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LA DEMOCRAZIA E' UN UOMO CHE CAMMINA
- Dal viaggio come esperienza al pellegrinaggio come ricerca
di qualcosa di intangibile
Il
Gazzettino
19 Novembre 2002. Il camminare, in
sé, è ciò che più si avvicina
al far niente. Fare due passi è l'azione volontaria
più prossima alle inerzie fisiologiche del corpo,
ai ritmi inconsci e irriflessi che regolano il respiro,
la digestione e il battito del cuore
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AMBIGUITA' DEL TEMPO LIBERO - TRA LAVORO
E NON -
Il
Gazzettino
12 Novembre 2002.
Lo chiamano "tempo libero", ma, forse, sarebbe
meglio definirlo "tempo vuoto". Per il 72,9% degli
italiani il tempo libero coincide, almeno in parte, con
il dolce far niente ...
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TÉCHNE
ANIMA DELL'OCCIDENTE. Le lucide "profezie" di
Severino
Il
Gazzettino
27Ottobre 2002. Quando, 23 anni fa, la prima edizione
del libro di Emanuele Severino, "Téchne. Le
radici della violenza" fu pubblicata, nel mondo c'erano
ancora la guerra fredda e l'Unione Sovietica
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LIBERTA'
E' ANCHE SCEGLIERE IL COMPAGNO
Il
Gazzettino
22 Ottobre 2002. La modernità, infatti, non
è soltanto la trasformazione tecnica dei nostri modi
di vita, ma è anche la capacità di pensare
all'uomo, alla famiglia e alla società come a qualcosa
che noi stessi possiamo cambiare e modificare storicamente,
senza che nessun Dio o "natura" ne abbia fissato,
una volta per tutte, il significato assoluto e immutabile
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DIETRO IL "GIALLO",
OFFICINA DEL MISTERO
Il
Gazzettino 10 Ottobre 2002. Perché
ci piacciono i gialli? Perché, fra tutte le forme
di narrativa, colta e popolare, i racconti polizieschi,
di assassinio e di mistero, sono di gran lunga i preferiti
dalla maggior parte dei lettori? ...
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LA POTENZA DELL'IMMAGINE
FABBRICA INESAURIBILE DI MITI
Il
Gazzettino - Inserto 'Gazzettinocinema'
- 24 Agosto 2002. Chi ha inventato il cinema?
I fratelli Lumière, come scrivono le enciclopedie?
Edison con il suo "kinetograph", come vorrebbe
ormai solo qualche irriducibile sciovinista americano? Errato!
L'inventore del cinema fu Platone
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LA FILOSOFIA
COME STUPORE, OVVERO VEDERE IL MONDO DA DIETRO LE QUINTE
Il
Gazzettino 17 Agosto 2002. Tutte
le domande filosofiche traggono origine dalla capacità
dell'uomo di stupirsi, sicché l'intera storia della
filosofia potrebbe essere raccontata a partire dall'esperienza
dello stupore
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POPPER, IL FILOSOSO
"SEQUESTRATO" DAI POLITICI
Il
Gazzettino 28 Luglio 2002.
- Ad un secolo dalla nascita, del pensatore che intravedeva
la verità nell'errore si ritiene soprattutto la lezione
sociale. Il teorico della "società aperta"
viene ricordato soprattutto per la critica alla "cattiva
maestra televisione"
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IL
PIACERE DI STARE INSIEME: ANTIDOTO ALLO STRESS
Il Gazzettino
22 Luglio 2002. - Divertirsi significa
innanzitutto distogliersi dalle preoccupazioni, sospendere,
almeno per qualche ora, la presa che la realtà esercita
sulla nostra vita ...
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GUSTO
E PAURA DEL RISCHIO
Il Gazzettino
14 Luglio 2002. - Nel saggio Gusto
e paura del rischio (Rubettino) Lo Russo affronta il
rapporto dell'uomo con tutto ciò che è imprevisto.
La partenza è quella della navigazione, dove si registrano
i primi concetti di "risicum"
UN'INGENUITA' VANA PER EVITARE
LA FINE
Il Gazzettino
11 Luglio 2002. - Non occorre essere filosofi,
ma soltanto esseri umani, con tutte le debolezze e tutte
le fragilità che l'umana condizione ci impone, per
scorgere nella morte la più grande delle insensatezze
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VIAGGIO NEI LABIRINTI DELLA MENTE
Il Gazzettino
8 Luglio 2002. - Due volumi di Paolo
Legrenzi - "Prima lezione di scienze cognitive"(Laterza
2002 - www.laterza.it) e "La
mente. Anima, cervello o qualcosa di più?" (Il
Mulino 2002- www.mulino.it)
- per inoltrarsi in un affascinante campo del sapere
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IL
CORAGGIO DELL'INATTUALITA'
Il
Gazzettino 20 Giugno 2002. - Mentre
la "domanda delle cento pistole", la domanda del
buonsenso - "a cosa serve la Maturità con questa
formula (commissioni tutte di professori interni con un
unico presidente per istituto)?", - riecheggia nelle
aule e nelle case dei milioni d'italiani ...
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MA
NON E' SOLO FEDE
Il Gazzettino
17 Giugno 2002. - RELIGIONE &
BUSINESS
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LA
BIBBIA, LIBRO SEMPRE "APERTO"
Il
Gazzettino 13 Giugno 2002. - Il
saggio di Carlo Enzo, "Adamo, dove sei?" (Il Saggiatore,
2002 - www.saggiatore.it),
ci guida in una lettura inedita del testo sacro. Un autentico
"ipertesto" che si è riverberato in letteratura,
musica, arti
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NIETZSCHE,
UNA VITA QUASI "NORMALE"
Il
Gazzettino 3 Giugno 2002. - Nella
biografia di Massimo Fini pubblicata da Marsilio ("Nietzsche.
L'apolide dell'esistenza", Marsilio 2002 - www.marsilioeditori.it)
un profilo del filosofo al di fuori di molti luoghi comuni.
Il ritratto in controtendenza di un uomo debole, fatalista,
ingenuo e indifeso
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ELEMIRE
ZOLLA, SCIAMANO DELLA FILOSOFIA
Il
Gazzettino
31 Maggio 2002. - Lo studioso torinese si è spento
ieri pomeriggio nella sua casa di Montepulciano, all'età
di 72 anni. Esordì come narratore vincendo lo "Strega"
nel '56 per poi occuparsi di misticismo
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DON
GIOVANNI, IL CATALOGO E' QUESTO
Il
Gazzettino 5 Maggio 2002. -
Recensione al libro di Umberto Curi, "Filosofia del
Don Giovanni . Alle origini di un mito moderno", Bruno
Mondadori 2002 (www.brunomondadori.it)
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IL
VALORE DEL DUBBIO
Il
Gazzettino 25 Aprile 2002.
- Quando un essere umano è morto? E' giusto spegnere
il respiratore? Il tribunale di Milano, ieri ...
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GRATTACIELO
FRAGILITA' D'UN SIMBOLO
Il
Gazzettino 20 Aprile 2002. - Il
grattacielo e l'aereo, da simboli di un futuro positivo,
ottimista e carico di fiduciose certezze, sono diventati
emblemi di un'apocalisse possibile, di una catastrofe sempre
in agguato
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GLI
ANIMALI CI AIUTANO AD ESSERE UOMINI
Il
Gazzettino 19 Aprile 2002.
- Recensione al libro di Giorgio Agamben, "L'aperto.
L'uomo e l'animale", Bollati-Boringhieri 2002 (www.bollatiboringhieri.it)
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IL
DOLORE SENZA VIA D'USCITA
Il
Gazzettino 23 Marzo 2002. - Provate
a pensare di essere una testa. Provate a immaginare la più
crudele delle prigioni, quella che non solo vi condanna
a restare sempre nello stesso posto, ma vi impedisce il
benchè minimo movimento...
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LE
MOLTEPLICI "FIGURE DEL MALE"
Il
Gazzettino 28 Febbraio 2002. -
Nel saggio del filosofo Franco Rella un percorso senza certezze
fra etica, arte e letteratura. Tutto ruota intorno ad un
paradosso: tacerne è proibito, parlarne è
impossibile
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PENSARE
CON EMANUELE SEVERINO
Il
Gazzettino 24 Gennaio 2001. -
A Venezia le celebrazioni per la chiusura dell'ultimo corso
accademico del filosofo, che qui insegna dal '69. La sua
gratitudine nei confronti della città, il ringraziamento
dei suoi allievi, il rapporto con Cacciari, il futuro ...
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CULTURA
E "ANTI-CULTURA"
Merce, recita il dizionario, è qualsivoglia bene
economico oggetto di scambio commerciale. In poche parole,
merce è tutto ciò che può essere venduto
e comprato. La qualità dell'esser merce, quindi,
non appartiene all'oggetto in quanto tale, ma è un
tipo di rapporto, una relazione, un modo di vedere (e di
vedersi). Immersi in questo modo di vedere come pesci nell'acqua
dell'acquario, a volte facciamo persino fatica a rendercene
conto. La cultura, nel senso più generale e completo,
è ciò che dà significato alla realtà
umana e sociale. La cultura è, dunque, ciò
che permette all'uomo di trovare una risposta al problema
dell'essere e dell'esistenza. Ma se la cultura è
merce, riducendosi, come nel peggior marxismo, a semplice
sovrastruttura dell'economia (ma il pensiero unico della
cosiddetta globalizzazione assomiglia maledettamente a un
marxismo, tuttavia senza prospettive di liberazione), allora
la cultura diviene un semplice bene di consumo a fianco
degli altri beni da consumare. Cosa significa la parola
"valorizzare" applicata alla cultura? Fare del
marketing per rendere più redditizio il "patrimonio"
culturale? Stimolare, a fianco delle altre forme di intrattenimento,
il bisogno di beni culturali, affiché gli "utenti"
di questo particolare "servizio" crescano e producano
profitti per le casse dello Stato e/o di privati che hanno
investito nel settore? Anche se in una società complessa
come quella contemporanea la cultura non si identifica più
con alcuni "luoghi" esclusivi della sua trasmissione
e rielaborazione, è innegabile che la scuola, ancor
oggi, abbia un ruolo centrale per la formazione culturale
dei cittadini. Tuttavia, qual è l'idea di cultura
che la scuola, nel suo insieme, ossia come istituzione culturale,
cerca di trasmetterci? La cultura dev'essere qualcosa che
serve, che addestra a lavorare, che produce produttori.
La cultura, cioè, dev'essere, a tutti gli effetti,
un'"anti-cultura", che non consiste di significati
ma di semplici funzioni. La scuola, infatti, ripetono i
ministri dell'istruzione (parola insignificante senza l'aggettivo
pubblica), deve sfornare futuri lavoratori e, quindi, è
necessario che collabori con le aziende, che diventi essa
stessa azienda finalizzata al mercato del lavoro. Genitori
affrettatevi a trasformare i vostri figli nella merce che
voi stessi siete (perché se non siete merce, significa
che siete disoccupati, ossia dei "nulla" sociali).
La scuola occidentale, che nasce e raggiunge l'apice e la
sua stessa ragione d'essere con l'ideale dell'educazione
dell'individuo e del libero cittadino, è, oggi, un
"azienda di formazione" "dove la formazione",
ha scritto Umberto Galimberti, "non ha più in
vista l'uomo (e chi lo conosce più), ma solo le sue
competenze". Queste osservazioni Galimberti le formulava
a commento del clamoroso gesto delle dimissioni dei rettori
e recensendo un testo del filosofo francese Jacques Derrida
dal titolo "L'università senza condizione"
(Raffaello Cortina Editore). "Senza condizione",
per Derrida, significa che l'università, nell'esercizio
della ricerca come nella facoltà dell'insegnamento,
dev'essere sovrana, ovvero libera da ogni forma di condizionamento.
Ma può essere "incondizionata" un'università
(non solo quella italiana, dal momento che Derrida insegna
in Francia e anche negli Stati Uniti) perennemente sottoposta
al ricatto dei fondi e dei finanziamenti pubblici e/o privati?
Ma può essere realmente libera un'università
che deve produrre ricerca applicata - perché rende
in profitti immediati - e, soprattutto, che deve sfornare
eserciti di merce laureata, pronta per passare dall'azienda-cultura
all'azienda-mondo? Un'azienda-mondo dove cultura ha due
significati, ahimé, drammaticamente speculari:
l'universalismo della massimizzazione dei profitti (la "cultura
d'impresa", che si esporta ovunque) e il particolarismo
astioso e miope del localismo, dei "clan" dell'identità
territoriale, in molte parti del globo dell'integralismo.
E' la "devolution" della cultura, applicata su
scala planetaria.
Andrea Tagliapietra
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MEGLIO
MORIRE SENZA DOLORE
Noi non abbiamo paura della morte, noi abbiamo paura di
morire. L'orrore estremo della vita non è la morte,
intesa quale semplice cessazione delle attività vitali
(magari nel sonno, come i più si augurano), ma quel
"luogo" e quel "tempo", infinitamente
più terrificanti e crudeli, che ci presentano il
dolore come una dimensione senza via d'uscita. E' questo
l'inferno in terra. E' questo e non il timore dell'aldilà
(che agli occhi dei veri credenti appare sempre più
misericordioso delle leggi e della condotta degli uomini)
il pensiero più terribile. Quel pensiero che, per
usare le parole di Amleto, "dà alla sofferenza
una vita così lunga" e trasforma in agognato
riposo anche il sonno senza sogni del nulla. Interrogati
dal Sondaggio Poster, i cittadini del nordest si esprimono,
con ampia maggioranza, a favore dell'eutanasia. Il 56% del
campione degli intervistati, infatti, ritiene giusto che
i medici possano "aiutare a morire" un paziente
che sia affetto da una "malattia incurabile" e
viva con "gravi sofferenze fisiche", qualora -
s'intende - sia la persona stessa a richiederlo. Tuttavia,
l'espressione "aiutare a morire", usata nel porre
la domanda del sondaggio, risulta quantomai ambigua. Si
tratta di ritenere lecita, anzi auspicabile e "giusta",
l'"eutanasia attiva", ossia l'intervento farmacologico
sul paziente che interrompe, di fatto, le sue funzioni vitali,
oppure l'"eutanasia passiva", vale a dire l'arresto
delle cure e l'eventuale spegnimento delle macchine che
lo tengono in vita? La differenza non è irrilevante.
Mentre l'"eutanasia passiva" può essere
ricompresa, con qualche sforzo, all'interno di quella sospensione
dell'"accanimento terapeutico" che anche la Chiesa
cattolica ammette (configurandosi, propriamente, come un
"lasciar morire"), l'"eutanasia attiva"
implica la responsabilità e la decisione di un gesto
che "toglie la vita" quando questa, anche se fra
atroci tormenti, potrebbe ancora continuare per qualche
tempo. Qui, una maggior attenzione della nostra Sanità
per la terapia del dolore (non solo in quest'ambito terminale
e "tragico", si pensi alla persistenza, in molti
ospedali italiani, della sciocca maledizione biblica del
"partorirai con dolore") potrebbe realmente "aiutare
a morire" molti malati, rendendo qualitativamente migliore
la vita che resta loro da vivere. Passare qualche mese o
qualche settimana in più con la lucidità che
solo l'assenza del dolore consente, potendo continuare ad
amare e a ricevere affetto da chi ci ama, magari a casa
o in un luogo ospitale e familiare, credo sia vantaggioso
per tutti. Anche per la nostra comprensione collettiva della
morte e della sua inevitabilità e insensatezza. Il
medico e filosofo Vladimir Jankélévitch sosteneva
che nessuno ha il diritto di infliggere all'altro la "tortura
della disperazione", aggiungendo che "colui che
annuncia al morente che sta per morire, in realtà
dice una menzogna". Questo apparente paradosso credo
che debba essere inteso nel senso di quelle parole che Seneca
scriveva a Lucilio: "nessuno è così vecchio
da esagerare se spera almeno in un altro giorno di vita".
La vecchiaia ci insegna a rispettare il valore della vita
anche quando questa ci fa intravedere più chiaramente
il suo essere "a termine". Nel campione non è
un caso che il grado di "perplessità",
chiamiamola così, nei confronti dell'eutanasia aumenti
con l'aumentare dell'età e, quindi, con l'esperienza
del pensare alla propria morte come a qualcosa di concretamente
possibile. Un pensiero molesto che inizia insidioso a mescolarsi
ai ricordi, alle ricorrenze cicliche del calendario, a quel
futuro prepotente che non attendiamo più con l'impazienza
di una volta. La politica troppo spesso trascura il tempo
presente e il futuro prossimo di chi esperisce i contorni
della vita. Abbatte l'albero frondoso del parco e ignora
i trent'anni che ci vorranno perché ricresca a fianco
di quella panchina, impacchetta una chiesa, un palazzo,
un monumento e ce lo restituisce restaurato solo dopo vent'anni,
promette servizi, risorse e riprese economiche che, come
l'orizzonte, sono sempre al di là dello sguardo.
Non è grave, anzi è del tutto normale, che
i giovani pensino alla vita come ad un'avventura dai limiti
incerti e imprecisati. E' grave, invece, che un'intera società,
quella occidentale - dove, fra l'altro, i bambini e i giovani
sono una percentuale demografica sempre più minoritaria
-, adotti il punto di vista infantile e infantilista di
chi finge che i limiti non esistano. Temo che nella delicata
questione dell'eutanasia, alla fine, la seduzione prevalente
(nei politici come nell'opinione dell'uomo comune) sia quella
di pensare anche alla morte come a un problema tecnico.
Un problema, cioè, per cui, dati determinati parametri,
esistano, belle e pronte, risposte precise, efficaci ed
efficienti, ma soprattutto rapide e economiche, che ci tolgano
di mezzo l'imbarazzante pensosità del dubbio assieme
alla costosa dedizione di una cura che, restituendoci alla
nostra fragilità, non produce guarigione.
Andrea Tagliapietra
> inizio pagina
LA
RICERCA DISTORTA - UNA VITA ARTIFICIALE CREATA CON UN BATTERIO
Creare un organismo unicellulare con DNA sintetico significa
mettere al mondo il primo essere vivente assolutamente artificiale.
Un essere, cioè - nella fattispecie un batterio -,
che non solo non sarebbe mai apparso sulla faccia della
Terra senza l'intervento dell'uomo (questa infatti, a ben
vedere, non è una novità, perché l'uomo
ha sempre interagito con il caso e con la cosiddetta "natura",
selezionando nuovi viventi, dalla pera Williams al piccolo
Westie che mi scodinzola accanto), ma soprattutto un essere
la cui invenzione e concezione dipenderebbe esclusivamente
dall'applicazione tecnica di un "progetto" umano.
Non si tratta più, infatti, di aggiungere o togliere
a un organismo vivente già esistente qualche gene,
come avviene per gli OGM, ma di costruirlo "ex novo"
del tutto. Questo piccolo "neobatterio" dimostrerebbe
allora che, come, nel corso del XX secolo, bombardando l'atomo
i fisici sono riusciti ad arricchire la tavola del "sistema
periodico di Mendeleev" di nuovi elementi, quali il
Polonio o il Plutonio, che non esistevano "in natura",
analogamente, all'inizio del XXI secolo, i biologi, dedicandosi
al "bricolage" del genoma, possono generare, a
piacere, nuovi esseri viventi. Forme di vita pensate a tavolino
e realizzate con la semplice "ars combinatoria"
dei geni, così come, partendo dalle lettere dell'alfabeto
e dalle regole della sintassi di una lingua, posso scrivere
qualsiasi testo, da questo breve articolo fino a "Guerra
e pace" di Tolstoj. Solo che l'equipe scientifica diretta
da Craig Venter, lo studioso che ha guidato il progetto
per la mappatura del genoma umano, e dal premio Nobel per
la medicina Hamilton Smith, a differenza di chi fa della
letteratura, per tracciare i suoi schizzi viventi sul blocnotes
del mondo, ha bisogno di svariati milioni di dollari. Di
conseguenza, deve corrispondere ai gusti e alle finalità
del facoltoso committente che, a quanto pare, sarebbe il
dipartimento per l'energia del governo americano. Così,
nello stesso articolo del "The Washington Post"
che ce ne dà resoconto, si allude all'eventualità
che dal "neobatterio" possa scaturire una nuova
generazione di armi biologiche, paventando i rischi di contaminazione
che tale prospettiva implica e collegando questa informazione
all'incubo americano (il terrorismo) e alla sua cattiva
medicina (la politica guerrafondaia del presidente Bush).
Non c'è dubbio che, nelle razioni a questa notizia,
verranno rispolverate le solite questioni dei massimi sistemi.
Dell'uomo che si sostituisce a Dio nel ruolo di creatore
della vita, violentando il grembo stesso di Madre Natura,
oppure, da parte di chi sostiene la bontà del
"progetto" di Venter e Smith, delle immaginifiche
capacità della tecnica di guarire le malattie e di
portare, grazie anche a questa scoperta, il Paradiso in
Terra. Ma le questioni teologiche o morali, in questo frangente,
servono solo da specchietto per le allodole. Accanto a questa
notizia, infatti, le agenzie di ieri riportavano anche un
allarme lanciato dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nei cosiddetti "Paesi in via di sviluppo" (l'eufemismo
più odioso dell'attuale gergo giornalistico) vecchie
malattie, come la tubercolosi, stanno rialzando la testa
con ceppi patogeni mutanti, che rendono inutili i vaccini
a disposizione. Occorrerebbero soldi per trovare nuovi vaccini
(una ricerca, per inciso, che servirebbe anche a noi, dal
momento che le infezioni non guardano il passaporto), ma
l'Unicef e la stessa Banca Mondiale parlano di lacune nel
finanziamento, nella ricerca e nella copertura mondiale
in materia di vaccinazione. Così, un quarto dei bambini
dei Paesi poveri non è protetto contro malattie frequenti
e evitabili con la vaccinazione, e il divario Nord-Sud si
è aggravato negli ultimi 20 anni. Nelle stesse agenzie
di ieri troviamo anche la notizia che i ricercatori hanno
scoperto un vaccino per una delle forme tumorali virali
del collo dell'utero più diffuse fra la popolazione
femminile e che, entro cinque anni, il preparato potrebbe
essere a disposizione delle donne sane e delle malate. Ovviamente,
il periodo di sperimentazione verrebbe accorciato se ci
fossero i fondi adeguati per la ricerca. Esempi del genere
potrebbero riempire le pagine de "Il Gazzettino"
per giorni e giorni. Il problema della tecnica è
sempre il problema dell'uso politico e pratico che della
tecnica noi vogliamo fare. Nel momento in cui gli Stati
democratici, come gli USA, decidono che la ricerca d'eccellenza
debba essere prioritariamente finanziata dai privati (o
da usi privatistici del governo), innescano una pericolosa
deriva ideologica che mina l'autonomia e la libertà
della ricerca. Solo una ricerca libera, infatti, può
essere anche una ricerca eticamente responsabile. In realtà,
sottoporre la ricerca scientifica al ricatto dello Stato
(e/o del sistema economico) diventa - basta guardasi attorno
- il modo migliore per generare scienziati irresponsabili,
che fanno di tutto pur di aggiudicarsi i preziosi finanziamenti,
e finalità particolari, spesso mostruose, che confliggono
con gli interessi generali dell'umanità.
Andrea Tagliapietra
>inizio pagina
BENEDETTO
CROCE, LA LEZIONE TRADITA
E' finalmente possibile, oggi, leggere Benedetto Croce
come un classico del pensiero del Novecento? Senza, cioè,
la necessità di dirsi o non dirsi "crociani",
senza la pretesa di attualizzare tutto, senza ridurre il
filosofo del "Breviario di estetica" e de "La
storia come pensiero e come azione" alla sola dimensione
politica, all'antifascismo, al liberalismo, alla destra
e alla sinistra, agli schieramenti che ancora e sempre ci
dividono? Credo che sia questo l'interrogativo centrale
che, al di là della retorica di circostanza delle
celebrazioni ufficiali per il cinquantenario dalla morte,
deve guidare la rilettura del filosofo di Pescasseroli sulla
soglia del terzo millennio. Non ha, infatti, giovato a Croce,
alla sua legittima collocazione fra i maestri della filosofia
del XX secolo e alla feconda problematicità che innerva
molte pagine della sua vasta opera, il provincialismo italiano
delle tribù culturali e delle etichette politiche.
Né è stata d'aiuto, per l'approccio a Croce
di quelle generazioni che in questi cinquant'anni lo hanno
studiato sui libri di scuola, la sbrigativa generalizzazione
con cui lo si è incasellato, assieme a Giovanni Gentile,
nella corrente epigonale del neoidealismo italiano, esaurendo
la sua originalità filosofica nel confronto teoretico
con Hegel e con i grandi capiscuola dell'idealismo tedesco.
In realtà, ciò che nell'opera di Croce c'era
di più proprio e peculiare, dagli inizi spaventiani
e desanctisiani, all'infatuazione per il marxismo con Labriola,
fino alle ultime pagine delle "Indagini su Hegel e
schiarimenti filosofici", non si rispecchiava nella
teoria e nello spirito sistematico, ma nella passione per
la storia. Il vero leitmotiv della filosofia di Croce è,
infatti, il problema della storia, anzi della storicità
della vita e dell'irrisolvibilità del male. Nessuno
schema idealistico, nessuna concezione della filosofia come
filosofia dello spirito o storicismo assoluto, fa eclissare,
in Croce, la passione per le "verità di fatto
o storiche", che compongono la "realtà
del conoscere" e di quell'operare che "di esse
si nutre per la deliberazione e per l'azione". Per
Croce lo spirito, lungi dall'evaporare nelle astratte speculazioni
della teoria, è sempre ben ancorato alla materialità
della storia, della poesia, dell'arte, dell'etica, dell'economia
e della politica. Il crogiolo in cui il Vero, il Bene, il
Bello e l'Utile finiscono per trovare la loro sintesi concreta
è, infatti, la cultura, nella sua dimensione inequivocabilmente
storica e morale. E' la cultura come libero movimento della
vita, ma anche come dovere che si rispecchia nell'impegno
pratico, etico e politico, nella formazione del cittadino
e dell'uomo libero. In Croce, cioè, si conferma,
al di là del lessico idealistico mutuato dai tedeschi,
la sostanza di una filosofia italiana che, malgrado il provincialismo
di cui si diceva, si pone in linea di continuità
con la grande lezione dell'Umanesimo e del Rinascimento,
con Machiavelli, con Giordano Bruno e con Vico, ma, non
potrebbe essere altrimenti, con la stessa eredità
classica, greco-latina e cristiana. Così, per esempio,
in una rapida recensione comparsa su "La Critica"
nel 1934, Benedetto Croce individuava già nel pensiero
dell'abate calabrese Gioacchino da Fiore l'anticipazione,
nel bel mezzo del medioevo italiano, di quel movimento triadico
che animerà, poi, la dialettica hegeliana e, con
essa, l'intera filosofia dell'idealismo. Tuttavia, se il
nucleo della lezione di Croce ci riconduce alla riconferma
delle radici storico-umanistiche della nostra cultura e
al loro intrinseco valore, forse, in margine alle celebrazioni
del cinquantenario, non sarebbe male chiedersi cosa rimane
ancora di questa prestigiosa tradizione culturale nel disegno
di riforma in atto dell'istruzione italiana, che, dalla
scuola elementare all'università, sembra andare proprio
nella direzione opposta, modellando ogni sapere secondo
il paradigma del puro addestramento all'operatività
tecnica.
Andrea Tagliapietra
> inizio pagina
LA DEMOCRAZIA
E' UN UOMO CHE CAMMINA - Dal viaggio come esperienza al
pellegrinaggio come ricerca di qualcosa di intangibile
Il camminare, in sé, è ciò che più
si avvicina al far niente. Fare due passi è l'azione
volontaria più prossima alle inerzie fisiologiche
del corpo, ai ritmi inconsci e irriflessi che regolano il
respiro, la digestione e il battito del cuore. Camminare
sembra un atto senza storia, anzi, sembra l'atto senza storia
per antonomasia. Eppure, questo gesto, che ci appare la
cosa più ovvia e insieme più oscura del mondo,
innerva, modesto e silente, religione e filosofia, paesaggio
e politica, arte e letteratura. Ce ne convinciamo leggendo
il bellissimo libro di Rebecca Solnit, "Storia del
camminare"(Bruno Mondadori, pp. 366, 22,50 euro). Dai
tempi immemoriali in cui ignoti pitecantropi lasciarono
l'aereo domicilio della foresta, saggiando l'umile gravità
del suolo, non c'è ambito della cultura umana che
non sia attraversato dal camminare. Tuttavia, ciò
che, all'improvviso, rende visibile e manifesto il nostro
antico cammino, pare porprio essere la minaccia che, all'alba
del Ventunesimo secolo, circonda la nostra natura bipede,
facendo dello spostarsi sulle proprie gambe nei paesi sviluppati
(veneziani a parte) un gesto sempre più intermittente
e circoscritto La vita contemporanea affida la mobilità
umana al supporto della tecnica. Veicoli che ci trasportano
o strumenti che trasferiscono nello spazio i nostri sensi
rendono il camminare solo una congiunzione necessaria fra
spostamenti meccanici e virtuali prestabiliti. Anche se
le inefficienze del sistema della mobilità ci costringono
ancora a passare in piedi lunghi momenti della giornata,
il camminare è, ormai, un intervallo che non decide
del nostro modo di muoverci e di concepire il movimento.
Basta pensare al paesaggio. Il camminare richiede la continuità
del paesaggio da attraversare, mentre la mobilità
contemporanea vive in una serie di scene - spesso scene
d'interni: casa, auto, palestra, ufficio, negozi -, scollegate
l'una dall'altra. La stessa mitologia del viaggio come vacanza,
di cui viene nutrito il nostro immaginario di consumatori,
è, in realtà, il modo con cui l'industria
del turismo ci trasporta, con massima rapidità e
confort, all'interno di una cartolina esotica. E', cioè,
la negazione dell'autentico viaggio come esperienza della
progressiva trasformazione di sé. L'uomo contemporaneo
concepisce il movimento come il modo più rapido possibile
di congiungere due punti nello spazio. Il tempo è,
nel movimento, una variabile
sempre riducibile: tendenzialmente un vero e proprio black-out
della coscienza. In metropolitana, il buio dei tunnel separa
istantanee della città irrelate fra loro, in macchina,
l'attenzione per il traffico, la musica della radio, il
telefonino e l'ufficio portatile, ci rendono ciechi rispetto
allo spazio che attraversiamo. In treno e in aereo, leggiamo,
lavoriamo e facciamo altro e solo i bambini continuano ostinatamente
a guardare fuori dal finestrino, malgrado, per la velocità,
non ci sia quasi più nulla da vedere. Invece, scrive
la Solnit, "muoversi a piedi sembra rendere più
facile muoversi nel tempo: la mente vaga dai progetti, ai
ricordi e alle osservazioni". Il camminare ci costringe
a fare i conti con il nostro corpo e con la nostra storia,
ci restituisce il senso e il piacere degli incontri senza
appuntamento, delle relazioni spontanee, del tempo non programmato,
dello spazio pubblico e democratico, della conversazione
occasionale. La rapidità, uno dei miti della civiltà
della tecnica, ci illude sulle nostre capacità di
adattamento a ritmi vitali sempre più frenetici e
sulla falsa urgenza degli innumerevoli microeventi che ci
capitano. Spesso scambiamo per controllo e padronanza dei
fatti il semplice stordimento involontario e l'inebriato
automatismo dei nostri riflessi condizionati. Ma il nostro
pensiero e la nostra comprensione sono ben lungi dall'essere
istantanei. Osserva la Solnit: "sospetto che la mente,
come i piedi, possa lavorare alla velocità di circa
tre miglia (pressappoco sei chilometri) all'ora. Se così
fosse, allora, la vita moderna si muove più rapidamente
della velocità del pensiero, o della riflessione".
La storia del camminare è la storia dell'uomo che
si comprende e fa esperienza del mondo, nell'inscindibile
concretezza di mente e corpo, di spazio e tempo. "Non
riesco a meditare se non camminando", diceva Rousseau.
"Appena mi fermo, non penso più, e la testa
se ne va in sincronia coi miei piedi". Da Aristotele
e dai peripatetici della sua scuola fino ai cinici di Diogene,
che vivevano errabondi per le strade delle città
greche, dai romantici Wanderer rousseauiani e goethiani,
a Nietzsche e Kierkegaard, fino al Benjamin
solitario passeggiatore di Parigi, e all'Heidegger inesausto
escursionista dei "sentieri interrotti" della
Foresta Nera, la filosofia occidentale pensa camminando.
Per Husserl, il camminare consente all'uomo di comprendersi
come un "qui" che si muove verso e attraverso
diversi "là", come un corpo che è
e vive nel mondo. Ma se l'uomo che pensa cammina, cammina
anche l'uomo che si rivolge a Dio e prega, come attesta
l'antichissima pratica del pellegrinaggio, diffusa in tutte
le religioni del mondo. Qui l'osservatore moderno, che ammira
i grandi santuari - Santiago di Compostela, La Mecca o i
templi sulle rive del Gange - dove, ancor oggi, i pellegrini
confluiscono in massa, spesso fraintende. Il disincanto
utilitarista ci fa scambiare il pellegrinaggio per la méta,
con le acque benedette, l'incenso e le monumentali architetture
come premio finale per lo sforzo. In realtà, il pellegrinaggio
è tutto nel cammino percorso. Il pellegrinaggio è,
suggerisce la Solnit, il "camminare alla ricerca di
qualcosa di intangibile". Si cammina per entrare nel
mondo, quindi si cammina anche per uscirne. Per incontrare
i nostri limiti, come fa l'alpinista, per incontrare il
divino, come fanno i pellegrini. Camminare è un atto
estetico che configura e
trasforma il paesaggio - si pensi ai giardini rinascimentali
o alle grandi piazze della nostra vecchia Europa, costruiti
quali quinte teatrali del nostro passeggiare -, e, insieme,
il camminare è un gesto igienico che, come già
diceva Ippocrate, mantiene la nostra salute in forma. Camminare
è,infine, un atto individuale che ha a che fare con
la sovranità del piacere, con l'erotismo dell'andatura,
con la seduzione femminile dei corpi, con l'adescamento
del sesso, con il vagabondaggio del desiderio nella fantasmagoria
delle merci e dei mercati: insomma con la libertà
di andare a zonzo in una società aperta. Così,
la storia del camminare non sarebbe completa se non ci ricordassimo
che l'uomo, spesso, cammina per protestare. Processioni
e rivoluzioni avvengono per strada. Anche i Vangeli ci raccontano
di una marcia: quella che porta Gesù dalla Galilea
a Gerusalemme e, poi, dall'Orto degli Ulivi alla croce del
Golgota. Dal silenzioso incedere del Quarto Stato nel famoso
dipinto di Pellizza da Volpedo alla marcia del sale del
piccolo Mahatma Gandhi, che attraversò il Deccan
per sfidare l'impero britannico, fino ai cortei di protesta
sindacali e politici, alle manifestazioni per i diritti
civili e per l'ambiente, alle marce per la pace, alle sfilate
dei no-global, ai girotondi e alle maratone per la solidarietà,
gli individui camminano insieme per farsi coraggio e per
dire di no, per opporsi o anche, semplicemente, per resistere
e per testimoniare. Del resto, la democrazia non corre,
né sta seduta. La democrazia è un uomo che
cammina.
Andrea Tagliapietra
>inizio pagina
AMBIGUITA'
DEL TEMPO LIBERO - TRA LAVORO E NON -
Lo chiamano "tempo libero", ma, forse, sarebbe
meglio definirlo "tempo vuoto". Per il 72,9% degli
italiani il tempo libero coincide, almeno in parte, con
il dolce far niente. Anzi, per il 44% dei nostri concittadini,
il tempo libero è, tout court, il tempo da trascorrere
rilassandosi, senza fare nulla di particolare. Magari guardando
fuori dal finestrino del treno o del bus mentre ci si sposta
o ci si reca al lavoro, come dichiara quasi il 45% degli
intervistati dall'indagine Istat Multiscopio 2000 su "I
cittadini e il tempo libero". Del resto, storicamente,
la categoria del "tempo libero" nasce, intorno
alla metà del XIX secolo, con la comparsa di un tempo
"vuoto", sottratto materialmente all'organizzazione
puntuale del lavoro, ma, a differenza del "tempo festivo"
delle culture preindustriali, posto in assoluta continuità
con esso. Noi non abbiamo, cioè, due modi di pensare
il tempo della vita sociale, ma un unico modo, produttivo,
coordinato e costrittivo, a cui non si contrappone un'altra
logica del decorso temporale, ma solo una sospensione, più
o meno prolungata, dell'applicazione pratica del tempo lavorativo,
dedita, oggi, soprattutto al consumo. Gradualmente l'impostazione
del "tempo obbligato" della produzione e del lavoro
ingloba nei suoi schemi anche il "tempo necessario",
cioè il tempo dedicato alle attività vitali
(mangiare, dormire, ecc.) e il "tempo vincolato",
vale a dire ciò che non dipende da noi, come gli
orari dei servizi e della vita pubblica. Inoltre, col progredire
del modello produttivo dell'organizzazione del tempo, le
stesse cure parentali verso i figli e i genitori, il tempo
dedicato alle persone nell'economia degli affetti, si ridescrivono
in termini di lavoro e prestazione. L'antitesi fra "tempo
lavorativo" e "tempo libero" diviene, in
realtà, l'antitesi fra lavoro e disoccupazione proiettata
in tutte le attività della giornata e della settimana
del singolo. L'indagine Istat conferma, nelle risposte degli
intervistati, l'imbarazzo e l'ambiguità che contraddistinguono
la categoria generale del "tempo libero". Il tempo
libero è, allora, il tempo del relax e del riposo,
ma è anche il tempo da dedicare agli affetti, quando
si può stare in coppia, con i parenti e con gli amici.
E' il tempo di cui non rendere conto a nessuno, il tempo
dedicato alla cura di sé, ma è anche il tempo
da donare agli altri, il tempo del volontariato, il tempo
dell'impegno. C'è chi fa coincidere il tempo libero
con le nozioni di svago e di hobby ricreativo e chi, invece,
vede il tempo libero come il tempo della solitudine, un
tempo inutile e persino sprecato. C'è chi, infine,
con un paradosso solo apparente, lo considera tempo utile
per studiare e per lavorare, per ricuperare sui ritmi del
lavoro troppo incalzanti. Così, guardando più
nel dettaglio i risultati del campione, scopriamo che, alla
faccia dei tassi di disoccupazione, durante la settimana
l'11% della popolazione occupata lavora anche al di fuori
dell'orario di lavoro e di questi ben il 43,1% lo fa perché
il carico di lavoro è eccessivo rispetto al normale
orario lavorativo. Anche all'interno del tempo libero sembra
che per il singolo non cessi mai il dovere di dimostrare
la propria ininterrotta disponibilità nei confronti
del lavoro produttivo. Ben il 29,9% degli intervistati dichiara,
infatti, di potersi rilassare "solo raramente durante
l'arco dell'anno"! E' evidente, inoltre, che la maggior
insoddisfazione delle donne rispetto alla quantità
e alla qualità del loro tempo libero deriva dal fatto
che queste, spesso, associano all'attività lavorativa
fuori casa gli obblighi e le mansioni della gestione domestica,
la cura della famiglia. Il tempo libero diviene, allora,
soprattutto per la fascia del campione tra il 35 e i 64
anni, un "tempo di compensazione": quel tempo,
cioè, che consente di dedicarsi alla famiglia, adempiendo,
accanto agli "obblighi" lavorativi, quelli familiari.
Confrontando i risultati del sondaggio del 2000, con l'analogo
sondaggio del 1995, diminuisce infatti il numero di persone
che considerano il tempo libero come tempo esclusivo di
riposo e relax individuale, mentre aumentano coloro che
lo ritengono tempo da dedicare agli affetti familiari, alle
pratiche di socializzazione, come lo sport e il gioco, alle
pratiche di ricreazione di sé, come le forme hobbistiche
d'arte, di autoistruzione e di svago, alla cura del corpo,
anche semplicemente andando dal parrucchiere o dall'estetista.
Tuttavia, il tempo è realmente libero là dove
la sua ricchezza non è più intesa come un
mezzo per fare altre cose, ma come uno scopo, un lusso fine
a se stesso. Solo così, del resto, l'immateriale
per eccellenza, il tempo, almeno un po' di tempo, può
cominciare ad uscire dai depositi delle banche, dove ci
ostiniamo ad accumularlo, ridiventando vita vissuta, esperienza
di ciò che più ci appartiene.
Andrea Tagliapietra
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TÉCHNE
ANIMA DELL'OCCIDENTE. Le lucide "profezie" di
Severino
Quando, 23 anni fa, la prima edizione del libro di Emanuele
Severino, "Téchne. Le radici della violenza"
fu pubblicata, nel mondo c'erano ancora la guerra fredda
e l'Unione Sovietica. Non c'erano, invece, i personal computer,
internet e i telefonini cellulari di massa. L'Italia era
stretta nella morsa del terrorismo e delle stragi che poi
furono dette "di Stato". Nell'agenda politica
di quei giorni la parola più ricorrente era l'ipotesi
di "compromesso storico" fra la Democrazia Cristiana
e il Partito Comunista Italiano. L'attualità di quegli
anni, grigi come il piombo da cui presero il nome, ci appare
lontana quanto i modelli delle auto - la 127, l'Alfetta,
la Ritmo, la A112, - che allora circolavano per le strade
del Paese e che la crisi della FIAT, oggi, ci fa ricordare,
con la solita trappola retorica della nostalgia. Ecco, quindi,
che la ripubblicazione, per i tipi di Rizzoli (pp. 352,
19,50 euro), di un'analisi filosofica che guarda nello specchio
del mondo, così come si presentava sul finire degli
anni '70, impegnandosi nel meticoloso compito di decifrare
gli eventi sociali e i significati della "piccola"
politica italiana rispetto al quadrante storico globale,
può sembrare, ad uno sguardo distratto, un'operazione
editoriale altrettanto nostalgica e di corto respiro. La
cronaca quasi mai diventa storia. Tantomeno il suo commento.
Perché lo sguardo, schiacciato sulla quotidianità,
pur riuscendo, talvolta, a cogliere preziosi dettagli, troppo
spesso perde la visione d'insieme, trascura i movimenti
più ampi, come quell'antico cavaliere che, tutto
intento a scrutare il sentiero, non si avvede di camminare
sulla groppa del drago. Eppure, di questa miopia, che anima
le molte "filosofie dell'attualità" che
si leggono negli editoriali dei giornali e vengono poi scrupolosamente
raccolte in volume, nelle pagine di "Téchne"
non v'è quasi traccia. Piuttosto, le dinamiche che
il filosofo bresciano scorgeva in azione nella realtà
italiana e mondiale degli anni '70, ci appaiono innervare,
confermate e amplificate, il mondo in cui ancor oggi viviamo.
Già nella prefazione all'edizione del 1988, Severino
scriveva che il libro ricompariva, senza alcuna modifica,
"perché non sembra che si debba modificare la
logica che guida l'interpretazione di quel periodo e la
previsione (di fatto confermata) del modo in cui si sarebbe
sviluppato". Per Severino la "téchne"
è l'anima originaria dell'Occidente. L'anima di cui
la tecnica del nostro tempo - che è, appunto, il
tempo della civiltà della tecnica - è l'espressione
più radicale e insieme essenziale. La tecnica contemporanea,
infatti, getta le sue radici in quella violenza estrema
che pensa l'agire come creare e distruggere le cose "dal"
e "nel" nulla, progettando il dominio incontrastato
e senza resti della totalità dell'essere. Non c'è,
dunque, nessun'altra "forza" di natura non immediatamente
tecnica che sia in grado di contrastarne l'affermazione.
Di conseguenza, non c'è ideologia che sia in grado
di contrapporsi al dominio della tecnica, né che
possa avere una strategia diversa dall'assecondarla, finendo
per subordinare i propri scopi a quegli della tecnica stessa.
Applicando questo assioma alla situazione politica e sociale
degli anni '70, Severino, nelle pagine di "Téchne",
vedeva l'inevitabile socialdemocratizzazione del PCI, la
progressiva perdita di peso della Chiesa Cattolica nella
politica italiana, la trasformazione del conflitto globale
Est-Ovest in un "duumvirato mondiale", che aveva
l'interesse convergente di blandire e di tenere sotto controllo
il conflitto "reale" fra i paesi ricchi e i paesi
poveri, fra il Nord e il Sud della Terra. Per Severino,
la stessa fine dell'URSS e la sua trasformazione nell'attuale
Russia postcomunista appartengono, in qualche modo, alla
logica che intende liberare le potenzialità della
tecnica da ogni freno ideologico, assicurandone la più
completa affermazione. Il filosofo, anche nella breve prefazione
che introduce questa nuova edizione di "Téchne",
rimane convinto che, malgrado l'attuale dominio della superpotenza
americana, il bipolarismo, magari con una più stretta
collaborazione fra Russia e Unione Europea, potrà
tornare ad assicurare l'equilibrio geopolitico del pianeta.
Del resto, il "tramonto delle ideologie", che
ai tempi di "Téchne" appariva ancor lungi
dall'essersi compiuto, è diventato, oggi, quasi un
luogo comune, mentre lo scenario della globalizzazione è
la conseguenza, sempre più evidente, sin nella più
intima quotidianità della vita, dello sviluppo incontrastato
della tecnica, che appare, di volta in volta, come quella
speranza o, vuoi anche, quella paura a cui, tuttavia, sembra
proprio non si possa mai dir di no.
Andrea Tagliapietra
>inizio pagina
LIBERTA'
E' ANCHE SCEGLIERE IL COMPAGNO
Secondo Amnesty International in una decina di Paesi del
mondo essere omosessuali è ancora un reato da punire
con la pena di morte. Il fatto che i sindaci di Parigi e
Berlino siano dichiaratamente gay e che l'omosessualità,
nei Paesi occidentali, non faccia più scandalo o
sia soggetta a provvedimenti repressivi, non deve far dimenticare
che la questione della discriminazione degli individui in
base alle loro scelte sessuali è lungi dall'esser
pienamente risolta anche all'interno degli Stati di più
avanzata democrazia. Il "patto civile di solidarietà
e unione", che Alessio De Giorgi e Christian Panicucci
hanno stipulato ieri, presso l'Ambasciata francese di Roma,
solleva, con la potenza dell'evento mediatico, il problema
del riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. L'amore
è, nella moderna sensibilità comune, una delle
manifestazioni principali della libertà dell'individuo.
Questa libertà si esprime nella scelta del compagno
e nelle forme della convivenza, nella costruzione dei progetti
di vita che due persone adulte decidono di portare avanti,
di comune accordo. Ma l'amore, che il fondo romantico della
modernità vuole libero nella sua autenticità,
deve, prima o poi, confrontarsi con gli altri, con il mondo,
con la società, con lo Stato. Qui, nella quotidianità
della vita, l'amore viene messo alla prova della durata:
il vincolo libero del sentimento diviene solidarietà
e aiuto reciproco per il superamento delle difficoltà.
Una solidarietà e un aiuto reciproco che lo Stato
riconosce nel momento in cui la coppia si impegna di fronte
ad un suo rappresentante, assicurandosi dei diritti e implicando,
per sé, il rispetto di alcuni precisi doveri. Nell'orizzonte
laico dello Stato il matrimonio è essenzialmente
questo, e non vi sono sensati motivi perché tale
unione non possa essere estesa a coppie di adulti dello
stesso sesso. In realtà, tuttavia, molti continuano
a pensare al matrimonio civile come alla secolarizzazione
del matrimonio religioso, che è un sacramento e che
implica una serie di significati di ordine diverso. Inoltre,
nell'immagine tradizionale del matrimonio, si tende a privilegiare
la centralità della procreazione e dell'educazione
dei figli, mentre, nelle società contemporanee, il
vero fulcro del matrimonio è, già da tempo,
l'autenticità del sentimento che lega due persone.
Ma soprattutto, la questione del matrimonio omosessuale
ci costringe a fare i conti con il senso più radicale
della modernità. La modernità, infatti, non
è soltanto la trasformazione tecnica dei nostri modi
di vita, ma è anche la capacità di pensare
all'uomo, alla famiglia e alla società come a qualcosa
che noi stessi possiamo cambiare e modificare storicamente,
senza che nessun Dio o "natura" ne abbia fissato,
una volta per tutte, il significato assoluto e immutabile.
Andrea Tagliapietra
> inizio pagina
DIETRO IL
"GIALLO", OFFICINA DEL MISTERO
Perché ci piacciono i gialli? Perché, fra
tutte le forme di narrativa, colta e popolare, i racconti
polizieschi, di assassinio e di mistero, sono di gran lunga
i preferiti dalla maggior parte dei lettori? Esiste un'"estetica"
del genere, un canone, delle regole che ci consentono di
delineare il "giallo ideale", una sorta di romanzo
"perfetto", che costituirebbe l'aspirazione segreta
di ogni giallista?
A queste domande ha cercato di rispondere, nei primi decenni
del Novecento, in una serie di articoli e saggi brevi, il
grande romanziere inglese Gil bert Keith Chesterton, per
intenderci il "papà" di "Padre Brown".
L'investigatore, in tonaca e collare bianco, che fu portato
sui teleschermi italiani negli anni '70 dall'ironia garbata
e discreta di Renato Rascel e che oggi rivive, se non altro
per emulazione, nelle gesta, più muscolari e meno
riflessive, del nostrano "Don Matteo". La raccolta
di scritti chestertoniani, inedita nella nostra lingua,
vede ora la luce in un delizioso volumetto, dal titolo efficace
ed accattivante, "Come si scrive un giallo " (Sellerio,
pp. 105, 7 euro). Nel giallo , osserva Chesterton, "la
tecnica è tutto". Tuttavia, "la natura
della tecnica realmente richiesta in tali racconti non viene
mai discussa adeguatamente". Così "nessuno
scrive quel libriccino che mi aspetto ogni giorno di vedere
nelle edicole, dal titolo "Come si scrive un giallo
"". Il giallo , sostiene Chesterton, è
una delle poche forme d'arte in cui gli scrittori possono
trarre un reale giovamento dall'esistenza di una guida critica,
in grado di formulare delle regole generali a cui attenersi.
Dal momento che il giallo "è un gioco che il
lettore gioca con l'autore", e che "differisce
da ogni altro racconto in questo: che il lettore è
contento solo se si sente scemo", il giallista, come
ogni buon giocatore, deve rispettare le regole del gioco.
La prima regola del giallo può sembrare paradossale,
tenendo conto che stiamo parlando dell'officina dell'enigma
e del mistero. Si tratta della semplicità. "Il
punto cardine di un giallo", afferma Chesterton, "è
che il segreto dev'essere semplice". La semplicità
è connessa con la rapidità, con la folgorazione,
con l'intuizione che, sciogliendo il nodo dell'intreccio,
porta a termine la trama. Infatti, "l'intero racconto
sussiste per il momento della sorpresa, e dev'essere un
momento". Ogni vero giallo , nota il cattolico Chesterton,
è una piccola apocalisse, in cui la soluzione è
tale "da poter risuonare all'improvviso nel giardino
al crepuscolo, come la tromba del giudizio". Il vero
nemico del giallo è, quindi, la spiegazione, perché
se la soluzione non appare immediatamente, ma dev'essere
lungamente argomentata e articolata, allora vuol dire che
l'autore ha fallito il suo scopo. Per questi motivi al giallo
si addice più la forma della novella che quella del
romanzo, dal momento che la brevità limita il rischio
della dispersione e della divagazione.
Nella letteratura gialla vige il principio del "rasoio
di Occam", quel principio d'economia che sfronda tutti
i passaggi logici superflui e non necessari. Ne consegue
che un'altra regola fondamentale del genere è la
condensazione o concentrazione. Il giallo ideale, scrive
Chesterton, è quello che si svolge in una stanza.
Per lo scrittore inglese, nel genere giallo rivivono le
antiche regole aristoteliche dell'unità di tempo,
di luogo e d'azione. L'esotismo avventuroso, il colpo di
scena del "deus ex machina", sono, quindi, i principali
nemici del giallo , dal momento che equivalgono a barare
rispetto alle regole del gioco. Nel giallo l'abil ità
dello scrittore sta nel mettere sotto il naso del lettore
tutte le carte senza fargliele scoprire prima del tempo,
non nel giocarsi il cosiddetto "asso nella manica",
che nessuno ha visto prima, facendo piovere sulla scena
mostri, extraterrestri o mandarini cinesi. Uno dei principali
errori dei giallisti riguarda i personaggi. Il giallo "è
un dramma di maschere e non di volti", dipende dalla
personalità apparente degli uomini piuttosto che
da quella reale. Di conseguenza, tutti i personaggi di un
giallo devono apparire buoni e insieme sospettabil i, ma
soprattutto devono essere interessanti. Non dobbiamo dimenticare,
dice Chesterton, che il nostro interesse ultimo per il giallo
non è logico, ma morale.
Il gioco del giallo è un gioco che ha a che fare
con il contrasto fra la luce e l'ombra, fra la rivelazione
e il segreto, fra l'ordine e il caos. Per questo, nei gialli,
"l'investigatore è sempre fuori dall'evento,
mentre il delinquente è dentro l'evento", così
che il lettore trae il suo godimento dalla continua oscil
lazione fra immedesimazione e distacco, fra sapere e non
sapere. Ecco perché Sherlock Holmes, il principe
dei detective, "è un investigatore troppo perfetto
perché le storie di cui è protagonista siano
gialli perfetti". Holmes, infatti, "vede tutto
in un istante, e così porta noi a vedere troppo".
L'investigatore ideale, invece, è "intelligente
ed energico, ma non fa miracoli: commette errori, segue
false tracce, svia il lettore e così costruisce la
storia". Qui Chesterton sembra presagire la nascita
di un nuovo tipo di eroe del romanzo giallo , che traccia
una soluzione di continuità rispetto all'investigatore
onnipotente della grande tradizione anglosassone degli Holmes,
dei Poirot, delle Miss Marple ma anche dell'americano Nero
Wolfe. Poco prima della morte di Chesterton, all'inizio
degli anni '30, Georges Simenon darà a questa nuova
figura di investigatore, in cui la logica analitico-deduttiva
cede il posto alla riflessione esistenziale e alla partecipazione
morale, la pipa e il cappotto del commissario Maigret.
Andrea Tagliapietra
> inizio pagina
LA POTENZA
DELL'IMMAGINE FABBRICA INESAURIBILE DI MITI
Chi ha inventato il cinema? I fratelli
Lumière, come scrivono le enciclopedie? Edison con
il suo "kinetograph", come vorrebbe ormai solo
qualche irriducibile sciovinista americano? Errato! L'inventore
del cinema fu Platone. Nel celeberrimo "mito della
caverna", che il filosofo racconta
nel settimo libro della "Repubblica", i tratti
essenziali dell'esperienza cinematografica sono già
tutti presenti. Immersi nel buio di quell'antro, che anticipa
di 2500 anni la sala di proiezione del cinema, gli uomini
guardano una parete, antenata remota della magia del grande
schermo. Su
quello schermo di pietra, alla tremula luce delle fiamme
di un ampio braciere, si muovevano delle ombre, antiche
progenitrici delle moderne immagini cinematografiche. Troviamo
quelle stesse ombre, moltiplicate dai giochi cromatici della
lanterna magica di Fanny e Alexander, nell'omonimo
capolavoro di Ingmar Bergman. Nel tepore familiare e festivo
del giorno di Natale, l'immagine è gioco del mondo,
è rapimento che porta con sé l'inquietudine,
carica di segrete aspettative, di quell'infanzia, che, a
volte, è velo di orrori inesprimibili, a volte di
doni meravigliosi. Nell'immagine, suggerisce Bergman,
rimane racchiuso il mistero a cui il gioco di ogni infanzia
allude, l'enigma teologico dell'inizio. Il "fiat lux"
della creazione potrebbe essere stato pronunciato dal severo
dio biblico del "Genesi", il dio iconoclasta,
vecchio e barbuto, di Abramo, Isacco e Giacobbe. Ma quella
stessa creazione potrebbe anche essere il gioco, la trottola,
la lanterna magica di un bimbo, magari di quel fanciullo
cosmico che Eraclito, prima di Platone, poneva all'origine
della mutevole varietà del tutto e che Stanley Kubrick
evocherà nella splendida chiusa di "2001: Odissea
nello spazio". L'immagine, infatti, possiede una potenza
archetipica che la parola, custode tuttavia di altre virtù
(e soprattutto di quella "critica" che ci consente
il disincantamento dalla prepotenza stessa delle immagini),
non arriva mai a possedere. La funzione visiva occupa, nel
complesso dell'ambito percettivo umano, un'estensione largamente
al di sopra dell¹80%. E' uno spazio estensivo, ma soprattutto
intensivo. Le immagini si fissano nelle nostre menti con
la rapidità del lampo. Del resto, la fisica
ci conferma che non c'è velocità maggiore
di quella della luce. Anche se le rifiutiamo, anche se la
volontà si oppone, le immagini si insinuano e si
istallano nella nostra fantasia e vengono sempre prima di
qualsiasi ragionamento. Provate a leggere "Il Gattopardo"
dopo aver visto il film di Visconti, e vedrete la fatica
improba di immaginarvi il principe di Salina, Angelica e
Tancredi senza i volti e le fattezze di Burt Lancaster,
Claudia Cardinale e Alain Delon. Ciò che nel pensiero
e nel linguaggio ci appare incomprensibile, come un idioma
straniero, o di difficile spiegazione, giacché richiede
una lunga e circostanziata argomentazione discorsiva, nell'immagine
ci viene restituito con l'immediatezza istantanea che è
propria della visione. Da questa potenza intuitiva dell'immagine,
che muove gli eserciti della passione e del sentimento,
deriva la duratura forza del mito. I miti, infatti, non
sono nient'altro che cristalli d'immagine. Come ruotando
la ghiera di un caleidoscopio i bimbi possono generare tutta
una gamma di figure variopinte, così il gioco del
mito produce, in sé, una molteplicità di versioni,
combina immagini che, dai tempi più remoti,
nutrono la fantasia e il pensiero, la vita e l'arte degli
uomini. Il cinema è stato la grande fabbrica dei
miti contemporanei perché è la sua essenza
ad essere composta della stessa sostanza del mito. Torniamo
alla caverna di Platone come preistoria dell'idea del cinema
senza farci abbagliare troppo dalla metafora del sole che
il filosofo assume come modello della realtà
"vera" che sta fuori, all'aperto, oltre gli idoli
illusori, copie di copie, proiettati sulla parete dell'antro.
Non è questa caverna "filosofica" che il
cinema richiama come sua dimensione originaria, quanto piuttosto
quell'altra caverna, gemella di questa, che Oscar Wilde
evocava nelle pagine del breve saggio su "La decadenza
della menzogna", pubblicato a Londra solo cinque anni
prima che i fratelli Lumière proiettassero i loro
primi cortometraggi. "Chi sia stato", si chiede
Wilde, "colui che per primo, senza essere uscito per
la dura caccia, raccontò agli esterrefatti cavernicoli,
nell'ora del tramonto, come aveva trascinato il megaterio
fuori della purpurea tenebra della sua caverna di diaspro,
o ucciso il mammut in singolar tenzone per riportarne le
zampe dorate, non possiamo dirlo, né ha avuto il
coraggio di dircelo nessuno dei nostri antropologi moderni,
malgrado la loro tanto vantata dottrina". Tuttavia,
"quale fosse il suo nome e la sua razza", conclude
Wilde, "egli certamente fu il fondatore delle relazioni
sociali. Egli è la base stessa della società
civile". Società e civiltà nascono dalla
capacità dell'uomo di lasciarsi incantare da quell'impasto
di immagini e racconto che gli antichi chiamavano mito.
Qui, come già diceva il sofista Gorgia, è
più sapiente chi si lascia ingannare, mentre è
quantomai stolto chi pretende di resistere all'inganno.
Di contro all'assolutismo della realtà propugnato
da un certo razionalismo moderno (il razionalismo degli
strumenti non dei fini), il mito ci insegna che può
essere razionale non essere razionali fino all'estremo,
perché ci sono ambiti del reale cui solo attraverso
il racconto si accede. L'uomo entra nella caverna perché
solo dalla sospensione della presa diretta con le cose,
ovvero dall'esonero della necessità di risponderne
immediatamente agli stimoli, può fare esperienza
della "realtà" del mondo. La magia del
cinema getta le sue radici nella dimensione immemoriale
di un uomo che, nel rifugio della caverna, al riparo dalla
notte dopo una giornata di dura lotta per la sopravvivenza,
riproduceva i fatti appropriandosi delle proprie esperienze
con gesti che divenivano immagini, che disegnavano ombre
e silhouettes sulle pareti illuminate dal fuoco. Ma prima
della malia delle immagini è il luogo stesso del
cinema ad affascinare: lo spazio buio e cavo della sala,
che possiede la
natura ambigua del ricovero rassicurante e dell'antro misterioso,
del grembo materno e della caverna di Aladino. Poi, certo,
viene il racconto ammaliatore, che esorcizza le tenebre,
che vìola il silenzio e la paura delle forze naturali,
attive nella notte dell'immediato, ritrovandone mostri,
desideri e figure nello spazio depotenziato e artefatto
dell'immagine. Il cinema, infatti, come il "mito verosimile"
che Platone poneva ai confini del discorso razionale, là
dove la ragione resta sempre senza concetti e parole, ritaglia
nella finzione un reale non oggettivo, ma che appare ancora
più vero della realtà stessa. E' una verità
che rende visibili le passioni, che dà volto a stati
d'animo e residenza a sogni ed utopie, che va a comporre
una sorta di lingua transnazionale (e oggi globale) dell'immaginario
collettivo, in cui uomini che non hanno parole in
comune con cui parlarsi e comunicare si ritrovano a guardare
e a rielaborare le stesse immagini e, per contagio, a provare
le stesse emozioni. Questa ennesima magia del cinema la
vive il fuggitivo, l'emigrante, lo straniero che, come succede
spesso nei romanzi di Simenon, ripara in un cinema per sottrarsi,
almeno per qualche ora, all'incalzare del suo destino, e
si sorprende a ridere o a piangere assieme a dei perfetti
sconosciuti, per delle immagini accompagnate dal suono di
una lingua per altro assolutamente ignota. E' questo elemento
collettivo e anonimo, sociale nel senso più generico
ed astratto, che il cinema come luogo e come situazione
del mondo della vita contrappone alla mera fruizione di
un film, che può avvenire oggi mediante la TV, in
videocassetta, col DVD sul monitor di un computer o, vuoi
anche, in una proiezione privata. Tuttavia, il cinema e
la sua magia sono inseparabili dall'antica movenza del rito,
che riunisce e ingloba il suo pubblico, che implica la partecipazione
e vincola alle sue regole, ma che, proprio per questo, è
ancora in grado di mettere in moto gli antichi meccanismi
dionisiaci della catarsi e dell'immedesimazione, del coinvolgimento
degli spettatori e della loro "liberazione" finale.
Tuttavia, non senza tacerne i rischi, come nella splendida
allegoria di uno degli ultimi romanzi di José Saramago,
là dove, proprio nel sottosuolo di un gigantesco
centro commerciale, ricompare, durante i lavori di ampliamento
dei parcheggi sotterranei, l'antica caverna platonica, con
i fossili dei suoi prigionieri serrati nei ceppi. Perché
l'altra faccia della medaglia del cinema è l'industria
culturale, di cui già parlavano Horkheimer e Adorno,
ossia il rischio di espropriarci della nostra facoltà
di inventare immagini incatenando la fantasia ai ritmi di
una riproducibilità tecnica sempre più seriale,
ristretta, ancorata alle logiche tiranniche e alle ideologie
totalitarie del mercato globale. Qui la magia dell'immagine
da bianca diventa nera. Essa non serve più per liberare
l'infinita varietà dei sogni, ma, come nella "rieducazione"
della seconda parte di "Arancia meccanica" di
Kubrick, per attuare un vasto programma pedagogico di controllo
capillare dell'immaginazione collettiva, i cui esiti, oggi,
cominciano ad apparire sin troppo palesi.
Andrea Tagliapietra
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LA FILOSOFIA
COME STUPORE, OVVERO VEDERE IL MONDO DA DIETRO LE QUINTE
"Il principio della filosofia", scriveva Plutarco
in uno dei suoi trattati delfici, "sta nell'indagine
e quello dell'indagine sta nello stupore e nel dubbio".
Tutte le domande filosofiche traggono origine dalla capacità
dell'uomo di stupirsi, sicché l'intera storia della
filosofia potrebbe essere raccontata a partire dall'esperienza
dello stupore. E' questa l'idea da cui parte il bel volume
di Jeanne Hersch, "Storia della filosofia come stupore",
appena mandato in libreria dalla Bruno Mondadori (pp. 344,
21,50 euro).
Un libro semplice e insieme raffinato, che costituisce un'ottima
introduzione, mai noiosa, mai saccente, agli snodi e alle
figure principali del pensiero occidentale. Sia Platone
che Aristotele ricollegano lo "stupore" o, come
si dice nell'antico idioma dei Greci, il "thaumàzein",
alla filosofia. Nel "Teeteto", Platone fa dire
a Socrate che "lo stupore è un sentimento assolutamente
tipico del filosofo e, anzi, la filosofia non ha altra origine
che questa". Aristotele, nella "Metafisica",
conferma la relazione fra lo stupore e l'inizio del pensiero
filosofico: "gli uomini, sia ai nostri giorni che dapprincipio,
hanno preso dal meravigliato stupore lo spunto per filosofare".
Il grammatico alessandrino Esichio, nel suo "Lexikon",
descrive lo "thauma" dello stupore come un misto
di sbalordimento e di turbamento. Del resto, già
gli Antichi avevano messo in evidenza il nesso etimologico
fra lo stupirsi meravigliato (thaumàzein) e il vedere
(theàsthai). Si tratta, tuttavia, di un vedere peculiare,
in cui le cose fanno irruzione all'interno del campo visivo
come se apparissero per la prima volta, nella loro innocenza
originaria. Perciò, il meravigliarsi che sta alla
base dell'attività filosofica è stato spesso
accostato allo stupore del bambino, ossia a quel particolare
modo di vedere che corrisponde all'atto di sgranare gli
occhi di fronte allo spettacolo del mondo. Lo stupore filosofico
è, per la Hersch, la capacità di interrogarsi
su un'evidenza accecante, che ci impedisce di vedere e capire
il mondo più immediato, la spaesante novità
dell'orizzonte che ci è più prossimo. La parola
italiana "stupore" deriva da una radice indoeuropea
"(s)teup-" che racchiude il significato di "battere"
e "percuotere". Lo stupore è, quindi, più
ciò che ci colpisce e ci scuote come uno shock o
una scossa elettrica, che quel rimanere incantati e con
la bocca aperta che talvolta è stato impiegato per
descrivere la condizione, immobile ed assorta, della contemplazione
teoretica. Per questo, personalmente, preferisco rendere
lo "thauma" dei primi filosofi con stupore, piuttosto
che con quel meraviglia, spesso impiegato nelle traduzioni
correnti, ma che evoca, nell'etimo latino "mirabilia",
la fissità di un guardare rapito, che punta l'oggetto
al centro della pupilla, là dove, appunto, si mette
a fuoco la mira.
In realtà, lo stupore filosofico è più
un guardare sfuocato, quasi un vedere senza centro che cerca
di cogliere il mondo da dietro le quinte. Se proprio dobbiamo
dargli una direzione, esso è simile allo sguardo
obliquo che Platone descrive nel suo ritratto di Socrate,
che ha l'abitudine di sbirciare i suoi interlocutori con
la coda dell'occhio, dal basso verso l'alto, come sapeva
fare Ulisse. Infatti, all'inizio dell'autentica vocazione
filosofica sta sempre una sorta di atto di ribellione intellettuale,
una specie di rotazione dello sguardo. Si tratta, per così
dire, di sollevare il velo dell'abitudine con cui, di solito,
ci accostiamo agli eventi più comuni della nostra
esistenza, come la percezione degli oggetti nel mondo esterno
o le differenti impressioni soggettive dello scorrere del
tempo, mettendo a nudo l'infinità di contraddizioni
e di problemi che essi presuppongono. Ma non basta il gusto
del paradosso a garantire la genuinità dello sguardo
filosofico. Infatti, chi si accontenta di stupire gli altri,
come un giocoliere del pensiero, mettendo in crisi le conoscenze
del senso comune, è filosofo solo per metà
o, meglio, come dicevano gli Antichi, è solo un sofista.
Il vero filosofo, al contrario, sente la sospensione della
certezza ordinaria come una messa in discussione di sé
e della propria vita. E' l'acquisizione di un punto di vista
che, una volta conseguito, non può più essere
accantonato. Così lo stupore filosofico, all'inizio,
è anche smarrimento e angoscia, è il guardarsi
attorno spaurito di chi scopre di essersi ormai inoltrato
in una terra sconosciuta. Lo stupore genera vertigine, insicurezza
e smarrimento, è la prima radice dell'"horror"
metafisico di cui parlava Leszek Kolakowski: una "suspense"
infinitamente più lunga di quella provocata da un
qualsiasi thriller. Lo stupore filosofico trasforma anche
ciò che appare più familiare in qualcosa di
spaventoso, è, prendendo a prestito il titolo di
un famoso saggio di Freud, il perturbante.
Una delle più belle descrizioni dello stupore filosofico
la leggiamo in alcune pagine autobiografiche di Karl Jaspers,
il maestro della Hersch, là dove il filosofo tedesco
ci descrive la sua esperienza giovanile del mare. "Nel
rapporto col mare", scrive Jaspers, "risiede,
sin da principio, la disposizione d'animo del filosofare.
Così fu per me, inconsciamente, già dall'infanzia.
Non so quanto tempo della mia vita ho trascorso a guardare
il mare, senza annoiarmi. Il mare è allegoria di
libertà e trascendenza. E' come una tangibile rivelazione
del fondamento delle cose. Il filosofare viene colto dall'esigenza
di saper tollerare il fatto che in nessun luogo esiste la
solida base, ma che proprio attraverso ciò parla
il fondamento delle cose. Il mare pone quest'esigenza. Là
non v'è alcun tipo di vincolo. Questa è l'inquietante
unicità del mare".
Andrea Tagliapietra
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POPPER, IL
FILOSOSO "SEQUESTRATO" DAI POLITICI
La stranezza del destino di sir Karl Raimund Popper è
che, nato nell'alveo della filosofia della scienza, il suo
pensiero è, oggi, a cent'anni dalla nascita, assai
più noto e apprezzato per gli influssi nel campo
della politica e della diagnostica sociale, piuttosto che
per il suo contributo allo sviluppo dell'epistemologia scientifica.
Anzi, mentre i filosofi della scienza sembrano aver archiviato,
forse un po' troppo sbrigativamente, la lezione del "falsificazionismo"
popper iano, è nella dimensione politica, come teorico
del pensiero liberale, che il filosofo austriaco continua
a recitare un ruolo di primo piano all'interno della cultura
contemporanea.In realtà, Popper amava definirsi "un
filosofo di vecchio stampo" che, come "uno degli
ultimi seguaci rimasti del razionalismo e dell'Illuminismo",
crede "nell'autoemancipazione dell'uomo per mezzo della
conoscenza". I grandi filosofi, diceva Bergson, si
distinguono per la capacità di condensare la loro
opera attorno ad un unico pensiero fondamentale. Quello
di Popper , che ritroviamo tanto nella sua epistemologia
quanto nelle pagine dedicate alla teoria politica e alla
storia della cultura, consiste nell'elaborazione di una
nuova immagine della verità basata sulla fecondità
inesauribile dell'errore. Per Popper , infatti, la verità
non possiede la forma stabile e tranquillizzante dell'affermazione,
quasi si trattasse di una sorta di punto d'approdo del nostro
sapere. Essa è, semmai, un ideale regolativo. Qualcosa,
cioè, a cui ci si approssima solo attraverso la continua
e ripetuta esperienza dell'errore.In questo modo Popper
ha ricordato alla filosofia del Novecento il valore formativo
e imprescindibile dell'errore, perché solo le cose
delle quali si può predicare anche il falso, possono
essere oggetto di discorso scientifico e, quindi, divenire
testimonianza di verità. L'avventura intellettuale
di questo "Socrate del Duemila", com'è
stato anche chiamato, sembra contrassegnata da un'autentica
passione militante per la "critica" ai modelli
di pensiero dominanti, per l'attacco ai "paradigmi
conservativi" nell'ambito del sapere e delle istituzioni.
Forse coloro che oggi "usano", specie qui in Italia,
il pensiero di Popper in chiave conservatrice, dovrebbero
rammentare del "maestro" de "La società
aperta e i suoi nemici" anche tutte quelle pagine in
cui egli professa la sua avversione a ogni ortodossia, a
ogni dogmatismo, ad ogni pensiero cristallizzato in istituzioni
che limitano la nostra libertà invece di garantirla
e di lasciarla essere nella sua pienezza.Purtroppo l'ultimo
Popper , il Popper delle molte, troppe interviste suscitate
dalla polemica contro la cattiva maestra televisione, ma
anche il Popper del banale ottimismo tecnocratico e della
cecità prospettica nei confronti dei limiti ecologici
e sociali del modello di sviluppo occidentale, è
prevalso, nell'immagine dei "media", rispetto
al brillante epistemologo degli anni giovanili, ma anche
rispetto al critico coraggioso delle ideologie totalitarie
nell'epoca del loro massimo fulgore, autore di opere fondamentali
come il già citato "La società aperta"
e "Miseria dello storicismo".A mio avviso, tuttavia,
il miglior libro di Popper rimane, ancor oggi, "La
logica della scoperta scientifica", del 1934, il saggio
che gli diede fama e notorietà accademica. Per Popper
le teorie scientifiche non sono altro che "congetture
audaci", a carattere provvisorio e, all'occasione,
costantemente rivedibili ed, infine, assolutamente sostituibili
alla luce di una teoria migliore. Con le teorie scientifiche
- scrive il filosofo - "noi creiamo un mondo: non il
mondo reale, ma le reti con le quali cerchiamo di cogliere
il mondo reale". Il giovane Popper si definisce, in
proposito, "kantiano non ortodosso", in quanto
egli associa al modello "critico-genetico" della
conoscenza "a priori" formulato dal grande maestro
di Königsberg, il principio "auto-critico"
della rivedibilità storica della conoscenza stessa.
Così, se Kant aveva ragione a criticare il dogmatismo
della metafisica classica, lo stesso Kant cadeva in preda
al dogmatismo nel momento in cui pretendeva di fissare come
valido "a priori" un modello di conoscenza scientifica
plasmato sulla teoria fisica di Newton, ossia su una teoria
che la scienza del Novecento, con Einstein, Heisenberg e
Schroedinger, ha, in un certo qual modo, falsificato. Ecco
allora che il nucleo della "Logica" è rivolto
contro ogni tentativo di naturalizzare la conoscenza scientifica,
basando i meccanismi del sapere su presupposte "strutture
immutabili" della realtà.Di contro a chi crede
di leggere nel sapere la filigrana del reale, Popper paragona
la logica della scienza alla "logica degli scacchi",
ossia alla "logica" di un gioco in cui si mescolano
criterio ed azzardo. "Il gioco della scienza - scrive
il filosofo - è, in linea di principio, senza fine.
Chi, un bel giorno, decide che le asserzioni scientifiche
non hanno più bisogno di nessun controllo e si possono
ritenere verificate definitivamente, si ritira dal gioco".
La "Logica della scoperta scientifica" ci fa intravedere
una concezione del cosmo creativa e giocosa, in cui alla
scienza non spetta di giustificare il mondo, ma di reinventarlo
e reimmaginarlo diversamente, ossia più fecondamente.
Rispetto ad una tale carica eversiva verso il presunto "naturalismo"
del mondo fisico, la successiva filosofia politica di Popper
non è mai stata altrettanto temeraria, limitandosi,
per lo più, ad una ripresa dei capisaldi della tradizione
liberale anglosassone.Così, la serrata argomentazione
popper iana nei confronti dell'"idolo scientifico"
della certezza rimane solo una figura che anticipa, nel
campo rigoroso dell'epistemologia, la critica all'oscurantismo
e all'arroganza del sapere costituito che, da Bacone a Foucault,
vale la pena ricordarlo, è sempre anche potere costituito.
In essa non è difficile scorgere il nucleo più
genuinamente illuministico del vecchio liberalismo che -
e ciò dovrebbe insegnare qualcosa ad alcuni sedicenti
"liberali" del nostro Paese, quantomai allergici,
per esempio, all'autonomia del potere giudiziario e alla
limitazione per legge della concentrazione di poteri - è
l'esercizio della libertà nel gioco, infinitamente
rinnovabile, del controllo e della regolamentazione dei
poteri. Andrea Tagliapietra
> inizio pagina
IL
PIACERE DI STARE INSIEME: ANTIDOTO ALLO STRESS
Divertirsi significa innanzitutto distogliersi dalle preoccupazioni,
sospendere, almeno per qualche ora, la presa che la realtà
esercita sulla nostra vita, sui nostri pensieri e sulle
nostre aspettative. Certo, divertirsi può essere
anche l'esperienza più autentica e costruttiva del
mondo, come accade in quei viaggi che ti cambiano la vita,
oppure nell'ampio spettro delle attività culturali
più classiche: la musica, la lettura, il teatro e
l'arte. Anche se dedichiamo loro solo alcune frazioni del
nostro tempo, questi svaghi culturali ci consentono di diversificare
e moltiplicare le prospettive della nostra esistenza, rendendola
più ricca, più varia ed anche più intensa.
Tuttavia, se la scelta di un divertimento creativo e costruttivo
appare, senza dubbio, auspicabile per tutti, non bisogna
ignorare che questo livello di organizzazione del tempo
libero richiede già un impegno più articolato
e selettivo, una sintassi delle passioni e degli interessi
che è difficile generalizzare. L'altro, il divertimento
negativo, lo scacciapensieri nazionalpopolare, è,
invece, a disposizione di tutti e non necessita di presupposti,
né di apprendistato. Talvolta è premessa di
qualcosa di più complesso. Talvolta si limita ad
intercalare le coazioni lavorative della vita quotidiana
con una sorta di contrappunto distensivo: con altre abitudini,
soltanto - e non è poco - più gradevoli e
meno stressanti. Apparentemente il sondaggio Poster dedicato
ai consumi dello svago e del tempo libero ci consegna l'immagine
di un Nordest godereccio e sempre meno impegnato nei divertimenti
culturali "classici" come visitare un museo, andare
ad una mostra d'arte o a teatro (suppongo che ascoltare
un concerto o assistere a un balletto o a un'opera lirica
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