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Fra trucchi e truffe la magia,
oggi, non gode certo di buona stampa. Il chiassoso baraccone
di paillette e pendolini, di sfere di cristallo e talismani,
di tarocchi e conigli bianchi sembra proprio agli antipodi
di ciò che anche il senso comune riconosce e raccoglie
sotto l'etichetta di filosofia: l'impresa del pensiero che,
in quanto scienza della verità per antonomasia, appare
nemica giurata dell'illusione e dell'inganno. Ecco perché
quella di "magia e filosofia" ci appare, alla
stregua del diavolo e dell'acqua santa, la più improbabile
delle endiadi. Ma dovremo ricredercene, almeno alla fine
della lettura del brillante e singolare saggio di Massimo
Donà, da poco uscito per i tipi di Bompiani, che
titola, appunto, "Magia e filosofia"(pp. 207,
7,50 euro). Donà, ben consapevole della provocazione
implicita in tale accostamento, ci guida in una briosa cavalcata
attraverso la storia del pensiero e della cultura occidentali
per dimostrare le innumerevoli occasioni di tangenza e di
ibridazione fra il sapere di Socrate e quello di Cagliostro.
Là dove, cioè, non solo magia e filosofia
si sono incontrate e magari sfidate in singolar tenzone.
Ma anzi, spinte da fatale attrazione, esse hanno dato vita
ai due volti, mercuriale e sulfureo, di un'unica e suprema
dottrina. Una sapienza in cui la "sciagurata distinzione"
fra teoria e pratica appare abolita e dove la coscienza
dell'orizzonte di tutte le cose come di un possente intreccio
di legami vitali consente di accostarne il mistero, cogliendo
la corrispondenza biunivoca che fa di ogni sapere un'operare
e colloca ogni operare nella trama di un'infinita teoria.
"La magia", scrive Donà, "deve dunque
essere intesa come consapevole prolungamento della ragione
finita; non come alternativa rispetto alla scienza. Essa
implica un "fare" proteso alla definizione di
un mezzo che esprima, sia pure simbolicamente, l'esistenza
di relazioni capaci di infrangere e superare le barriere
che normalmente sembrano separare e isolare le diverse esistenze
fenomeniche". La magia è, cioè, brunianamente,
"sapienza dei vincoli" e la filosofia è
magia quando non perde di vista, di contro al sapere isolante
della razionalità scientifica, il suo essere disciplina
della relazione di ogni singola cosa con il tutto e del
tutto con ogni singola cosa. Essa è la musica del
mondo, che il mago-filosofo, come il supremo musicista,
sa non solo ascoltare e decifrare, ma anche eseguire, modulandola
per canone e variazioni. Non senza quella stessa ironia
che già si apprezzava nelle pagine della "Filosofia
del vino", Donà ammette di aver dovuto usare,
talvolta, "stringente persuasione" per arruolare
alcuni protagonisti della sua ampia rassegna, che va dai
maghi caldei e dai sacerdoti egizi fino ai novecenteschi
Freud, Jung e Heidegger. Infatti, se non desta particolare
scandalo storiografico accostare il nome di "mago"
a quelli di Pitagora, di Empedocle, dei tardi neoplatonici
come Proclo e Giamblico, dei cabbalisti ebrei, degli alchimisti
medievali e, finanche, dei già più prossimi
Ficino, Pico della Mirandola, Campanella e Giordano Bruno,
i problemi nascono quando fa la sua comparsa l'impresa ideologica
della scienza moderna. Malgrado gli studi più recenti
abbiano mostrato che, fra le carte di Bacone e Newton, gli
scritti magici certo non mancavano e che il padre della
teoria della gravitazione universale aveva nella ricerca
alchimistica e nell'interpretazione dei testi apocalittici
la sua "officina segreta", l'ideologia della scienza
moderna nasce e pensa se stessa in soluzione di continuità
vuoi rispetto l'imbarazzante "Wunderkammer" delle
discipline magico-alchemiche, vuoi nei confronti della presunta
astrattezza della filosofia. E', per dirla con Foucault,
la fine della "prosa del mondo", che trasferisce
il suo sapere, fatto di analogie, metafore e somiglianze,
dalle pagine del libro della natura a quelle dell'arte e
della letteratura. Tuttavia, come suggerisce Donà,
il progressivo confino della questione del senso nel "ghetto"
dell'estetica o dell'inconscio psicoanalitico, ha, per noi
contemporanei, un prezzo elevatissimo: la resa senza condizioni
al cieco poter fare della tecnica che, dimentica dei fitti
legami che compongono la trama del tutto, non ha più
alcuna "cura" del mondo e, di conseguenza, sembra
ben avviata a distruggerlo.
Andrea Tagliapietra
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