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RASSEGNA STAMPA
di Andrea Tagliapietra

Questa sezione ospita gli articoli di Andrea Tagliapietra apparsi sul quotidiano "Il Gazzettino" (www.gazzettino.it). Nella prima prima pagina riportiamo l'articolo di più recente pubblicazione. Di volta in volta gli articoli verranno archiviati nella sezione > archivio 2004. Vedi anche la rassegna stampa di e su A. Tagliapietra curata dallo SWIF (Sito Web Italiano per la Filosofia - www.swif.it)


Nell'era della scienza trionfa l'occulto

Il Gazzettino - Cultura & Spettacoli- 14 dicembre 2004

 

Fra trucchi e truffe la magia, oggi, non gode certo di buona stampa. Il chiassoso baraccone di paillette e pendolini, di sfere di cristallo e talismani, di tarocchi e conigli bianchi sembra proprio agli antipodi di ciò che anche il senso comune riconosce e raccoglie sotto l'etichetta di filosofia: l'impresa del pensiero che, in quanto scienza della verità per antonomasia, appare nemica giurata dell'illusione e dell'inganno. Ecco perché quella di "magia e filosofia" ci appare, alla stregua del diavolo e dell'acqua santa, la più improbabile delle endiadi. Ma dovremo ricredercene, almeno alla fine della lettura del brillante e singolare saggio di Massimo Donà, da poco uscito per i tipi di Bompiani, che titola, appunto, "Magia e filosofia"(pp. 207, 7,50 euro). Donà, ben consapevole della provocazione implicita in tale accostamento, ci guida in una briosa cavalcata attraverso la storia del pensiero e della cultura occidentali per dimostrare le innumerevoli occasioni di tangenza e di ibridazione fra il sapere di Socrate e quello di Cagliostro. Là dove, cioè, non solo magia e filosofia si sono incontrate e magari sfidate in singolar tenzone. Ma anzi, spinte da fatale attrazione, esse hanno dato vita ai due volti, mercuriale e sulfureo, di un'unica e suprema dottrina. Una sapienza in cui la "sciagurata distinzione" fra teoria e pratica appare abolita e dove la coscienza dell'orizzonte di tutte le cose come di un possente intreccio di legami vitali consente di accostarne il mistero, cogliendo la corrispondenza biunivoca che fa di ogni sapere un'operare e colloca ogni operare nella trama di un'infinita teoria. "La magia", scrive Donà, "deve dunque essere intesa come consapevole prolungamento della ragione finita; non come alternativa rispetto alla scienza. Essa implica un "fare" proteso alla definizione di un mezzo che esprima, sia pure simbolicamente, l'esistenza di relazioni capaci di infrangere e superare le barriere che normalmente sembrano separare e isolare le diverse esistenze fenomeniche". La magia è, cioè, brunianamente, "sapienza dei vincoli" e la filosofia è magia quando non perde di vista, di contro al sapere isolante della razionalità scientifica, il suo essere disciplina della relazione di ogni singola cosa con il tutto e del tutto con ogni singola cosa. Essa è la musica del mondo, che il mago-filosofo, come il supremo musicista, sa non solo ascoltare e decifrare, ma anche eseguire, modulandola per canone e variazioni. Non senza quella stessa ironia che già si apprezzava nelle pagine della "Filosofia del vino", Donà ammette di aver dovuto usare, talvolta, "stringente persuasione" per arruolare alcuni protagonisti della sua ampia rassegna, che va dai maghi caldei e dai sacerdoti egizi fino ai novecenteschi Freud, Jung e Heidegger. Infatti, se non desta particolare scandalo storiografico accostare il nome di "mago" a quelli di Pitagora, di Empedocle, dei tardi neoplatonici come Proclo e Giamblico, dei cabbalisti ebrei, degli alchimisti medievali e, finanche, dei già più prossimi Ficino, Pico della Mirandola, Campanella e Giordano Bruno, i problemi nascono quando fa la sua comparsa l'impresa ideologica della scienza moderna. Malgrado gli studi più recenti abbiano mostrato che, fra le carte di Bacone e Newton, gli scritti magici certo non mancavano e che il padre della teoria della gravitazione universale aveva nella ricerca alchimistica e nell'interpretazione dei testi apocalittici la sua "officina segreta", l'ideologia della scienza moderna nasce e pensa se stessa in soluzione di continuità vuoi rispetto l'imbarazzante "Wunderkammer" delle discipline magico-alchemiche, vuoi nei confronti della presunta astrattezza della filosofia. E', per dirla con Foucault, la fine della "prosa del mondo", che trasferisce il suo sapere, fatto di analogie, metafore e somiglianze, dalle pagine del libro della natura a quelle dell'arte e della letteratura. Tuttavia, come suggerisce Donà, il progressivo confino della questione del senso nel "ghetto" dell'estetica o dell'inconscio psicoanalitico, ha, per noi contemporanei, un prezzo elevatissimo: la resa senza condizioni al cieco poter fare della tecnica che, dimentica dei fitti legami che compongono la trama del tutto, non ha più alcuna "cura" del mondo e, di conseguenza, sembra ben avviata a distruggerlo.
Andrea Tagliapietra