ANDREA TAGLIAPIETRA, "IL GIALLO DELLA FILOSOFIA"

 

A. Tagliapietra, "Il giallo della filosofia"", in "XÁOS. Giornale di confine", Anno I, n.3 2002-2003, URL: http://www.giornalediconfine.net/n_3/art_1.htm

 

L'interrogatorio. Domanda e risposta

Fare domande non è facile. Ci deve essere una tensione che dalla domanda ci conduce alla risposta e poi, da questa, ad un'altra domanda, e così via, fino alla fine dell'inchiesta. Sembra che chi interroga debba sempre aver presente, come un bersaglio, ciò che vuole dimostrare, e che questa consapevolezza lo guidi nella formulazione di ogni quesito. "Porre una domanda", scriveva Elias Canetti in "Massa e potere"(1960), "significa "agire per penetrare"". La domanda, nell'inchiesta, diventa implacabilmente, forse inevitabilmente, un mezzo di potere che affonda, affilato come un coltello, nel corpo dell'interrogato. Interrogare è, allora, questione di chirurgia, è lavoro di bisturi e di precisione. Consiste, direbbe il Socrate del "Fedro", "nella capacità di smembrare l'oggetto", "seguendo le nervature naturali, guardandosi dal lacerarne alcuna parte, come potrebbe fare un cattivo macellaio"(Fedro 265e). Così, nei racconti "gialli", la scena crudele del delitto si sdoppia nella scena, più sottilmente crudele, dell'interrogatorio, dove l'antico carnefice, l'autore del delitto, si trasforma, a sua volta, nella vittima. Il "giallo" come genere letterario, osservava Ernst Bloch nella "Considerazione filosofica del romanzo giallo"(1960; poi in "Volti di Giano"- 1965), nasce con la "procedura indiziaria" del procedimento giudiziario moderno, che ha bisogno di indizi e prove per arrestare, giudicare e punire. Tuttavia, ciò che questa procedura va a sostituire è l'antica "regina probationis", la confessione estorta con la tortura: "tramite l'indizio si raggiunse un livello di civiltà maggiore rispetto alla tortura, e tale da procurare una ben diversa "tensione"". Ciononostante, la tensione dell'inchiesta, il "lavoro dell'indagine", ereditano qualcosa da quell'"inconcepibile crudeltà" che è l'"indagine dolorosa" della tortura. Qui, prosegue Bloch, la tensione, "lacerando, con arti altrettanto lacerati, la rete delle menzogne", fa dire all'imputato "cose che nessun altro poteva sapere all'infuori del colpevole e del giudice". Nell'interrogatorio, gli fa eco Canetti, il chirurgo, penetrato negli organi interni, "mantiene in vita la sua vittima, per sapere qualcosa di più preciso su di essa. Si tratta qui di un particolare tipo di chirurgo, che opera ricorrendo deliberatamente all'"eccitazione" dolorosa locale: egli stimola certe parti della vittima per conoscerne con maggior sicurezza le altre". Se fossimo trasparenti come il cristallo, se i nostri pensieri non avessero carne e linguaggio, non servirebbe affatto chiedere. Ma a chi fa domande, all'inquisitore che incalza, esigendo risposte brevi e concise, si oppone, solida e passiva, l'opacità del corpo. La prima forma di resistenza del corpo è la sordità di chi non sente la domanda. La sordità non è ancora il rifiuto consapevole, il diniego del silenzio. Chi è sordo, chi non sente le domande, sta ancora al di qua dell'interrogatorio e della sua scena crudele. Infatti, egli pensa di potersi sottrarre, ritiene di avere la forza di eludere la domanda. La sordità, il fingere incomprensione o indifferenza, sono, del resto, il modo più frequente con cui, chi ha potere, cerca di sfuggire al potere che è proprio dell'inchiesta. In questo caso, il potere lascia che le domande rimbalzino sul suo corpo come su un muro di gomma. Il silenzio, invece, il rifiuto di rispondere, presuppone già un'asimmetria. Chi è più forte interroga il più debole, ma questi ha ancora la facoltà di negarsi al gioco dell'interrogatorio, di tacere, opponendo all'inquisitore lo scudo del segreto.

Forme del segreto

Cos'è il segreto? Forse coglieremmo un aspetto sin troppo superficiale del segreto se noi ce lo raffigurassimo soltanto come una frase non detta o una testimonianza negata, analogamente a ciò che s'intende quando si parla di "segreto professionale" - del prete, del medico, dello psicoanalista o dell'avvocato -, o vuoi anche di "formula segreta", di "segreto di fabbricazione", di "segreto militare" e di "segreto di Stato". Tutte queste "forme pubbliche" del segreto, consapevoli o inconsapevoli, consce o inconsce, hanno a che fare con la decisione di dire o di non dire, più che con il contenuto di ciò che si dice. Esse possono persino diventare materia di legge, come avviene nelle cosiddette legislazioni sulla "privacy" (per esempio quella che, pochi anni fa, è stata introdotta anche in Italia,
istituendo la figura del garante della privacy). Tuttavia, se in questo caso è l'autorità della legge che ingiunge l'osservanza del segreto a chi non avrebbe, altrimenti, alcun dovere del silenzio, in generale il segreto si manifesta nelle sfere private della confidenza e della fiducia. Il segreto, allora, è misurato dal patto che assicura il rispetto della convenzione del silenzio. Il giuramento assicura il segreto, secondo una garanzia di fedeltà speculare alla formula-principe della testimonianza: "giuro di dire tutta la verità, nient'altro che la verità". "Giuro di non
dire niente", infatti, è la frase che espone il segreto a quel gioco di lealtà e tradimento su cui già ironizzava un famoso motto di spirito di Benjamin Franklin: "tre persone possono tenere un segreto se due di loro sono morte". Ma ciò che noi chiamiamo segreto rinvia forse a qualcosa di più essenziale, che sfugge alle opposizioni tra pubblico e privato, tra memoria e dimenticanza, tra rivelazione e simulazione. Questa irriducibilità del segreto a quanto si decide di dire o non dire è ciò su cui si sofferma, da qualche tempo, la riflessione di uno dei maggiori filosofi contemporanei, il francese Jacques Derrida (cfr.: "Il segreto del nome"(1993) e, scritto con Maurizio Ferraris, "Il gusto del segreto"(1997)). Il segreto, scrive Derrida, "non è un'interiorità privata che si dovrebbe disvelare, confessare, dichiarare, cioè di cui si dovrebbe rispondere, rendendone conto". Anche nel caso del diritto al segreto, vale a dire nei casi sovrammenzionati del "segreto professionale" o del "segreto di Stato", presi in considerazione dai codici e dalle legislazioni, siamo di fronte, in realtà, ad un "diritto condizionale" per cui "il segreto è condivisibile e limitato alle condizioni date". Ciò significa che il segreto costituisce semplicemente un problema, il cui contenuto può - o persino deve - essere dichiarato non appena si diano altre condizioni rispetto a quelle previste
dal patto di segretezza iniziale. Eppure, accanto a questa dimensione del segreto, ve n'è una ulteriore. In essa,"si tace, non per conservare una parola in riserva o in disparte, ma perché il segreto resta straniero alla parola". Questa estraneità, quest'assoluta alterità del segreto ha una storia che, nella cultura occidentale, fa riferimento, da un lato, al Nome impronunciabile di Dio della tradizione ebraica, e, dall'altro, alle conclusioni della teologia negativa della tradizione platonica, prima, e cristiana, poi. In questi due ambiti, infatti, viene condotta una meditazione serrata su cosa accade quando si dà un nome.

Nome proprio e identità

L'analisi dell'atto del nominare rivela, in controluce, l'idea di un ordine e di una razionalità che vuole avere ragione del singolare e dell'irriducibile. Ciò che la tradizione occidentale pensa a proposito del Nome impronunciabile di Dio o dell'improprietà di ogni attributo positivo del divino è estendibile a qualsiasi nome proprio. Essa rappresenta la resistenza di ciò che è unico alla logica dell'equivalenza e della traducibilità assolute. Se, infatti, noi pensiamo a un nome, non possiamo fare a meno di immaginare una pluralità di oggetti, ovvero una classe in cui, in ultima analisi, l'unicità va perduta, mentre cresce l'omonimìa. "Giovanni", "Sebastiano", "Chiara" o "Alessandra", in quanto "nomi", consentono la moltiplicazione dell'omonimìa (quanti "Giovanni", "Sebastiano", "Chiara" o "Alessandra" ciascuno di noi conosce!). In quanto son "propri", invece, rappresentano la fine dell'interscambiabilità del linguaggio, l'unicità dell'individuo che non può essere ulteriormente significata e che, dunque, rimane ostinatamente segreta, racchiusa nella comunità degli affetti o nella concentrazione singolare del silenzio. Chi tace è depositario di un tesoro: il tesoro è in lui, costituisce il potere
della sua singolarità. C'è un limite strutturale alla panotticità dell'immagine, all'esprimibilità dei linguaggi e alla trasparenza della comunicazione. Si tratta di una macchia d'opacità, di un fondo di resistenza che resta sempre intraducibile, ma che, per altri versi, funge da garanzia suprema di libertà. Infatti, solo se non tutto può e deve essere condiviso, c'è spazio per l'autonomia del singolo. "Ho il gusto del segreto", suggeriva Derrida, "ho un moto di timore o terrore davanti a uno spazio politico, per esempio, a uno spazio pubblico, che non dia spazio al segreto. Per me, esigere che si metta tutto in piazza e che non ci sia foro interno è già il
farsi totalitaria della democrazia. Se non si mantiene il diritto al segreto si entra in uno spazio totalitario". In questo spazio totalitario, la prima domanda riguarda l'identità. Ogni rilevamento poliziesco inizia con la dichiarazione delle "generalità". Per Canetti è, questa, la richiesta più arcaica, che rivela "il dubitoso rapporto con la preda: Chi sei? Ti si può mangiare?". Con il possesso del nome (o la sua attribuzione mediante l'atto del nominare) si manifesta il potere assoluto di chi ottiene la rivelazione del nome su chi viene costretto a confessarlo. Si tratta di un potere di vita o di morte. Nella favola, splendidamente raccontata dalla musica di Puccini, il principe Calaf, "scioglitore di enigmi", vince Turandot indovinandone il nome e proponendo alla crudele principessa il controenigma del segreto del suo stesso nome. Come recita la celeberrima romanza, cavallo di battaglia di molti tenori: "il mio mistero è chiuso in me,/ il nome mio nessun saprà!". Se il segreto sta nel nucleo più interno del potere, metafora di ogni segreto - e, quindi, di ogni potere -, è l'interiorità del corpo. Quel corpo che l'azione criminale del delitto ferisce, penetra e sventra, quel corpo che l'azione inquisitoria del detective disseziona, apre e analizza.

Medicina e "arte della deduzione"

La parentela fra il romanzo giallo e la medicina non è certo scoperta di oggi. La storia della letteratura poliziesca, infatti, è zeppa di medici, che indagano in prima persona o che affiancano i detective professionisti come consiglieri, collaboratori ed amici. Conan Doyle era laureato in medicina e la sua più riuscita creatura letteraria, Sherlock Holmes, non era certo digiuna di nozioni della scienza di Ippocrate. Il primo incontro fra il dottor Watson, che medico lo era stato sul serio, per la precisione chirurgo del corpo dei fucilieri britannici in Afghanistan, e il principe degli investigatori - siamo nelle prime pagine di "Uno studio in rosso", del
1887 - avviene nel laboratorio di chimica dell'ospedale di Londra. Holmes, racconterà in seguito il dottor Watson, aveva buone cognizioni d'anatomia ed era un chimico di prim'ordine, anche se non aveva mai seguito sistematicamente dei corsi di medicina. Medico e laureato in legge è, invece, il professor John Thorndyke, protagonista dei romanzi e dei racconti di R. Austin Freeman, fra i primi - il romanzo d'esordio della serie fu "L'impronta scarlatta" del 1907 - a far uso dei metodi della medicina forense e inventore del giallo a "indagine inversa", nel quale l'identità del colpevole è nota sin dall'inizio, sicché l'interesse del lettore si concentra sulla catena di ragionamenti che il detective adopera per smascherarlo. Un altro illustre medico mancato del genere poliziesco è il grande commissario Maigret. Iscritto a medicina all'Università di Nantes, il giovane Maigret è infatti costretto ad abbandonare gli studi dopo due anni, a causa della morte del padre che lo lascia senza i mezzi economici per proseguire. Come Simenon, che aveva frequentato sporadicamente le lezioni di medicina criminale nella nativa Liegi, anche il buon commissario pensa, talvolta, alla carriera interrotta di medico e, in particolare, allo psichiatra che avrebbe voluto diventare. Ma il rapporto fra il giallo e la medicina non si limita alle coincidenze biografiche dei suoi autori e dei suoi personaggi, né all'ampio bagaglio di nozioni tecniche di cui gli scrittori del genere hanno fatto uso per escogitare scenari criminali e delitti sempre più sofisticati. In realtà la letteratura gialla sembra aver mutuato dall'arte della medicina il suo stesso metodo, ossia quella "detection", quell'investigazione analitica basata sul paradigma indiziario che ha nella semiotica medica il suo massimo campo di sviluppo scientifico. Come la medicina, che diagnostica malattie inaccessibili all'osservazione diretta partendo da sintomi superficiali che sembrano irrilevanti o confusi agli occhi del profano, così anche l'indagine poliziesca parte spesso da piccoli dettagli trascurati, apparentemente insignificanti, per risalire, passo dopo passo, alla fonte nascosta del male, all'autore del crimine. Di conseguenza, non c'è da meravigliarsi che la nascita del genere "giallo", intorno alla metà dell'Ottocento, nelle pagine di Poe, Gaboriau e Conan Doyle, coincida con l'affermarsi del prestigio epistemologico e sociale della medicina e con il consolidamento del paradigma indiziario della semiotica. Un paradigma che, pur fondandosi sul metodo positivista di Comte e di Darwin, ossia sulla raccolta sistematica dei fatti e sulla loro classificazione, abbisogna di una procedura logica - "l'arte della deduzione" come la chiamerà Sherlock Holmes -, che ci consente, dalla mera congerie delle osservazioni, dalla medicale registrazione dei sintomi, di giungere alla conclusione dell'inchiesta, ossia alla scoperta del colpevole, alla diagnosi del male. Ma "l'arte della deduzione" ci porta dritti dritti alla sua prima e più autorevole trattazione scientifica, vale a dire alle pagine degli "Analitici primi" di Aristotele. Aristotele, uno dei padri del pensiero occidentale, che, non a caso, prima di essere filosofo, era figlio di un medico e medico lui stesso.

"Giallo" e filosofia

«L'essenza del "giallo"», scriveva Cecil Chesterton, in un saggio, concepito assieme al più celebre fratello Gilbert, dal titolo "Il racconto a sensazione come opera d'arte"(1906), "è la presenza di fenomeni visibili con una spiegazione nascosta; ed è questa, a pensarci bene, l'essenza di tutte le filosofie". Qualcosa turba la nostra quiete e questo è l'inizio. Tuttavia, ciò che ci inquieta è assolutamente sconosciuto, ciò che ci inquieta è il mistero stesso. In questo senso la letteratura gialla e la filosofia hanno molto in comune. Sia il giallo che la filosofia procedono dal caos dell'ignoto verso l'ordine della conoscenza. Sia il giallo che la filosofia ricercano regole e "prove" in grado di fondare la verità delle loro tesi. Sia il giallo che la filosofia articolano, passo dopo passo, un ragionamento che connette premesse indiziarie a conclusioni di giudizio. Allora, vi è, dapprima, la
pura tensione dell'indovinare, il desiderio, anzi, la brama, di risolvere l'enigma. La seconda tappa è il momento dello smascherare e dello scoprire, il meccanismo dell'inchiesta vera e propria. La terza è la garanzia che ogni scoperta sia una sorpresa. L'inatteso, il