|
L'interrogatorio. Domanda e
risposta
Fare domande non è facile.
Ci deve essere una tensione che dalla domanda ci conduce
alla risposta e poi, da questa, ad un'altra domanda, e così
via, fino alla fine dell'inchiesta. Sembra che chi interroga
debba sempre aver presente, come un bersaglio, ciò
che vuole dimostrare, e che questa consapevolezza lo guidi
nella formulazione di ogni quesito. "Porre una domanda",
scriveva Elias Canetti in "Massa e potere"(1960),
"significa "agire per penetrare"". La
domanda, nell'inchiesta, diventa implacabilmente, forse
inevitabilmente, un mezzo di potere che affonda, affilato
come un coltello, nel corpo dell'interrogato. Interrogare
è, allora, questione di chirurgia, è lavoro
di bisturi e di precisione. Consiste, direbbe il Socrate
del "Fedro", "nella capacità di smembrare
l'oggetto", "seguendo le nervature naturali, guardandosi
dal lacerarne alcuna parte, come potrebbe fare un cattivo
macellaio"(Fedro 265e). Così, nei racconti "gialli",
la scena crudele del delitto si sdoppia nella scena, più
sottilmente crudele, dell'interrogatorio, dove l'antico
carnefice, l'autore del delitto, si trasforma, a sua volta,
nella vittima. Il "giallo" come genere letterario,
osservava Ernst Bloch nella "Considerazione filosofica
del romanzo giallo"(1960; poi in "Volti di Giano"-
1965), nasce con la "procedura indiziaria" del
procedimento giudiziario moderno, che ha bisogno di indizi
e prove per arrestare, giudicare e punire. Tuttavia, ciò
che questa procedura va a sostituire è l'antica "regina
probationis", la confessione estorta con la tortura:
"tramite l'indizio si raggiunse un livello di civiltà
maggiore rispetto alla tortura, e tale da procurare una
ben diversa "tensione"". Ciononostante, la
tensione dell'inchiesta, il "lavoro dell'indagine",
ereditano qualcosa da quell'"inconcepibile crudeltà"
che è l'"indagine dolorosa" della tortura.
Qui, prosegue Bloch, la tensione, "lacerando, con arti
altrettanto lacerati, la rete delle menzogne", fa dire
all'imputato "cose che nessun altro poteva sapere all'infuori
del colpevole e del giudice". Nell'interrogatorio,
gli fa eco Canetti, il chirurgo, penetrato negli organi
interni, "mantiene in vita la sua vittima, per sapere
qualcosa di più preciso su di essa. Si tratta qui
di un particolare tipo di chirurgo, che opera ricorrendo
deliberatamente all'"eccitazione" dolorosa locale:
egli stimola certe parti della vittima per conoscerne con
maggior sicurezza le altre". Se fossimo trasparenti
come il cristallo, se i nostri pensieri non avessero carne
e linguaggio, non servirebbe affatto chiedere. Ma a chi
fa domande, all'inquisitore che incalza, esigendo risposte
brevi e concise, si oppone, solida e passiva, l'opacità
del corpo. La prima forma di resistenza del corpo è
la sordità di chi non sente la domanda. La sordità
non è ancora il rifiuto consapevole, il diniego del
silenzio. Chi è sordo, chi non sente le domande,
sta ancora al di qua dell'interrogatorio e della sua scena
crudele. Infatti, egli pensa di potersi sottrarre, ritiene
di avere la forza di eludere la domanda. La sordità,
il fingere incomprensione o indifferenza, sono, del resto,
il modo più frequente con cui, chi ha potere, cerca
di sfuggire al potere che è proprio dell'inchiesta.
In questo caso, il potere lascia che le domande rimbalzino
sul suo corpo come su un muro di gomma. Il silenzio, invece,
il rifiuto di rispondere, presuppone già un'asimmetria.
Chi è più forte interroga il più debole,
ma questi ha ancora la facoltà di negarsi al gioco
dell'interrogatorio, di tacere, opponendo all'inquisitore
lo scudo del segreto.
Forme del segreto
Cos'è il segreto? Forse
coglieremmo un aspetto sin troppo superficiale del segreto
se noi ce lo raffigurassimo soltanto come una frase non
detta o una testimonianza negata, analogamente a ciò
che s'intende quando si parla di "segreto professionale"
- del prete, del medico, dello psicoanalista o dell'avvocato
-, o vuoi anche di "formula segreta", di "segreto
di fabbricazione", di "segreto militare"
e di "segreto di Stato". Tutte queste "forme
pubbliche" del segreto, consapevoli o inconsapevoli,
consce o inconsce, hanno a che fare con la decisione di
dire o di non dire, più che con il contenuto di ciò
che si dice. Esse possono persino diventare materia di legge,
come avviene nelle cosiddette legislazioni sulla "privacy"
(per esempio quella che, pochi anni fa, è stata introdotta
anche in Italia,
istituendo la figura del garante della privacy). Tuttavia,
se in questo caso è l'autorità della legge
che ingiunge l'osservanza del segreto a chi non avrebbe,
altrimenti, alcun dovere del silenzio, in generale il segreto
si manifesta nelle sfere private della confidenza e della
fiducia. Il segreto, allora, è misurato dal patto
che assicura il rispetto della convenzione del silenzio.
Il giuramento assicura il segreto, secondo una garanzia
di fedeltà speculare alla formula-principe della
testimonianza: "giuro di dire tutta la verità,
nient'altro che la verità". "Giuro di non
dire niente", infatti, è la frase che espone
il segreto a quel gioco di lealtà e tradimento su
cui già ironizzava un famoso motto di spirito di
Benjamin Franklin: "tre persone possono tenere un segreto
se due di loro sono morte". Ma ciò che noi chiamiamo
segreto rinvia forse a qualcosa di più essenziale,
che sfugge alle opposizioni tra pubblico e privato, tra
memoria e dimenticanza, tra rivelazione e simulazione. Questa
irriducibilità del segreto a quanto si decide di
dire o non dire è ciò su cui si sofferma,
da qualche tempo, la riflessione di uno dei maggiori filosofi
contemporanei, il francese Jacques Derrida (cfr.: "Il
segreto del nome"(1993) e, scritto con Maurizio Ferraris,
"Il gusto del segreto"(1997)). Il segreto, scrive
Derrida, "non è un'interiorità privata
che si dovrebbe disvelare, confessare, dichiarare, cioè
di cui si dovrebbe rispondere, rendendone conto". Anche
nel caso del diritto al segreto, vale a dire nei casi sovrammenzionati
del "segreto professionale" o del "segreto
di Stato", presi in considerazione dai codici e dalle
legislazioni, siamo di fronte, in realtà, ad un "diritto
condizionale" per cui "il segreto è condivisibile
e limitato alle condizioni date". Ciò significa
che il segreto costituisce semplicemente un problema, il
cui contenuto può - o persino deve - essere dichiarato
non appena si diano altre condizioni rispetto a quelle previste
dal patto di segretezza iniziale. Eppure, accanto a questa
dimensione del segreto, ve n'è una ulteriore. In
essa,"si tace, non per conservare una parola in riserva
o in disparte, ma perché il segreto resta straniero
alla parola". Questa estraneità, quest'assoluta
alterità del segreto ha una storia che, nella cultura
occidentale, fa riferimento, da un lato, al Nome impronunciabile
di Dio della tradizione ebraica, e, dall'altro, alle conclusioni
della teologia negativa della tradizione platonica, prima,
e cristiana, poi. In questi due ambiti, infatti, viene condotta
una meditazione serrata su cosa accade quando si dà
un nome.
Nome proprio e identità
L'analisi dell'atto del nominare
rivela, in controluce, l'idea di un ordine e di una razionalità
che vuole avere ragione del singolare e dell'irriducibile.
Ciò che la tradizione occidentale pensa a proposito
del Nome impronunciabile di Dio o dell'improprietà
di ogni attributo positivo del divino è estendibile
a qualsiasi nome proprio. Essa rappresenta la resistenza
di ciò che è unico alla logica dell'equivalenza
e della traducibilità assolute. Se, infatti, noi
pensiamo a un nome, non possiamo fare a meno di immaginare
una pluralità di oggetti, ovvero una classe in cui,
in ultima analisi, l'unicità va perduta, mentre cresce
l'omonimìa. "Giovanni", "Sebastiano",
"Chiara" o "Alessandra", in quanto "nomi",
consentono la moltiplicazione dell'omonimìa (quanti
"Giovanni", "Sebastiano", "Chiara"
o "Alessandra" ciascuno di noi conosce!). In quanto
son "propri", invece, rappresentano la fine dell'interscambiabilità
del linguaggio, l'unicità dell'individuo che non
può essere ulteriormente significata e che, dunque,
rimane ostinatamente segreta, racchiusa nella comunità
degli affetti o nella concentrazione singolare del silenzio.
Chi tace è depositario di un tesoro: il tesoro è
in lui, costituisce il potere
della sua singolarità. C'è un limite strutturale
alla panotticità dell'immagine, all'esprimibilità
dei linguaggi e alla trasparenza della comunicazione. Si
tratta di una macchia d'opacità, di un fondo di resistenza
che resta sempre intraducibile, ma che, per altri versi,
funge da garanzia suprema di libertà. Infatti, solo
se non tutto può e deve essere condiviso, c'è
spazio per l'autonomia del singolo. "Ho il gusto del
segreto", suggeriva Derrida, "ho un moto di timore
o terrore davanti a uno spazio politico, per esempio, a
uno spazio pubblico, che non dia spazio al segreto. Per
me, esigere che si metta tutto in piazza e che non ci sia
foro interno è già il
farsi totalitaria della democrazia. Se non si mantiene il
diritto al segreto si entra in uno spazio totalitario".
In questo spazio totalitario, la prima domanda riguarda
l'identità. Ogni rilevamento poliziesco inizia con
la dichiarazione delle "generalità". Per
Canetti è, questa, la richiesta più arcaica,
che rivela "il dubitoso rapporto con la preda: Chi
sei? Ti si può mangiare?". Con il possesso del
nome (o la sua attribuzione mediante l'atto del nominare)
si manifesta il potere assoluto di chi ottiene la rivelazione
del nome su chi viene costretto a confessarlo. Si tratta
di un potere di vita o di morte. Nella favola, splendidamente
raccontata dalla musica di Puccini, il principe Calaf, "scioglitore
di enigmi", vince Turandot indovinandone il nome e
proponendo alla crudele principessa il controenigma del
segreto del suo stesso nome. Come recita la celeberrima
romanza, cavallo di battaglia di molti tenori: "il
mio mistero è chiuso in me,/ il nome mio nessun saprà!".
Se il segreto sta nel nucleo più interno del potere,
metafora di ogni segreto - e, quindi, di ogni potere -,
è l'interiorità del corpo. Quel corpo che
l'azione criminale del delitto ferisce, penetra e sventra,
quel corpo che l'azione inquisitoria del detective disseziona,
apre e analizza.
Medicina e "arte della
deduzione"
La parentela fra il romanzo
giallo e la medicina non è certo scoperta di oggi.
La storia della letteratura poliziesca, infatti, è
zeppa di medici, che indagano in prima persona o che affiancano
i detective professionisti come consiglieri, collaboratori
ed amici. Conan Doyle era laureato in medicina e la sua
più riuscita creatura letteraria, Sherlock Holmes,
non era certo digiuna di nozioni della scienza di Ippocrate.
Il primo incontro fra il dottor Watson, che medico lo era
stato sul serio, per la precisione chirurgo del corpo dei
fucilieri britannici in Afghanistan, e il principe degli
investigatori - siamo nelle prime pagine di "Uno studio
in rosso", del
1887 - avviene nel laboratorio di chimica dell'ospedale
di Londra. Holmes, racconterà in seguito il dottor
Watson, aveva buone cognizioni d'anatomia ed era un chimico
di prim'ordine, anche se non aveva mai seguito sistematicamente
dei corsi di medicina. Medico e laureato in legge è,
invece, il professor John Thorndyke, protagonista dei romanzi
e dei racconti di R. Austin Freeman, fra i primi - il romanzo
d'esordio della serie fu "L'impronta scarlatta"
del 1907 - a far uso dei metodi della medicina forense e
inventore del giallo a "indagine inversa", nel
quale l'identità del colpevole è nota sin
dall'inizio, sicché l'interesse del lettore si concentra
sulla catena di ragionamenti che il detective adopera per
smascherarlo. Un altro illustre medico mancato del genere
poliziesco è il grande commissario Maigret. Iscritto
a medicina all'Università di Nantes, il giovane Maigret
è infatti costretto ad abbandonare gli studi dopo
due anni, a causa della morte del padre che lo lascia senza
i mezzi economici per proseguire. Come Simenon, che aveva
frequentato sporadicamente le lezioni di medicina criminale
nella nativa Liegi, anche il buon commissario pensa, talvolta,
alla carriera interrotta di medico e, in particolare, allo
psichiatra che avrebbe voluto diventare. Ma il rapporto
fra il giallo e la medicina non si limita alle coincidenze
biografiche dei suoi autori e dei suoi personaggi, né
all'ampio bagaglio di nozioni tecniche di cui gli scrittori
del genere hanno fatto uso per escogitare scenari criminali
e delitti sempre più sofisticati. In realtà
la letteratura gialla sembra aver mutuato dall'arte della
medicina il suo stesso metodo, ossia quella "detection",
quell'investigazione analitica basata sul paradigma indiziario
che ha nella semiotica medica il suo massimo campo di sviluppo
scientifico. Come la medicina, che diagnostica malattie
inaccessibili all'osservazione diretta partendo da sintomi
superficiali che sembrano irrilevanti o confusi agli occhi
del profano, così anche l'indagine poliziesca parte
spesso da piccoli dettagli trascurati, apparentemente insignificanti,
per risalire, passo dopo passo, alla fonte nascosta del
male, all'autore del crimine. Di conseguenza, non c'è
da meravigliarsi che la nascita del genere "giallo",
intorno alla metà dell'Ottocento, nelle pagine di
Poe, Gaboriau e Conan Doyle, coincida con l'affermarsi del
prestigio epistemologico e sociale della medicina e con
il consolidamento del paradigma indiziario della semiotica.
Un paradigma che, pur fondandosi sul metodo positivista
di Comte e di Darwin, ossia sulla raccolta sistematica dei
fatti e sulla loro classificazione, abbisogna di una procedura
logica - "l'arte della deduzione" come la chiamerà
Sherlock Holmes -, che ci consente, dalla mera congerie
delle osservazioni, dalla medicale registrazione dei sintomi,
di giungere alla conclusione dell'inchiesta, ossia alla
scoperta del colpevole, alla diagnosi del male. Ma "l'arte
della deduzione" ci porta dritti dritti alla sua prima
e più autorevole trattazione scientifica, vale a
dire alle pagine degli "Analitici primi" di Aristotele.
Aristotele, uno dei padri del pensiero occidentale, che,
non a caso, prima di essere filosofo, era figlio di un medico
e medico lui stesso.
"Giallo" e filosofia
«L'essenza del "giallo"»,
scriveva Cecil Chesterton, in un saggio, concepito assieme
al più celebre fratello Gilbert, dal titolo "Il
racconto a sensazione come opera d'arte"(1906), "è
la presenza di fenomeni visibili con una spiegazione nascosta;
ed è questa, a pensarci bene, l'essenza di tutte
le filosofie". Qualcosa turba la nostra quiete e questo
è l'inizio. Tuttavia, ciò che ci inquieta
è assolutamente sconosciuto, ciò che ci inquieta
è il mistero stesso. In questo senso la letteratura
gialla e la filosofia hanno molto in comune. Sia il giallo
che la filosofia procedono dal caos dell'ignoto verso l'ordine
della conoscenza. Sia il giallo che la filosofia ricercano
regole e "prove" in grado di fondare la verità
delle loro tesi. Sia il giallo che la filosofia articolano,
passo dopo passo, un ragionamento che connette premesse
indiziarie a conclusioni di giudizio. Allora, vi è,
dapprima, la
pura tensione dell'indovinare, il desiderio, anzi, la brama,
di risolvere l'enigma. La seconda tappa è il momento
dello smascherare e dello scoprire, il meccanismo dell'inchiesta
vera e propria. La terza è la garanzia che ogni scoperta
sia una sorpresa. L'inatteso, il |