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L'intervista impossibile di Nicola Marotta


Hieronymus Bosch, Pieter Brueghel, Giambattista Piranesi.
Artisti o filosofi

 

"Chi pensa, sia che pensi il vero, sia che pensi il falso, sta comunque pensando."
(Platone, Filebo)

 

L'opera d'arte si evolve sin dal suo concepimento, e lungo il percorso della sua esistenza aggiorna i suoi dati.
Se dovessimo invertire il discorso, affermando che è l'uomo con la sua lettura ad aggiornare l'opera, non cambierebbe l'assioma.
Dobbiamo considerare che alcune opere di pittura, più di altre stimolerebbero con la loro ambiguità la nostra fame di apprendimento a capire, per esempio, alcune famose incompiute, come la Pietà Rondanini, la cui lettura è a più stratificazioni.
Si dice che un'opera non appartiene mai del tutto al suo autore, in quanto la collettività ha già un patrimonio di esperienza comune, che sarà la base di un altro individuo cui assommerà il proprio sapere.
L'opera d'arte è una stazione d'osservazione speciale e il suo significato è più vicino al concetto delle cose che rappresenta che alla sua realtà oggettiva.
Vi sono artisti, come l'olandese Heironymus Bosch (1450-1516), l'olandese Pieter Bruegel il vecchio (1525-1569), e il veneziano Giambattista Piranesi, (1720-1778), le cui opere continuano a far da modello agli artisti successivi, come "Il trittico del giardino delle delizie" di Bosch, "La grande Torre di Babele" di Brueghel e infine l'opera delle "Carceri" di Piranesi.
Opere che fanno parte dell'immaginario collettivo: sono simboli, allegorie criptiche, che travalicano la pittura e l'architettura ordinaria per sfociare in canali adiacenti come i films, spettacoli, sempre alla ricerca della filosofia esistenziale di quella massima che si interroga, su chi siamo, dove andiamo, donde veniamo.
Questi tre autori, sono tra loro molto più vicini di quanto possa sembrare, in un certo modo interagiscono, sono attigui. I loro confini si toccano, le loro immagini, presenze inconsce e primordiali, sono ancora oggi presenti nella nostra memoria profonda; ed è proprio il risveglio di questi archetipi a chiudere il cerchio di questa intesa.
In questa memoria ci sono il sottosuolo, le grotte, gli antri della Napoli sotterranea, chilometri di caverne che sono servite agli uomini per millenni a vari scopi, cave, canali, luoghi rituali, rifugi, e quant'altro.
Bruegel, rievoca tutto questo con la torre di Babele, riveste una montagna con una spirale di archi e contrafforti, che si appoggiano ad un'anima interna, che è la massima struttura e conoscenza tecnologica di quell'epoca.
Un fatto singolare è che sia Brueghel che Piranesi si sono interessati al colosseo; Brueghel come maestosità e mistero, trovando ispirazione per la sua Torre di Babele, Piranesi come sguardo indietro alla storia e al suo senso paradossale. Entrambi sono rimasti affascinati dai suoi percorsi labirintici e dalla sottrazione ed esproprio dei suoi marmi (dovuto ai continui prelievi che i cittadini romani effettuavano per rivestire i loro palazzi), mostrando nella sua scarnificazione strati sottostanti, come un lasciare a nudo le loro viscere.
Tre personaggi a confronto, vicini più di quanto si crede: interrogati sono contraddittori e distanti tra di loro; ne diamo una dimostrazione attraverso una intervista possibile effettuata alle loro opere che perpetuano agli autori una costante giovinezza.
Ancora oggi, sentendoli così vicini, gli rivolgiamo cinque domande, le stesse per ognuno

D. La pittura è sempre stata autoreferenziale; nella sua opera c'è una costante fantastica; come nasce e si sviluppa questo aspetto?


R. (HIERONYMUS BOSCH)

« Il mondo in cui vivevo io era come quello attuale; c'era la letteratura e la cultura popolare, e poi c'erano gli spiriti come il mio, un poco bizzarri, sornioni, leggeri ... tra le virtù più importanti l'ironia che aiutava a vivere tra tutti quei bisogni quotidiani, e i miei concittadini adoravano la mia pittura perché rappresentava, per immagine simbolica, tutto il loro sapere che era fatto di proverbi e citazioni»

R. (PIETER BRUEGHEL)
«Mi piaceva la vocazione al paradosso di Bosch come appendice alle mie opere, ma la mia vera vena poetica oscilla tra il classico e il romantico.
Lo spazio che rappresento, nelle mie opere, è evocato realisticamente. Nella "caduta di Icaro" è rappresentato in primo piano un contadino e un pastore al pascolo, e solo in profondità una indefinita figurina rievoca l'evento»

R. GIAMBATTISTA PIRANESI
«Venivo da una grande civiltà di mercanti, navigatori e artisti. Mi trasferii a Roma per amore della archeologia di una civiltà eterna. I miei occhi misuravano queste architetture con la grandezza delle loro imprese e con i loro eroici condottieri: era come se leggessi i testi dei loro architetti e ingegneri; questo mi esaltava. L'esercizio continuo del disegnare ruderi archeologici ha ispirato la mia natura vedutista, passando in seguito da una visione reale a quella immaginaria»

D. La scelta fantastica e visionaria esigeva una risposta di intesa da parte dei suoi sostenitori; lei con il suo modo di dipingere che appagamento ne ha ricevuto?


R. (HIERONYMUS BOSCH)

«Il mio dipingere mi piaceva anche come esercizio materiale; avevo predisposto e già pronti i colori base, fluidi al pennello, poi capitava che mentre dipingevo cambiavo idea e seguivo qualche concetto nuovo disorientante, ma quelle incomprensioni che appaiono oggi, allora non c'erano, come gli abbinamenti di figure, piante e animali: nella vita di lavoro sentivo una doppia personalità che si alternava in me, un poco diavolo e un poco angelo, a volte più tentato dal demonio»

R. (PIETER BRUEGHEL)
«Io ero presente in ogni festa contadina, suoni , balli, scherzi maliziosi tra uomini e donne e poi gli odori, si mangiava, si amava, si giocava, tutto per la gioia dei sensi: ero uno di loro, li rappresentavo: sono stato in Italia a Napoli, ne dipinsi il porto; seppi di Michelangelo, erede diretto di Dio, che voleva scalpellare una intera montagna per ricavarne una statua gigante. Dipinsi qualcosa di simile con la torre di babele, una montagna antropizzata»

R. GIAMBATTISTA PIRANESI
«La sopravvivenza della mia opera è dovuta alla grandezza di Roma (caput mundi): tutto ciò che è Roma è eterno; tuttavia anche coloro che conoscono la mia opera ricevono sempre l'impressione che io sia un usurpatore di una fama impropria, come un minore, vagante nei secoli, come un illustratore di cartoline dei ruderi romani. No, io pur essendo architetto, ho sempre scritto trattati con i miei disegni, e ciò che più mi rende orgoglioso è che continuo a farli scrivere dai miei sostenitori, che decifrano il significato delle mie opere e le considerano degne di un trattato di filosofia, di psicologia e di psichiatria; mi riferisco soprattutto ai diciassette rami che compongono la serie delle carceri, che nacquero come diretta conseguenza delle ricerche condotte sui disegni delle antichità romane»

D. Ancora oggi nella sua opera si evidenzia il senso del mistero e il gusto del paradosso, elementi che creano interesse e fanno discutere da secoli; ci spiega che cosa è questa fenomenologia?

R. (HIERONYMUS BOSCH)
«Vede, in me era tutto chiaro, il mio spirito era così, vivevo di paradossi; tutta la mia opera è un continuo gioco d'artificio, è un film con gli effetti speciali con l'aggiunta dell'umorismo e ironia. Io rappresentavo l'animo nobile del mio popolo: ero il loro humus culturale.
Volevo sentire e trasmettere lo stimolo della sorpresa, del paradosso; prendiamo in considerazione il "Trittico del giardino delle delizie", il quale raccoglie ciò che si può attribuire alla fantasia, ma, ad osservarlo attentamente, dai temi che affronta (corpi divorati e quant'altro) risulta più divertimento che orrore; fui definito dai miei contemporanei l'inventore dei mostri comici e ironici, ma soprattutto un maestro incorruttibile del mistero che circonda le cose.
Altro aspetto del mio lavoro è la ricerca costante della leggerezza e della transitorietà ed instabilità: tutto è tenuto insieme, in una totale precarietà, in cui, se si spostasse un tassello, tutto cadrebbe senza un minimo rumore»

R. (PIETER BRUEGHEL)
«Un'opera d'arte è come l'uomo: ha le sue profondità. In una piccola tavola cm 52x78, "Il paese della cuccagna", la crudele immagine del maialino, ha più letture, così pure la improbabile e paradossale prospettiva della forca della gazza nell'opera "La gazza sulla forca". Esercizi in cui non c'era niente di gratuito: io ero così, come appaio, pungente, tenero e crudele, serio e burlone, insomma contraddittorio.
Come pure, "La parabola dei ciechi", tratta dal vangelo, in cui si dice: "Se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadono in qualche fosso. Agli occhi miei le cose non erano misteriose: vivevo la mia vita sociale di buon cittadino, denunciavo con l'arte gli errori dei nostri amministratori; Queste opere che nascevano legate alla cronache del tempo, con il passare dei secoli, sono diventate emblema di principi inalienabili, legati alla creatività e alla qualità della mia opera»

R. GIAMBATTISTA PIRANESI
«Io dovevo vivere del mio lavoro e la grande passione per l'architettura classica mi offriva la possibilità di trovare un luogo fertile per commerciare la mia produzione di acquaforti; le stampe dell'antica Roma hanno sempre interessato il turismo culturale: due necessità, due amori che ho onorato al meglio. Il tempo ha maturato inconsciamente certe mie fantasie, ispirate a una mia architettura di pura fantasia, certamente derivate dai miei studi precedenti. Riassemblando gli stessi elementi di sempre, ma in maniera del tutto liberi: ruderi, epigrafi, uomini sono scaturite le architetture visionarie, (uomini, entità minime che sopraddimensionano la spettacolarità, accrescendone il mistero con l'assenza di ogni riferimento logico); lo spazio vago, indefinito, in cui ogni luogo privato, è negato; non v'è alcuna possibilità di evasione perché, non esiste l'idea di inizio e fine, non c'è una uscita: così nascono le carceri»

D. Dall'alto del suo vissuto, è legittima questa fortuna e l'interesse che ancora riceve la sua opera?

R. (HIERONYMUS BOSCH)
«La profondità è nascosta in superficie, e per avvicinarsi alla sua comprensione la dobbiamo descrivere più che spiegare. Tutte le opere hanno più letture, alcune apparenti, altre oscure. Ma è soprattutto il lato oscuro, che risponde a chi sa interrogarlo, e ci sa dire di sé i segreti di quegli uomini che furono testimoni del loro tempo che non c'è più»

R. (PIETER BRUEGHEL)
«La torre di Babele è una montagna, è un olimpo. Il suo valore è la monumentalità da favola. La sua mole si situa al centro tra un mare, un fiume e una immensa vallata abitata. Dicono che i filosofi la amino perché ricorda la babele biblica dei mille linguaggi ambigui e falsi; se così fosse basterebbe ciò che fu scritto. La mia torre è qualcosa di più e le mie parole non possono sostituirsi all'immagine: per raccontarla bisogna ammirarla»

R. GIAMBATTISTA PIRANESI
«Il corpo del mio lavoro sono i miei disegni, e la bellezza orrida delle mie carceri sta nell'abisso del suo significato psicologico: la filosofia ne ha fatto un caso per le sue indagini speculative; la psichiatria ne ricerca i recessi per lo studio della mente umana.
Queste carceri sono fotogrammi: ne percepiamo solo delle inquadrature, poche che stanno influenzando da anni schiere di operatori; sono state adoperate come apripista per il loro lavoro da scrittori, filosofi, poeti, disegnatori di fumetti e di cartoni animati, disegnatori di video giochi, e da pittori, scultori, sceneggiatori.
A tutti le carceri, sono servite come chiavi, per l'accesso ai propri mondi interiori»

D. Sarebbe possibile, da parte sua, farci capire che cosa è racchiuso nella sua opera che ancora vive nel mondo attuale come pensiero moderno?


R. (HIERONYMUS BOSCH)
«Svecchiando lo stile pittorico del tempo, la mia opera è un archetipo dello spiazzamento continuo, un gioco al paradosso: è come una serie di pellicole cinematografiche proiettate contemporaneamente su uno stesso schermo, la cui lettura è la somma di tutto simultaneamente: si creano così eventi contrapposti, i cui rimandi possono sconvolgere coscienze sempre più alienate nei suoi intimi recessi mentali.»

R. (PIETER BRUEGHEL)
«Ogni artista, anteriore o posteriore a Lewis Carrol, ha agito e agisce come lui, che con le sue favole fa varcare ad Alice la soglia dello specchio, ed è solo al di là di questa che accadono le magie e le profezie. Gli occhi dell'artista sono lo specchio dell'anima che permettono, attraverso l'orizzonte degli eventi, di godere la visione di altri mondi. La nostra opera è il documento di ciò che cerchiamo»

R. GIAMBATTISTA PIRANESI
«Nulla è mio e nulla è dovuto a nessuno: tutto è un sistema di relazioni e interfacce.
Se io ho amato l'antichità di Roma, se ho amato il Palladio e i veneziani è perché ero predisposto a questo, come coloro che ho amato erano predisposti a quelli che li hanno preceduti: tra noi artisti vi è uno specchio che ci incanta e ci lusinga; l'uomo si ricerca, cerca se stesso: ecco la magia dello specchio, siamo attratti da noi per capire. Zenone, V secolo aC. in un suo paradosso, ci parla della freccia che, una volta scoccata, analizzata concettualmente, nella sua traiettoria spazio - tempo, ha dei momenti in cui è ferma e sospesa nello spazio; e si può aggiungere che tra un punto e l'altro c'è uno abisso che nessun ponte mentale può congiungere: in questi spazi esistono altri mondi. L'infinito non può essere contenuto, il pensiero emigra, viaggia, è eterno: le idee sono circolari e si trasmettono per contatto»

 

 


Nicola Marotta, Lettera a Saul Steinberg in "XÁOS. Giornale di confine", Anno I, n.1 2002, URL: http://www.giornalediconfine.net/anno_2/n_3/2.htm

 

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