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0.
Innanzittuto un'indispensabile e inevitabile precisazione
terminologica:
1. Per epistemologia genetica
non intendo la psicologia di Jean Piaget, ma l'insieme di
quelle teorie che si pongono il problema dell'origine, delle
cause o delle ragioni della conoscenza scientifica, ovvero
in altri termini il problema del rapporto tra la conoscenza
scientifica e la realtà cui essa si riferisce.
2. Nell'ambito delle pratiche teoriche cognitive distinguerò
tra livello epistemico e livello epistemologico. È
epistemica quell'attività teorica che si riferisce
ad un oggetto, mentre è epistemologica quell'attività
teorica che ha come oggetto la conoscenza. Epistemico non
è dunque per me sinonimo di scientifico. Si tratta
di una distinzione troppo spesso assunta come ovvia e troppo
poco problematizzata. Farò qui un tentativo di mettere
in discussione questa ovvietà.
3. Mi baserò su di una definizione allargata di lingua.
Con lingua non intendo solo il linguaggio verbale, ma qualsiasi
sistema segnico.
4. Utilizzerò qui l'espressione "ontologico"
nel suo significato ristretto: ontologico è quel
discorso secondo cui si può accedere cognitivamente
alla realtà in forma immediata.
Procederò nella maniera seguente:
una prima parte sarà dedicata alla critica dell'epistemologia
genetica. Si tratterà di analizzare la questione
del rapporto tra lingua e realtà, lingua e teoria,
teoria e realtà. Quest'ultimo punto - il rapporto
tra teoria e realtà - comprende anche un'analisi
della problematica realismo/antirealismo.
La seconda parte rappresenta una critica all'epistemologia
normativa, in particolare al falsificazionismo, mentre la
terza parte ha per oggetto l'assenza di una teoria generale
della razionalità.
1.1.
Cominciamo con la frase finale del Tractatus di Wittgenstein:
"Wovon man nicht sprechen kann, darüber muß
man schweigen" ("Su ciò, di cui non si
può parlare, si deve tacere")
Ora, che senso ha affermare che "non si deve dire ciò
che non si può dire"? Infatti non si deve fare
ciò che è comunque possibile fare (ciò
che si può non dovere fare).
Si sarebbe semmai dovuto scrivere: "non tutto ciò
che può essere detto deve essere detto".
"Non tutto ciò che può essere detto deve
esser detto": proprio questo è accaduto nel
corso della storia delle scienze (o delle conoscenze in
generale): non tutto ciò che si sarebbe potuto dire
in base alle regole di produzione di una lingua (al livello
sintattico e semantico) è stato detto o è
stato potuto dire. In altri termini, tra le immagini del
mondo che la lingua avrebbe potuto produrre, solo alcune
si sono realizzate (sono emerse o si sono imposte).
Ciò non si spiega certo attraverso la lingua, se
per lingua intendiamo quell'insieme finito di elementi e
regole, che rende possibile un numero indefinito di combinazioni
sintagmatiche.
Sembrerebbe invece che alla lingua siano state imposte delle
limitazioni dall'esterno. Possiamo individuare (senza la
lingua) questo esterno alla lingua (Sia esso la teoria -
o la produzione di teoria - sia esso la realtà cui
la lingua si riferisce)?
Direi di no. Giacché se è vero che non è
stato detto tutto ciò che si sarebbe potuto dire,
tutto ciò che è stato detto è stato
per l'appunto detto, cioé formulato linguisticamente.
Non possiano dire che la lingua è transcendibile
dato che essa è coestensiva alla realtà cui
essa si riferisce. Accediamo cognitivamente al referente
comunque tramite il suo significato linguistico, mentre
il significato linguistico indica sempre un referente, esistente
magari solo in uno dei mondi possibili creati dalla letteratura
o dalla mitologia.
Abbiamo così una prima tesi: la lingua è coestensiva
alla realtà cui si riferisce (ed è inoltre
autoreferenziale).
Nei termini che sono di Donald Davidson possiamo dire che
si tratta di superare il dualismo schema-contenuto (che
egli chiama il terzo dogma dell'empirismo): non siamo in
grado di individuare un contenuto empirico neutrale senza
uno schema, mentre uno schema ha evidentemente sempre un
contenuto (sia esso lo schema stesso).
Richard Rorty, commentando Davidson, afferma che in tal
modo si supera definitivamente la visione della lingua come
medium, come mediazione tra la realtà e la percezione
di essa. La svolta linguistica è giunta a compimento.
La lingua non può più essere intesa come rappresentazione.
Davidson's treatment of language "breaks completely
with the notion of language as something which can be adequate
or inadequate to the world or to the self. Davidson breaks
with the notion that language is a medium - a medium either
of representation or of expression" .
Noi potremmo precisare che la lingua non rappresenta la
realtà, almeno nel senso che non siamo in grado di
verificare se è il rappresentato a determinare la
rappresentazione linguistica oppure la rappresentazione
il rappresentato. Non possiamo insomma individuare il rappresentato
senza una qualche rappresentazione e la rappresentazione
senza un qualche rappresentato.
Ed è questo un elemento che mi pare Rorty non prende
in dovuta considerazione: la lingua ha inevitabilmente carattere
rappresentazionale dato che si riferisce comunque a qualcosa
che non viene indicato come ciò attraverso cui esso
viene indicato. Se il referente è comunque accessibile
tramite il significato (e questo tramite un significante),
se insomma non siamo in grado di distinguere il referente
dal segno, o se si vuole il contenuto dallo schema, d'altra
parte la lingua è strutturata in modo tale da perpetuare
la separazione tra le due entità. E questo è,
potremmo dire, il suo carattere almeno potenzialmente ingannatore.
Allora: la lingua è inseparabilmente coestensiva
alla realtà cui si riferisce, ma rappresenta questa
realtà come se fosse separabile da essa e se stessa
come separabile dalla realtà.
Per poter sapere se la lingua è intrascendibile dovremmo
poter mostrare che lo schema determina il contenuto, cioè
che non vi è contenuto senza schema. Ma proprio come
non vi è contenuto senza schema, così non
vi è schema senza contenuto, quindi vale anche la
tesi della trascendibilità della lingua.
Ora, se non siamo in grado di sapere se è il contenuto
a determinare lo schema concettuale o lo schema concettuale
il contenuto, allora non possiamo sapere se la lingua ci
riporta (ci rappresenta) la realtà così com'è
oppure determina la percezione che noi abbiamo di essa (e
non evidentemente la realtà). Non sappiamo se la
lingua è una mediazione, se è opaca o trasparente.
Resta il fatto che alla realtà accediamo comunque
cognitivamente tramite la lingua. Se dunque vi è
una coestensione tra lingua e realtà di riferimento
(della lingua), la lingua comprende la teoria cognitiva
e forse le è coestensiva (lo potremmo asserire con
certezza se fosse possibile stabilire che lo schema concettuale
costituisce il contenuto, ma non possiamo saperlo). La teoria,
qualsiasi teoria, non può che venire formulata linguisticamente.
Questo rapporto di comprensione o coestensione non è
statico, ma dinamico, riguarda cioè anche la produzione
(riproduzione/trasformazione) della teoria e la produzione
(riproduzione/trasformazione) della lingua: laddove si verifica
una trasformazione della teoria vi è una trasformazione
della lingua (almeno al livello semantico), mentre una trasformazione
della lingua rappresenta una trasformazione dell'immagine
del mondo che la lingua veicola o una trasformazione del
mondo che la lingua rappresenta (le due possibilità
non si escludono a vicenda, mentre va precisato che una
trasformazione dell'immagine del mondo costituisce comunque
una trasformazione del mondo, dato che l'immagine del mondo
appartiene al mondo).
Riassumiamo le tesi principali:
1. La lingua è coestensiva alla realtà cui
si riferisce. Non possiamo sapere se essa rappresenta la
realtà, mentre ha comunque carattere rappresentazionale.
Ciò significa che il problema del rapporto tra lingua
e realtà è irrisolvibile. Non si tratta di
cercare una risposta ad esso, ma di metterlo da parte in
maniera definitiva.
2. La lingua comprende la teoria e le è forse coestenisiva.
Anche in tal caso il problema del rapporto tra lingua e
teoria è irrisolvibile, va superato come tale. Resta
da analizzare il nodo principale: il rapporto tra teoria
e realtà di riferimento, in altri termini il problema
del realismo/antirealismo.
Affrontiamolo cercando di rispondere alla seguente domanda,
vale a dire verificando se ad essa è possibile dare
risposta. Si tratta di una domanda che, se intesa in un
certo modo, le varie forme di epistemologia genetica implicano
e alla quale cercano comunque di dare una risposta (senza
dover per questo renderla esplicita). Essa recita:
Come mai (in un determinato momento ed in una determinata
società) è apparsa quella teoria scientifica
e non un'altra? Va specificato che restringiamo il campo
alle teorie che perlomeno chi risponde a tale domanda considera
scientifiche. Infatti se si trattasse di una teoria non
considerata tale, si restringererebbe in partenza il campo
delle risposte, si escluderebbe cioè una risposta
di tipo realista.
Si tratta di una domanda legittima... a cui non possiamo
dare una risposta. Possiamo infatti descrivere, ma non spiegare
l'apparizione di una teoria. Non possiamo cioè definirne
le cause determinanti senza ricadere in un paradosso. Vediamo
perchè.
Innanzittutto: fino a che punto può spingersi quella
domanda? Può spingersi fino al punto di chiedersi
se la teoria in questione costituisce l'effetto di una percezione
finalmente libera da qualsiasi condizionamento oppure il
prodotto di situazioni extrateoriche o convenzioni culturali?
Ci si può davvero porre, implicitamente o esplicitamente,
il problema del realismo (o non realismo) della teoria?
Direi di no: per il semplice motivo che quella domanda non
potrebbe mai trovare risposta (né in un senso né
nell'altro).
Si potrebbe infatti misurare il grado di realtà della
teoria solo sulla base della conoscenza, ritenuta scientificamente
valida, della porzione di realtà a cui quella teoria
in questione si riferisce quindi sulla base della stessa
teoria. Potremmo dire: ad un certo punto, nel corso della
storia, si sono potuti aprire gli occhi e la realtà
è stata osservata come essa è veramente, ovvero
- il che, assunta tale ipotesi, è lo stesso - come
ce la rappresenta la scienza.
Si tratterebbe di dimostrare che la teoria "corrisponde"
effettivamente alla realtà cui si riferisce, realtà
che si suppone conoscere solo attraverso quella teoria.
Dovremmo insomma poter confrontare la teoria alla realtà;
cioè poter conoscere la realtà a prescindere
dalla teoria che si vuole tuttavia l'unica conoscenza possibile
di essa e quindi, di fatto, confrontare la teoria con se
stessa ovvero ipotizzare la presenza di un accesso conoscitivo
a quella realtà alternativo, in quanto più
autentico, a quella teoria.
Per lo stesso motivo non si può neppure escludere
tale ipotesi realista, dato che per poterlo fare dovremmo
presupporla, presupporre cioè la presenza di una
conoscenza della realtà in base alla quale poter
dimostrare il non-realismo della teoria in questione. L'antirealismo
implica il realismo come il realismo l'antirealismo (cioè
l'ammissione della presenza di almeno due possibili teorie
conoscitive della medesima realtà). Il paradosso
del realismo /antirealismo consiste nel fatto che la dimostrazione
dell'uno è possibile solo attraverso l'asserzione
dell'altro.
Rileviamo dunque un'altra coestensionalità: quella
tra teoria e realtà di riferimento. Non è
possibile alcun confronto tra la teoria e la realtà
di riferimento. Un confronto può infatti venir effetuato
solo all'esterno delle entità da confrontare. Nel
nostro caso non si è appunto in grado di operare
tale confronto dall'esterno, dato che accediamo cognitivamente
alla realtà solo tramite la teoria che ad essa si
riferisce come suo oggetto della conoscenza.
Ora, questo esterno è appunto il livello epistemologico,
laddove una contrapposizione con la realtà può
avvenire solo al livello epistemico: questo livello rappresenta
la realtà cognitivamente.
Emerge così inevitabilmente la distinzione tra livello
epistemico e livello epistemologico.
1.2.
Non risulta possibile dimostrare, collocandosi al di fuori
del livello epistemico - cioè al livello epistemologico
- il realismo o non-realismo di una teoria cognitiva epistemica.
Quest'impossibilità vale insomma solo per il livello
epistemologico, laddove il problema del realismo antirealismo
è appunto di natura epistemologica.
Il paradosso del realismo/antirealismo vale dunque per il
livello epistemologico. Sul piano dell'attività scientifica
epistemica si può evidentemente mostrare l'irrealtà
di una teoria - o meglio, la sua non-validità - e
proporne eventualmente una alternativa, accettabile in base
a determinati criteri. Si possono operare delle trasformazioni
locali o allargate, si possono verificare delle rotture,
delle vere e proprie sostituzioni di teorie.
La distinzione tra vero e falso è insomma implicita
in qualsiasi discorso. Ogni discorso ha tuttavia le proprie
regole di produzione di enunciati veri (validi in esso).
È ridondante attribuire il predicato di verità
(o di realtà) a degli enunciati a partire da un livello
(meta-livello) che si pone come trascendente il discorso
che li ha resi possibili (trasformato in livello-oggetto).
Ciò significa, tra l'altro, che al livello epistemologico
non può essere contestata la verità di un
enunciato prodotto al livello epistemico (mentre la conferma
della sua verità è per l'appunto superflua
o ridondante).
Ciò significa altresì che i parametri attraverso
cui definire (individuare) la "verità"
- ciò che è ritenuto tale - non trascendono
le condizioni (discorsive ed extradiscorsive) che la rendono
possibile (che rendono possibile che un enunciato o un gruppo
articolato di essi - una teoria, concezione etc. - sia ritenuto
vero).
L'enunciato (o il procedimento) di un livello non può
venire contraddetto da un enunciato (o un procedimento)
dell'altro livello.
Tra le conseguenze della distinzione tra livello epistemologico
e livello epistemico vi è anche l'impossibilità
di naturalizzare l'epistemologia (nel senso inteso da Quine),
se con ciò s'intende la sua riduzione al livello
epistemico (per esempio sotto forma di psicologia cognitiva
o di fisiologia). Infatti la psicologia cognitiva può
tutt'al più mostrare che l'immagine scientifica del
mondo è determinata dalla struttura cerebrale, e
dimostrare che le corrisponde, ma non può dimostrare
che la conoscenza scientifica del mondo corrisponde al mondo.
1.3.
In rapporto alla distinzione tra livello epistemico e livello
epistemologico vorrei fare le seguenti precisazioni:
1. Essa vale solo nell'ambito delle pratiche cognitive.
Queste sono o epistemiche o epistemologiche. Tertium non
datur.
2. Il livello epistemologico è epistemico in quanto
si riferisce comunque ad un oggetto, ma è epistemologico
in quanto questo oggetto è il livello epistemico.
La definizione dei due livelli è di carattere puramente
relazionale.
3. L'unità di identificazione dei livelli è
l'enunciato, non il testo né tanto meno un'opera
o un autore (un soggetto). In un medesimo testo possono
esservi enunciati epistemici ed enunciati epistemologici.
4. È chiaro che la distinzione non coincide con la
distinzione tra scienza e filosofia: la filosofia opera
delle affermazioni epistemiche (per esempio sull'esistenza),
mentre al livello epistemologico possono farsi delle affermazioni
scientifiche (o non lo si può escludere, comunque
venga intesa la scienza).
5. Fino a che punto tale distinzione potrebbe sostituire
quella che si pone tra scienza e filosofia, non saprei dire.
Ma è una questione su cui vale la pena riflettere.
1.4.
Descrivendo il paradosso del realismo/antirealismo abbiamo
parlato in generale di teoria da una parte e di realtà
di riferimento dall'altra. Quel paradosso sembrerebbe a
prima vista riferirsi esclusivamente al realismo (o eventualmente
antirealismo) delle teorie. Ian Hacking tiene tuttavia a
distinguere tra realismo delle teorie e realismo delle entità,
respingendo il primo e sostenendo, con interessanti argomentazioni,
il secondo.
Scrive ad esempio in Conoscere e sperimentare: "è
possibile credere in qualche entità senza credere
in alcuna teoria particolare in cui quelle entità
siano inserite". E quindi, esponendo il suo lavoro:
"la tendenza generale di questo libro è di allontanarsi
dal realismo sulle teorie, ed avvicinarsi al realismo su
quelle entità che possiamo usare nel lavoro sperimentale.
Si tratta cioè di uno spostamento dal rappresentare
all'intervenire" .
Non potendo qui esporre la posizione di Hacking in maniera
esaustiva, diciamo solamente che la sua argomentazione si
basa:
1. Su di una definizione ristretta di teoria (egli esclude
per esempio che la lingua e ciò che Feyerabend chiama
le interpretazioni naturali costituiscano una teoria. Teorie
sono per lui quelle che possiamo chiamare conoscenze scientifiche
elaborate).
2. Sulla negazione della concezione secondo cui l'osservazione
è carica di teoria. 3. Sull'affermazione dell'autonomia
dello sperimentare dalla teoria (sulla base di esempi storici).
Esistono insomma delle entità reali, colte o prodotte
sperimentalmente, che esistono indipendentemente dalle teorie
che poi li accoglieranno. In tal senso Hacking parla anche
di realismo sperimentale
Se così fosse, potremmo confrontare la teoria T con
quanto risulta dall'osservazione e dall'esperimento, vale
a dire con la realtà colta a prescindere dalla teoria.
Tuttavia, in Hacking i punti 2. e 3. Si basano sul punto
1.: tutto ciò che egli riesce a dimostrare è
che l'osservazione e l'esperimento sono indipendenti dalla
teoria in cui sono stati inquadrati solo successivamente,
ma non riesce a dimostrare che sono indipendenti da qualsiasi
teoria. Essi sono comunque condizionati teoricamente. La
teoria non verrebbe confrontata con la realtà, ma
con una teoria che la teoria in questione ha rigettato e
sostituito. In breve il paradosso del realismo/antirealismo
vale anche per il realismo (o antirealismo) delle entità.
D'altra parte il contributo di Hacking è importante
perché ci ricorda che teorie differenti possono riferirsi
alle medesime entità (che vi è dunque uno
scarto tra entità e teorie).
1.5.
Ritorniamo ora alla domanda che ci siamo posti: Come mai
(in un determinato momento ed in una determinata società)
è apparsa quella teoria scientifica e non un'altra?
Se, come s'è visto, non è possibile fornirne
una risposta, ne consegue che una teoria potrebbe essere
effettivamente prodotto di una osservazione libera da condizionamenti,
di una percezione della realtà non carica di teoria,
di un adeguamento progressivo del pensiero alla realtà,
oppure risultato di un sistema di convenzioni, espressione
di determinati interessi sociali o politici, prodotto di
processi sociali o economici, una delle forme di una volontà
di sapere. Si potrebbe anche affermare che essa si è
imposta grazie a determinate strategie retoriche (oltre
che politiche) di chi se ne faceva portatore. Nessuna di
queste ipotesi può essere esclusa a priori, ma affermare
una di esse a scapito di tutte le altre, significa assumere
un impegno ontologico sulla realtà della teoria,
ovvero ricadere nel paradosso che abbiamo più sopra
delineato. Affermare ad esempio che una teoria ha origine
in determinati processi sociali, significa escludere che
essa risulti da meccanismi di conoscenza in grado di cogliere
la realtà così com'essa è, ovvero escludere
l'ipotesi realista (e dunque implicarla).
Riassumiamo quanto finora sostenuto:
- vi è una coestensionalità tra teorie, linguaggi
e le loro realtà di riferimento. Tutto ciò
che può essere teorizzato, può essere detto.
Tutto ciò che è detto implica forse una teoria.
Tutto ciò che viene osservato implica una teoria.
Ogni teoria rimanda ad un rappresentato. Tutto ciò
che viene osservato può venir detto. Tutto ciò
che viene detto ha un referente. Vale a dire: può
darsi che sia la realtà cui la teoria si riferisce
a strutturare la teoria oppure che sia la teoria a strutturare,
non evidentemente la realtà esterna, ma la percezione
e la conoscenza che noi abbiamo di essa. Lo stesso vale
per il linguaggio nel suo rapporto con la realtà
di riferimento.
2.1.
Su queste basi è possibile formulare una critica
alle varie forme di epistemologia genetica tanto nella variante
realista, che in quella relativista (sociologismo forte
e debole, psicologismo, retorica della scienza, pragmatismo).
Possiamo provvisoriamente chiamare
questa critica, che asserisce la relatività della
conoscenza scientifica rispetto a se stessa, relativismo
metodologico, nel senso che opera una relativizzazione dell'eventuale
relatività della conoscenza alla realtà di
riferimento o alla realtà eterogenea che la determina:
non esclude né ammette le due possibili relatività.
Il relativismo metodologico descrive insomma la conoscenza
ed il contesto nel quale essa s'inscrive, senza porsi, implicitamente
o meno, il problema della verità e dell'origine di
essa.
Secondo tale forma di relativismo, che ci pare l'unica non
paradossale, non è possibile spingere la domanda
"come mai una teoria scientifica è comparsa
in quel determinato momento ed in quello spazio particolare"
fino a chiedersi se essa abbia origine nella realtà
cui si riferisce - sprigioni quasi da questa - oppure in
determinati processi politici, economici, sociali, oppure
ancora in specifiche convenzioni di tipo culturale.
Io sostengo dunque un'epistemologia descrittiva. Mi rendo
conto delle difficoltà che comporta il termine descrizione.
La descrizione sembra infatti implicare la pretesa di rappresentare
la realtà così com'è, o comunque -
si veda la descrizione fenomenologica - come essa viene
immediatamente vissuta. Se invece noi parliamo di descrizione,
intendiamo solamente quella pratica che evita di utilizzare
la categoria di causa (o origine), e non avanza dunque nè
pretese ontologiche né pretese fenomenologiche.
L'epistemologia descrittiva è neutrale rispetto alle
possibili ricostruzioni interne delle produzioni scientifiche,
purché non si proietti il passato nel futuro e si
assumano le modalità di funzionamento delle scienze
in norme universali, o, in altri termini in una teoria della
verità.
Una teoria della verità sarebbe infatti consistente
solo se coincidesse con, ed anzi si dissolvesse in un'epistemologia
descrittiva, ovvero in una ricostruzione dei modi con cui
le verità - ciò che viene ritenuto tale -
si sono prodotte, senza escludere che in futuro potranno
prodursi diversamente.
2.2.
Del tutto al contrario si comporta invece l'epistemologia
normativa (eccoci arrivati alla seconda parte). Per epistemologia
normativa intendiamo l'epistemologia che pone delle norme
universali in base alle quali distinguere a priori tra scienza
e non scienza e quindi eventualmente criticare - etichettare
come non scientifiche - quelle discipline che non seguissero
quelle norme. In tal senso si può parlare anche di
demarcazionismo.
Esso assume come base e serbatoio le teorie scientifiche
epistemiche ritenute universalmente valide (si tratta per
lo più delle scienze naturali, la fisica in particolare).
Ne ricostruisce il metodo - le modalità con cui esse
sono state prodotte - (non bisogna tuttavia dimenticare
che le ricostruzioni sono molteplici e spesso incompatibili
tra loro) e universalizza infine questo metodo elevandolo
a parametro in base al quale distinguere a priori tra scienza
e metafisica, tra il vero e il falso (o meglio tra la produzione
del vero e la produzione del falso). Da una parte l'epistemologia
normativa dipende dagli esiti del livello epistemico, dall'altra
li trascende ed anzi li trascendentalizza. Oltrettutto,
in base ad una ricostruzione storica, avvenuta a posteriori,
ipoteca il futuro escludendo che le scienze possano comportarsi
diversamente a meno di non ricadere nella metafisica. In
tal modo si commettono dei gravi errori (si veda la concezione
kantiana di spazio e tempo).
L'epistemologia normativa formula inoltre, sulla base di
una ri-costruzione epistemologica, degli enunciati di tipo
epistemico (a prescindere da qualsiasi confronto con l'oggetto
della conoscenza in questione). È una nuova metafisica,
forse più pericolosa della "vecchia" perchè
apparentemente sostenuta dalla scienza.
Essa è invece sostenuta
da due postulati indimostrati e indimostrabili:
1. (un postulato sincronico).
Le scienze hanno in quanto tali una struttura unitaria.
Se è vero che quasi più nessuno parla di unità
delle scienze, questo postulato è implitico in molte
posizioni epistemologiche.
2. (un postulato diacronico). Quanto è valso in passato
vale anche per il futuro. Io chiedo di contro:
ad 1. Perche mai quanto vale per una scienza deve valere
per tutte le altre? (emerge qui il problema della scientificità
delle scienze umane ritenute da molti "immature"
per la presenza in esse di teorie concorrenti. Pongo a tal
proposito un'altra domanda: perche mai le scienze umane
raggiungeranno lo stato di scienze vere e proprie solo quando
non vi saranno in esse teorie concorrenti?)
ad 2. Pure ammesso che almeno una parte rilevante della
scienza abbia avuto un metodo, su quali basi affermare che
essa avrà sempre lo stesso metodo ed escludere dei
rivolgimenti oggi magari impensabili? Per quanto improbabile
possa essere, non lo possiamo escludere... né soprattutto
lo dobbiamo.
D'altra parte: in quale stato
si trova il demarcazionismo? Nel corso di questi ultimi
decenni abbiamo assistito ad una erosione - potremmo quasi
dire "decostruzione" - delle teorie demarcazioniste.
In breve è stato messo in evidenza come alla prova
dei fatti spiegazioni unilaterali - l'induzionismo, il verificazionismo,
falsificazionismo ingenuo e quello sofisticato, la MSRP
etc. - risultano troppo anguste. Alcuni propongono soluzioni
miste (per esempio Gillies) altri (per esempio Feyerabend
o Hacking) propongono l'anarchismo (Hacking parla di anarco-razionalismo).
2.3.
Soffermiamoci brevemente su
quella posizione demarcazionista che più ha avuto
successo: il falsificazionismo.
Esso è già stato in effetti messo pesantemente
in discussione e comunque relativizzato dalle approfondite
ricostruzioni analitiche di episodi importanti della storia
della scienza (in particolare da Lakatos, Feyerabend, Hacking,
indirettamente dallo stesso Kuhn, quindi da studiosi per
il resto non troppo distanti da esso come Gillies). Ha inoltre
luogo un suo lento confluire nelle varie forme di teorie
della conferma.
Tuttavia, la sua più grande debolezza risulta dal
fatto che, applicando ad esso i criteri che esso stesso
applica alle scienze epistemiche, ricade in un grave paradosso.
La domanda da porsi è la seguente: è falsificabile
il falsificazionismo?
Va qui innanzittuto precisato che assumiamo il falsificazionismo
nella sua astrattezza (diciamo nei suoi lineamenti ideali),
prescindendo dalle precisazioni che lo stesso Popper ha
fatto e dalle trasformazioni che ha subito. Resta ciò
nonostante un nucleo intatto: ad esso riferisco il paradosso.
Allora: il falsificazionismo afferma che sono scientifiche
le teorie falsificabili. Esso presume d'essere scientifico.
Esso dovrebbe dunque essere falsificabile. Verrebbe falsificato
dalla presenza di teorie scientifiche non falsificabili.
Ma esso esclude a priori che esistano teorie scientifiche
non falsificabili. Quindi non è falsificabile e non
scientifico.
Il falsificazionismo è infalsificabile in quanto
esclude che possano esservi teorie scientifiche infalsificabili.
Seguendo questa argomentazione possiamo concludere che comunque,
in generale, qualunque teoria che pone a priori una demarcazione
tra scienza e non scienza ricade in un meccanismo di autoconferma.
Esse escludono infatti di considerare scientifiche quelle
teorie che non rispondono ai criteri universali di scientificità.
Se poi si trovano di fronte ad una teoria alla quale non
si può contenstare la scientificità, allora
entrano in gioco molteplici giochi interpretativi.
3.1.
Per concludere vorrei ricordare almeno una delle conseguenze
di quanto fin qui sostenuto:
3.1.1.
L'assenza di una teoria generale della razionalità,
o se si vuole di un universale (nel tempo e nello spazio)
minimo comun denominatore di tutte le attività scientifiche,
che valga come garanzia per il presente e il futuro. Una
teoria generale della razionalità (come una teoria
della verità o un'epistemologia normativa) più
che condizione della ricerca scientifica ne costituisce
un'ostacolo, o perlomeno può mutarsi facilmente in
un'ostacolo, mentre nel migliore dei casi è superflua.
Se poi si vuol proprio ricercare una condizione della ricerca
scientifica questa risiede in un clima politico e sociale
di tolleranza (e di intolleranza verso l'intolleranza).
La scienza, in ogni caso, non ha bisogno di alcuna giustificazione.
A chi poi teme che una critica del demarcazionismo possa
dare adito ad una rivalutazione di pratiche pre- o antiscientifiche
(penso qui ai giusti richiami di Eco in Il pendolo di Foucault),
va detto che è stata la cosmologia galileo-newtoniana
a sconfiggere l'astrologia, che tuttavia continua purtroppo
a sopravvivere; è stata la chimica e la fisica a
sconfiggere l'alchimia. Se noi del resto critichiamo le
pratiche esoteriche, diffuse purtroppo ancor oggi, lo facciamo
rifaccendoci ai risultati e alle procedure delle scienze
epistemiche - oltre che a dei valori etici e politici che
non hanno necessariamente a che fare con le scienze.
3.1.2.
Non possiamo sapere se la scienza è un'attività
libera. Forse essa, come suggeriva Foucault, è legata
a delle forme di potere che ci costituiscono come soggetti
e con il disintegrarsi di queste si disintegrerà
anche'essa. O forse, come suggeriva Feyerabend, essa è
un'attività creativa impermeabile a qualunque metodologia.
D'altra parte non possiamo neppure escludere che essa, autonoma
o meno, trasformi completamente, al livello locale o in
maniera estesa, i suoi meccanismi di funzionamento, i suoi
metodi, se si vuole i suoi paradigmi. Le grandi rivoluzioni
scientifiche non appartengono necessariamente al passato.
Se proprio vogliamo trarre le conseguenze pratiche da tutto
ciò, possiamo dire che non si dovrebbero valutare
le proposte di ricerca in base a dei criteri dedotti dai
meccanismi finora accettati universalmente. Voglio dire:
non sappiamo se la scienza è un'attività libera,
ma essa va trattata come se lo fosse.
Ed è qua che essa entra in contrasto con alcuni principi
(etici per esempio) che si considerano universali. Tale
tensione è inevitabile: piegare la scienza alla ricerca
della felicità (ammesso che vi sia una felicità:
la ricerca della felicità è piuttosto un campo
di battaglia) può significare ostacolarla ed anzi
distruggerla. Piegarla alla sola ricerca della verità
(della verità che essa stessa ricerca e che ritiene
ricercabile) può significare ledere in modo intollerabile
la felicità ed anzi l'integrità della persona
umana. Dobbiamo saper vivere e amministrare questa tensione.
Cercare delle norme o delle teorie onnicomprensive sarebbe
un'illusione. Anche perché non è detto che
i valori in cui noi oggi crediamo saranno sempre gli stessi:
come diversi sono stati in passato, diversi potranno essere
in futuro. Dobbiamo saper vivere con la contingenza ed anzi
difenderla contro ogni fondamentalismo, compreso quello
della scienza stabilita o della ragione e non ultimo della
contingenza medesima.
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