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CAGLIARI, 22 MARZO - 08 SETTEMBRE 2013


SPAZI
DA DÜRER A PICASSO


Dal 22 marzo va in scena la mostra
"Spazi Da Dürer a Picasso. Il paesaggio letto nelle opere grafiche di venti artisti"
La mostra, ospitata nella splendida cornice del Castello San Michele di Cagliari, presenta quasi novanta capolavori provenienti dalla Collezione ArtCamù dedicati al paesaggio.

Efisio Carbone

Spazi infinitamente grandi o infinitamente piccoli, lo spazio è un concetto astratto che gli esseri umani riescono a percepire grazie all’invenzione di semplici valori o dimensioni: altezza, larghezza, profondità. L’uomo interagisce con lo spazio attraverso la variazione di questi parametri spaziali. Nell’arte l’invenzione della prospettiva tradusse la terza dimensione sulla superficie bidimensionale per assicurarsi l’assoluto predominio dal XV al XX secolo, fino a quando, cioè, gli artisti negarono la sua veridicità cercando soluzioni alternative.
La mostra presenta circa novanta capolavori dedicati al paesaggio che indagano l’evoluzione della percezione dello spazio: dalla conspazialità di Dürer, che alla prospettiva italiana accosta la visione analitica tedesca, fino agli esiti minimalisti dell’artista contemporaneo Ellsworth Kelly: due superfici, una bianca, una nera, accostate verticalmente, quanto basta per dire al nostro occhio che c’è un orizzonte. L’esposizione, strutturata in sezioni tematiche, si snoda in un’ affascinante sequela di opere grafiche dove protagonisti sono gli alberi, le rocce, l’acqua, ma anche paesaggi notturni, di sfondo o urbani. Dall’intenso simbolismo di Hodler tra l’epico e l’onirico, al tratto rapido e sintetico dell’ultimo Picasso. La passione per l’antico di Piranesi, lo splendore visionario di Goya, l’assoluto virtuosismo di Rembrandt, la rarità del Manet incisore, la leggerezza fiabesca di Chagall, la robustezza del tratto di Moore, le soluzioni seducenti di Dalì, per passare dai silenzi metafisici alle città rumorose di Giacometti e le macchine frastornanti di Leger. Dentro e fuori dallo spazio.

Entriamo nel vivo della mostra dove il protagonista principale è il Paesaggio come “genere”. Ma prima di tutto “cos’è il paesaggio?” Il paesaggio è spazio, o meglio spazio aperto, non finito come uno spazio chiuso ma anch’esso limitato pur essendo aperto, nei suoi limiti, all’infinito.
Per il filosofo Georg Simmel, così scrive nel suo saggio “Philosophie der Landschaft”, scritto tra il 1912 e il 1913, non è natura: “La natura che nel proprio essere e nel proprio senso più profondo ignora l’individualità, viene trasformata nell’individualità del paesaggio dallo sguardo dell’uomo, che divide e configura in unità distinte ciò che ha diviso”. Il suo legame con l’opera d’arte è quindi inscindibile poiché l’uomo come tale lo percepisce anche se è proprio la natura, contesto metafisico dal quale mai si distacca, a conferire al paesaggio percepito quell’elemento spirituale che lo accomuna all’opera d’arte.
Ma perché si possa parlare di “pittura di paesaggio” è necessario che lo scenario, naturale o antropizzato, sia percepito come tema autonomo, crei cioè di per sé delle emozioni. Sia protagonista del quadro, non semplice comparsa. Questo non è sempre accaduto, infatti la pittura paesaggistica, come genere autonomo, nacque tra il XVI e il XVII secolo. Fino a quel momento, in occidente, il paesaggio era quasi sempre relegato a sfondo sul quale costruire l’azione raccontata. Ciò è in parte dovuto al forte antropocentrismo storico; in Cina, per esempio, l’arte ha da sempre dato gran risalto al paesaggio in accordo al pensiero taoista: l’uomo ricerca il suo equilibrio spirituale in contatto con la natura e attraverso essa si congiunge con l’universo. Comunque sia, dall’antichità fino al Medioevo, si assiste, in Occidente, ad un progressivo oscuramento della raffigurazione della natura che si muove parallelamente all’antropomorfizzazione del divino. Dal Medioevo, invece, il paesaggio riemerge nelle arti figurative fino ad ottenere un proprio genere pittorico che diviene addirittura egemone dal Settecento in poi. Questo progressivo valore che il paesaggio assume nell’arte è da mettere in stretto rapporto con il crescente interesse dell’uomo verso il proprio spazio abitato e le relazioni perenni che ha con esso.
Il paesaggio apparve nella pittura fiamminga all’inizio del XVI secolo attraverso la tecnica della finestra che, oltre a dare profondità alla scena rappresentata, permise di considerare quasi autonoma quella piccola veduta incorniciata dove l’elemento naturale sembrava essere protagonista della storia. La sua rilevazione empirica venne regolata e teorizzata matematicamente in Italia, con l’invenzione della prospettiva, già a partire dal Quattrocento. In questo contesto si inserisce l’opera di Albrecht Dürer (1471-1528). Pur avendo potuto apprendere la prospettiva e lo studio delle proporzioni in Italia dove si confrontò con i più grandi artisti rinascimentali, egli, così come sottolinea Gillo Dorfles in un suo saggio, rimase ugualmente fedele ad una sua personale spazialità goticheggiante tanto da creare una contemporaneità di visioni: costruzione degli spazi secondo i canoni prospettici e contemporanea descrizione analitica e minuziosa dello sfondo naturale; proporzione delle forme e delle figure nei rapporti geometrici ma assenza di volumetrie chiaroscurali.
Grande importanza agli effetti luministici e chiaroscurali dà invece il celebre pittore e incisore olandese Rembrandt van Rijn (1606-1669). Il genere del paesaggio è ormai vicino al suo apice ed è molto richiesto dalle classi borghesi, l’artista vi si dedica con una serie formidabile di capolavori pittorici e incisori dove la forza della natura è accentuata da toni cupi e drammatici anche se non mancano momenti di pura bellezza pastorale.
Dal XVII secolo il genere del paesaggio venne teorizzato ed approfondito fino a delle vere e proprie classificazioni; tra queste rientra il tema della rovina che quando inserita in un contesto di pura invenzione prende il nome di “capriccio”. A tale genere si dedica Giovanni Battista Piranesi (1720-1778) genio della teatralità, che nelle sue incisioni descrive la magnificenza della storia delle civiltà antiche accentuando la componente sublime, termine, questo, destinato per lungo tempo ad intrecciarsi col nostro tema.
Rarefatto e quasi del tutto svanito il paesaggio partecipa muto alla serie che Francisco Goya (1746-1828) dedica agli orrori della guerra. In particolare egli si riferisce ai fatti avvenuti durante l’occupazione napoleonica della Spagna dei quali fu testimone durante un viaggio verso Saragozza nel 1808. Tale fu l’impatto emotivo di queste opere giudicate sovversive, che vennero censurate e date alle stampe circa sessant’anni dopo. All’opposizione della politica alla tirannia e al potere sembra alludere la serie della “Tauromachia” rappresentata in mostra da una preziosa incisione. Siamo alle porte del Romanticismo.
Nel XIX secolo il paesaggio diventa luogo su cui lo spirito placa i suoi tormenti alla ricerca del sublime e del pittoresco, ma sono gli espressionisti che per primi lasciano i loro studi per dipingere all’aria aperta. La loro ricerca muove verso la luce, le ombre, il colore, in sintonia con le indagini scientifiche sulla percezione; ma è anche trasposizione dei sentimenti generati nel tentativo di immortalare un attimo, un istante, che per una serie infinita di fattori naturali, fisici ed emozionali diviene irripetibile.
Maestro tra i più celebri del movimento è Edouard Manet (1832-1883), anche se da questo cercò sempre di tenere le distanze. La sua produzione incisoria è poco conosciuta, eppure in essa è riuscito a traslare la grandezza delle qualità pittoriche riscontrabili nella rapidità del tratto, nella ricerca dei valori tonali e nell’immediatezza degli elementi compositivi.
Ferdinand Hodler (1853-1876) studiò ed apprezzò molto l’opera degli impressionisti. I paesaggi furono da subito tra i suoi soggetti preferiti e si arricchirono col tempo di elementi simbolisti e secessionisti. Egli ebbe una grande passione per la montagna, in particolare, il massiccio della Jungfrau vicino a Berna, sua città natale. Di questo soggetto si conservano numerosi lavori che colpiscono per l’asciutta resa delle cime imbiancate che quasi si stagliano, sospese, tra le brume delle valli e il cielo notturno in un paesaggio silenzioso e onirico.
La portata rivoluzionaria che Cézanne compì nel mondo artistico e, in particolare, nell’evoluzione del tema paesaggistico, venne raccolta e ulteriormente sviluppata dal grande Pablo Picasso (1881-1973), pietra miliare della Storia dell’Arte. L’artista realizzò i suoi primi paesaggi cubisti, dell’iniziale fase analitica, nell’estate del 1909. Le incisioni esposte mostrano un tema caro a Picasso e, come a lui, a Goya e Dalì : la Tauromachia. Forza, energia animalesca, rito, eterna lotta tra la natura animale e spirituale dell’uomo. In questa serie di incisioni all’acqua tinta il paesaggio è dato con pochi e rapidissimi segni che danno l’impressione di uno schizzo. Della stessa natura sintetica, se pur con tratto più fermo e calibrato, sono le incisioni di Carlo Carrà (1881-1966), artista che conobbe e sposò le correnti più feconde del XX secolo: dal Futurismo alla Metafisica, Gruppo Novecento e Valori Plastici. Intuizione intellettiva, enigmatica e atemporale, questi sono i valori estetici enunciati da Savino, teorico della Metafisica e fratello del più noto De Chirico, che Carrà seguì abbandonata la corrente futurista. Ma nel 1922 il Nostro lasciò pure la Metafisica alla ricerca di un linguaggio personale che lo portò a contemplare il paesaggio come una costruzione che comprende il bisogno di immedesimazione e al contempo di astrazione. Anche Anselmo Bucci (1887-1955) aderì al gruppo Novecento dopo aver vissuto a Parigi dove approfondì l’arte dell’incisione. Egli uscì dal gruppo nel 1925 per dedicarsi all’attività di giornalista e di scrittore.
Coetaneo di Picasso e di Carrà, Fernand Léger (1881-1955) si accosta alla corrente cubista per poi trovare nella macchina futurista un importante tema da trattare: non più le poetiche passatiste legate all’introspezione del soggetto ma l’esaltazione dell’oggetto-macchina come fonte di energia e dinamismo. Questo pensiero invade anche i suoi paesaggi dove ai boschi si sostituiscono i tralicci elettrici.
Totalmente dentro la corrente futurista è, invece, Fortunato Depero (1892-1960), esponente chiave del Secondo Futurismo, i cui paesaggi sono una trasposizione in pittura della “Ricostruzione futurista dell’universo” manifesto scritto con Giacomo Balla nel 1915.
Il paesaggio come spazio dell’inconscio è un altro imponente tema che si sviluppa con la grande corrente surrealista di cui Salvador Dalì (1904-1989) è tra i maestri più conosciuti. I suoi paesaggi onirici, intrisi di forti richiami al mondo artistico rinascimentale, si arricchiscono di bizzarri e suggestivi giochi percettivi svolti con infinito virtuosismo tecnico. Ai margini delle grandi correnti artistiche del Novecento si colloca Marc Chagall (1887-1985) che preferisce attingere al mondo popolare e fiabesco Russo, sia quando racconta temi intimi e poetici come l’amore, sia quando si dedica a temi storici fortemente legati al mondo sacro giudaico.
In un primo tempo legato alla corrente surrealista è il noto scultore Henry Moore (1898-1986) la cui produzione grafica, meno conosciuta, partecipa delle stesse qualità plastiche che l’artista riversa nelle sue sculture. Sicuramente affascinato dall’imponenza dei giganti monoliti di Stonehenge, Moore ritrae il celebre sito archeologico concentrandosi sul fascino eterno delle pietre che sembrano quasi assumere sembianze antropomorfe. Alla durezza dei macigni corrisponde la forza del tratto.
Tutt’altro che duro appare il segno di Alberto Giacometti (1901-1966), anch’egli scultore oltre che fine disegnatore, pittore e incisore. I temi preferiti da Giacometti sono pochi e spesso rivisitati. Sono comunque temi familiari che nel paesaggio si calano su luoghi conosciuti e frequentati. Il suo tratto, così caratteristico, sembra voler creare legami e relazioni tra gli oggetti che compongono l’immagine, assunti cari all’Esistenzialismo e alla poetica di Sartre. Agli antipodi il mondo di Ellsworth Kelly (1923), artista americano minimalista esponente fra i più conosciuti della “Pittura a contrasti netti”, astrattismo geometrico caratterizzato da bruschi contrasti nelle diverse aree di colore.
Il mondo frammentato, miniaturizzato e caleidoscopico di Gianfranco Baruchello (1924) si lega alla sua matrice pop e all’intensa amicizia giovanile con Marcel Duchamp. In maturità l’artista entra a far parte del Nouveau Réalisme, nonostante la produzione artistica si configuri essenzialmente autonoma. Enrico Crispolti definisce la sua arte extra-mediale e, in particolare, la sua pittura calligrafica.
Sono tarde le opere presentate del celebre artista statunitense Robert Rauschenberg (1925-2008), conosciuto per i suoi combine-paintings nei quali oggetti di ogni forma e materia venivano assemblati secondo una sua personale sensibilità. Nelle incisioni alcune assonanze sono create accostando e sovrapponendo differenti matrici così da imitare il collage. Ne deriva uno straniante effetto ai limiti dell’astratto.
Astratto come il mondo di Luigi Veronesi (1908-1998) che si forma su modelli del Bauhaus tedesco. Raggiunge la fama grazie ai suoi “fotogrammi” e alle trasposizioni musicali dei rapporti tonali nel colore. L’opera d’arte, egli dice, non è fine a se stessa, ma deve essere uno stimolo per l’osservatore, effettivamente siamo noi ad interpretare l’opera in mostra di Veronesi come un paesaggio urbano, ma questo è liberamente concesso dall’arte astratta, anche quando il titolo sembra condurci altrove.
Stessa cosa dicasi per l’ultimo artista in mostra Robert Whitman (1935) cittadino newyorkese che con la sua linea-orizzonte, sintesi della sintesi, sembra mettere un punto a questo viaggio nel mondo del paesaggio.

Efisio Carbone


SPAZI. Da Dürer a Picasso. Il paesaggio letto nelle opere grafiche di venti artisti
dal 22 marzo 2013 al 08 settembre 2013
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