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Giacomo Ambrosi

"LE CITTÀ VISIBILI.
I PALAZZI DI PAROLE DI NICOLÒ QUIRICO

«Ma ciò che rendeva prezioso a Kublai ogni fatto o notizia riferito dal suo inarticolato informatore era lo spazio che restava loro intorno, un vuoto non riempito di parole.
Le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo col pensiero, perdercisi, fermarsi a prendere il fresco, o scappare via di corsa»
(1)

 

Quando si decide di intraprendere il proprio viaggio attraverso i Palazzi di Parole di Nicolò Quirico la prima sensazione è quella di un magico straniamento. Quelle che, a un primo e superficiale sguardo, sembravano semplici fotografie di edifici iniziano ad animarsi, a pulsare, a vivere di vita propria; i palazzi di Quirico cominciano a vibrare, avvertiamo il battito della loro esistenza. Solo allora ci si rende conto di come ad animare, a dar parola agli edifici stessi siano le pagine di libri d’epoca su cui le fotografie dell’artista sono state stampate. Proprio a partire da questa originaria vibrazione i Palazzi di Parole ci aprono le loro porte, ci schiudono uno spazio in cui è possibile «girare in mezzo col pensiero, perdercisi, fermarsi a prendere il fresco, o scappare via di corsa», così come accade a Kublai Kan di fronte ai racconti di Marco Polo nelle Città invisibili di Italo Calvino.

E subito emerge la fondamentale domanda posta dall’operazione artistica di Quirico: qual è la sostanza di questi palazzi che vibrano? Potremmo dire meglio: in questi palazzi che prendono vita di fronte al nostro sguardo che cosa è contenente e che cosa è contenuto? Che cosa è scheletro e che cosa è carne? È l’architettura a essere scheletro, a offrire le fondamenta per contenere le parole (Palazzi di Parole) o sono le parole stesse a farsi architettura, a farsi edificio (Parole-palazzo)?

Palazzi di Parole, Nicolò Quirico

La magia e il fascino delle opere di Quirico deriva dal sapere che l’unica risposta possibile è: né l’uno né l’altro, o meglio, l’uno e l’altro insieme. Nelle opere dell’artista palazzo e parola non sono altro che due facce della medesima medaglia, due lati della medesima stoffa; architettura (palazzo) e cultura (parola) non sono che i poli di un unico chiasma che l’artista ci svela e invita a indagare: palazzo e parola continuamente si rovesciano l’uno nell’altro.
Da qui il vibrare delle immagini e dei racconti di Quirico.

Ma cerchiamo di avanzare nel nostro viaggio. A guidarci può essere proprio Italo Calvino; le sue Città invisibili possono fornirci una chiave per indagare questa relazione chiasmatica e comprendere i Palazzi di Parole.

Palazzi di Parole

«Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie…» (2)

Se ne leggiamo la Presentazione, Calvino ci rivela che quel capolavoro che è Le città invisibili è stato scritto un pezzetto per volta, quasi che ogni città inventata dall’autore e che ha nome di donna fosse una poesia. Nel procedere, l’autore accumulava le città distinguendole in cartelline che venivano utilizzate per individuare diverse serie tematiche (Le città e la memoria, Le città e il desiderio ecc.). Le serie scelte da Calvino alla fine sono 11. Mi sembra che 3 di queste possano costituire un segnavia nel nostro itinerario attraverso i Palazzi di Parole di Quirico.

La prima è Le città e gli scambi. Nelle fotografie di Quirico, infatti, i palazzi si rivelano come Palazzi di Parole proprio perché ci ricordano come l’edificio, l’architettura, la città in cui viviamo siano innanzi tutto dialogo. Gli edifici sono vivi perché in essi avviene quell’interazione e scambio di messaggi che è la vita stessa, perché in essi parliamo, perché essi sono pensati per essere – o divengono involontariamente – il luogo dello scambio delle nostre parole, del nostro senso. L’architettura si fa portatrice di parola e Quirico ne mostra la natura essenzialmente sociale. Non conta che ci si trovi di fronte a capolavori dell’urbanistica, ideati per una società in cui l’uomo abbia un ruolo centrale, o a brutture figlie della cementificazione selvaggia, che condannano l’uomo a una grigia prigione: i palazzi accolgono sempre e comunque le parole della nostra esistenza. Anche i casi più alienanti – in cui gli edifici non sono altro che barriere e in cui la città diviene il luogo dell’“incomunicabilità” così bene descritto da tanta letteratura novecentesca – non fanno che confermare il legame strutturale tra palazzo e parola; noi diciamo che una città non è a “misura d’uomo” proprio nel momento in cui essa nega all’essere umano la possibilità di esprimere la propria natura di animale sociale, in continuo scambio e dialogo con i propri simili. Il palazzo, in questi casi, diviene possibilità di parola negata e la città incarna quell’«inferno» di cui Calvino scrive alla fine delle Città invisibili: l’architettura nega all’uomo la possibilità di incontro e nel fare ciò non fa altro che negare se stessa.

Il legame essenziale tra architettura, parola e scambio viene posto in evidenza da Quirico quando sceglie di arricchire le sue esposizioni utilizzando l’audio: mentre ci muoviamo nella mostra, mentre guardiamo i suoi palazzi, possiamo allora sentire lo svolgersi di infiniti dialoghi che si sovrappongono e in cui gli uomini parlano infiniti idiomi, emblema di un mondo sempre più piccolo e di una città sempre più multietnica.

Questo flusso di parole che fa da sottofondo alla nostra visita ci spinge verso una seconda serie calviniana: Le città e la memoria. Se, infatti, il flusso di parole può evocare l’insieme degli infiniti dialoghi che contemporaneamente animano i palazzi e la città, esso al contempo può divenire il simbolo del loro stratificarsi nella storia. Quello che Quirico sembra volerci dire, dunque, è che i suoi palazzi sono Palazzi di Parole non solo perché accolgono la vita degli uomini che li abitano, bensì perché raccolgono il sedimentare dei loro vissuti. Nell’essere lo spazio deputato alla vita umana, i palazzi accolgono anche il suo scorrere; nel loro durare conservano le tracce che gli uomini vi lasciano. L’architettura, sembra quindi dire l’artista, è innanzi tutto libro della memoria, e questo, ancora una volta, sembra ancor più vero per gli edifici più umili e che non hanno nulla di monumentale. Ma se nei palazzi si raccolgono i racconti e le vicende degli uomini che in essi si sono incontrati, viaggiare in una città significa, allora e innanzi tutto, viaggiare nel tempo: l’architettura si fa parola della memoria e della storia.

Parole-palazzo

«Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti» (3)

La terza serie delle Città invisibili che mi sembra fare presa sull’opera di Quirico è La città e i segni, e però affrontarla significa essere direttamente gettati nel rovescio di quel chiasma palazzo-parola, architettura-cultura che stiamo analizzando. Nella serie della Città e i segni, infatti, è proprio la parola a venire in primo piano: la parola (il segno) viene considerata come materiale architettonico, diventa essa stessa lo scheletro, le fondamenta di ciò che viene costruito. Calvino ci propone una sottile riflessione sul linguaggio, che si rivela medium ineludibile della nostra esperienza: la lingua filtra e struttura il nostro sguardo sulla realtà e le parole non sono altro che i mattoni con cui il nostro sapere viene costruito e viene tramandato. In questa operazione, ruolo privilegiato hanno la scrittura e il libro, due elementi acutamente indagati dallo scrittore italiano, due elementi che ritornano nell’opera di Quirico. Ai tanti saperi dell’uomo, alle molteplici prospettive con cui egli incontra il mondo, corrispondono altrettante città; meglio, quei modi di descrivere il mondo, di parlarlo e di scriverlo sono le città. Calvino sembra quindi offrirci la possibilità di rovesciare radicalmente la prospettiva con cui finora avevamo guardato i Palazzi di Parole di Quirico: e se nelle fotografie dell’artista più che vedere dei palazzi stampati su pagine di libro vedessimo delle pagine di libro che si fanno palazzo? Se le sue fossero anche Parole-palazzo?

L’ipotesi mi sembra suggestiva e ci rivela un ulteriore e più nascosto significato dell’operazione artistica di Nicolò Quirico.

In sintesi: se analizzando il primo lato del nostro chiasma l’opera di Quirico poneva in evidenza il legame strutturale tra palazzo e parola, tra architettura e cultura, tanto che l’architettura si rivelava come il luogo in cui la vita dell’uomo può esprimersi e stratificarsi divenendo storia e memoria, mutando il nostro sguardo e passando al secondo lato del chiasma è la cultura stessa a rivelare il suo carattere originariamente architettonico. I palazzi di Quirico ci ricordano come l’esperienza – almeno nella tradizione occidentale – sia un’operazione di edificazione, come la cultura sia un sistema, come il sapere sia originariamente un’architettura. Questo è indubbiamente vero per i grandi classici: ogni opera di genio costruisce un edificio; le pagine dei migliori autori di un’epoca si ergono a quartiere; i legami tra le riflessioni dei grandi del passato segnano un intreccio intricato di strade in quella infinita città, o meglio in quelle infinite città che sono la nostra cultura. Ma vale altrettanto per le opere minori e per le tracce lasciate dagli uomini che vivono quella che, con troppa superficialità, definiamo spesso storia con la s minuscola. Nel grande universo dell’esperienza umana ci sono centri e ci sono periferie, alcuni palazzi sono nuclei portanti, altri solo corollari, e tutto – come aveva sottilmente compreso Calvino – si riscrive, si riorganizza, si riedifica a seconda della prospettiva con cui guardiamo il mondo. Questo allora il monito ulteriore che sembrano sussurrarci i palazzi di Quirico: le parole di un’epoca costituiscono un edificio, sono la fotografia di un momento della storia dell’uomo; le esperienze umane cristallizzano e divengono architettura e l’uomo sembra aggirarsi in questa urbe continuamente transeunte come gli imperfetti bibliotecari della Biblioteca di Babele di Borges (4)

Un diverso Marco Polo

Resta un ultimo ma, un’ultima differenza tra i Palazzi di Parole di Nicolò Quirico e le Città invisibili di Italo Calvino su cui è necessario porre l’accento. Il grande scrittore italiano scrive il suo romanzo proponendoci una serie di città immaginarie, in questo senso le sue città sono invisibili. I luoghi descritti da Marco Polo a Kublai Kan sono frutto della fantasia di Calvino, per quanto poi lo scrittore li utilizzi per proporci un’amara e concreta riflessione sulla città moderna.

Le fotografie di Quirico, invece, sono immagini di palazzi realmente esistenti. Il suo viaggio da esploratore è, quindi, ancora una volta, speculare e opposto rispetto a quello del Marco Polo di Calvino. I palazzi raccontati da Quirico sono tutti raggiungibili, tangibili; possiamo incontrarli, porli di fronte al nostro sguardo, viverli; non rimandano agli sconosciuti confini di un impero che il Kan non potrà mai vedere e che può solo farsi raccontare.

E però, nella capacità di creare straniamento, i Palazzi di Parole riportano alla luce qualcosa che avevamo dimenticato, ci permettono di tornare a guardare le architetture che ci circondano con uno sguardo diverso. A emergere è proprio il chiasma che Calvino ci ha invitato a indagare: i Palazzi di Parole riportano alla luce, rendono visibile il vero significato del fare architettura, che è creare lo spazio per la vita dell’uomo; e al contempo rendono visibile l’originaria architettonicità dell’esperienza umana. Ogni edificio è vita che si è scritta e si sta scrivendo; ogni pagina di libro è un mattone che costruisce un edificio della nostra cultura. Questo ci ricordano e ci fanno vedere le fotografie di Nicolò Quirico.

I suoi palazzi sono città visibili.



PALAZZI DI PAROLE IN MOSTRA

Roma, MassenzioArte (8-17/11/2012)
Milano, Polifemo Fotografia (14/1 al 1/2/2013)
Genova, VisionQuest (7-21/3/2013)
Trieste, Sala Fenice (17/4 al 17/5/2013)


(1) I. Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 2006.
(2) I. Calvino, Le città invisibili, cit.; Zaira, dalla serie Le città e la memoria.
(3) I. Calvino, Le città invisibili, cit.; Tamara, dalla serie Le città e i segni.
(4) Nel suo racconto La biblioteca di Babele Borges immagina che l’universo non sia altro che un’infinita biblioteca: la realtà, con i suoi infiniti mondi, è una serie infinita di libri e l’uomo, che si trova ad abitare in questa surreale Babele, non è altro che un «imperfetto bibliotecario»; J.L. Borges, La biblioteca di Babele, in Finzioni, Einaudi, Torino 1995.


Giacomo Ambrosi, Le Città visibili. I Palazzi di Parole di Nicolò Quirico in "XÁOS. Giornale di confine", Gennaio 2013
URL: http://www.giornalediconfine.net/2013/palazzidiparole/giacomo_ambrosi.htm

 
 
     

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